giovedì

Casa occupata

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Ci piaceva la casa perché oltre ad essere spaziosa e antica (ora che le case antiche soccombono alla più vantaggiosa liquidazione dei loro materiali) conservava i ricordi dei nostri bisavoli, del nonno paterno, dei nostri genitori e di tutta la nostra infanzia.

Ci abituammo, Irene ed io, a persistervi da soli, cosa che era una follia perché in quella casa potevano vivere otto persone senza darsi fastidio. Facevamo le pulizie il mattino, alzandoci alle sette, e intorno alle undici lasciavo a Irene le ultime camere da spolverare per andare in cucina. Pranzavamo a mezzogiorno, sempre puntuali; non restava molto da sbrigare, tranne pochi piatti sporchi. Era piacevole pranzare pensando alla casa profonda e silenziosa e a come bastassimo noi soli per mantenerla pulita. A volte arrivammo a credere che fosse lei a impedire che ci sposassimo. Irene rifiutò due pretendenti senza seri motivi, e a me morì Maria Esther prima che decidessimo di fidanzarci ufficialmente. Ci affacciamo alla quarantina con l’inespressa convinzione che il nostro semplice e silenzioso matrimonio di fratelli fosse la necessaria conclusione della genealogia fondata dai bisavoli nella nostra casa. Un giorno saremmo morti là, cugini improbabili e schivi avrebbero ereditato la casa e l’avrebbero rasa al suolo per arricchirsi con il terreno e i mattoni; o meglio, noi stessi l’avremmo abbattuta come giustizieri prima che fosse troppo tardi.
Irene era una ragazza nata per non dare noia a nessuno. Tolte le attività del mattino, trascorreva la giornata facendo lavori a maglia sul sofà o in camera sua. Non so perché tessesse tanto, credo che i lavori a maglia siano per le donne il grande pretesto per non fare niente. Irene non era così, ordiva sempre cose necessarie, golf per l’inverno, calze per me, liseuse e sottovesti per lei. Qualche volta tesseva una sottoveste e poi la disfaceva in un momento perché qualcosa non le piaceva; era divertente vedere nel cestino il mucchio di lana increspata che si rifiutava di perdere la sua forma di poche ore. Il sabato ero io che andavo in centro a comprarle la lana; Irene si fidava del mio gusto, era contenta dei colori e non dovetti mai restituire alcuna matassa. Profittavo di queste uscite per fare un giro nelle librerie e domandare inutilmente se c’erano novità di letteratura francese. Dal 1939 non arrivava niente di importante in Argentina.
Ma è della casa che mi interessa parlare, della casa e di Irene, perché io non conto. Mi domando che cosa avrebbe fatto Irene senza i lavori a maglia. Si può rileggere un libro, ma quando un pullover è finito non si può ripeterlo impunemente. Un giorno trovai l’ultimo cassetto del comò di canfora pieno di scialletti bianchi, verdi, lilla. Erano in naftalina, appilati come in una merceria; non ebbi il coraggio di domandare a Irene cosa pensasse di farne. Non avevamo bisogno di guadagnarci da vivere, tutti i mesi arrivavano i soldi della campagna e il denaro aumentava. Ma Irene si svagava solo con i lavori a maglia, dimostrava un’abilità meravigliosa e a me fuggivano le ore guardandole le mani simili a ricci argentei, ferri in su e in giù e uno o due cestini a terra dove si agitavano costantemente i gomitoli. Era bello.

Come potrei dimenticare la distribuzione della casa. La stanza da pranzo, una sala con arazzi, la biblioteca e tre grandi camere da letto rimanevano nella parte più interna, quella che guarda su Rodríguez Peña. Solo un corridoio con la sua massiccia porta di rovere isolava quella parte dall’ala frontale dove si trovavano un bagno, la cucina, le nostre camere da letto e il living centrale, con il quale comunicavano le camere da letto e il corridoio. Si entrava nella casa attraversando un atrio con maioliche, e la porta finestra dava sul living. Di modo che si entrava attraverso l’atrio, si apriva il cancello e si passava nel living; si avevano allora sui due lati le porte delle nostre camere da letto, e di fronte il corridoio che conduceva nella parte più interna; continuando per il corridoio, si oltrepassava la porta di rovere e più oltre cominciava l’altro lato della casa, oppure si poteva girare a sinistra proprio davanti alla porta e proseguire per un corridoio più stretto che portava in cucina e in bagno. Quando la porta era aperta ci si accorgeva subito che la casa era molto grande; altrimenti dava l’impressione di uno di quegli appartamenti che si costruiscono adesso, fatti per muoversi appena; Irene ed io vivevamo sempre in questa parte della casa, quasi mai oltrepassavamo la porta di rovere, salvo che per fare le pulizie, perché è incredibile quanta terra si accumuli sui mobili. Buenos Aires sarà una città pulita, ma lo deve ai suoi abitanti e non ad altro. C’è troppa terra nell’aria, appena soffia un po’ di vento si palpa la polvere sui marmi delle consolle e fra i rombi dei centrini di macramè; è una vera fatica toglierla bene con il piumino, vola e resta sospesa in aria, un momento dopo si deposita di nuovo sui mobili e sui ripiani.

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Lo ricorderò sempre con precisione perché fu semplice e senza particolari inutili. Irene stava lavorando a maglia in camera sua, erano le otto di sera e all’improvviso mi venne in mente di mettere sul fuoco il bricco del mate. Mi avviai per il corridoio fino a trovarmi davanti alla porta di rovere che era socchiusa, e stavo girando verso la cucina quando sentii qualcosa nella sala da pranzo o nella biblioteca. Il suono arrivava indistinto e sordo, come il rovesciarsi di una sedia sul tappeto o un soffocato sussurro di conversazione. Lo udii anche, nello stesso momento o un secondo più tardi, in fondo al corridoio che andava da quelle stanze alla porta. Mi gettai contro la porta prima che fosse troppo tardi, la chiusi di colpo appoggiandomici con il corpo; fortunatamente la chiave era infilata dalla nostra parte e inoltre feci scorrere il grande chiavistello per maggior sicurezza.
Andai in cucina, scaldai il bricco, e quando fui di ritorno con il vassoio del mate dissi a Irene:
– Ho dovuto chiudere la porta del corridoio. Hanno occupato la parte in fondo.
Lasciò cadere il lavoro a maglia e mi guardò con i suoi gravi occhi stanchi.
– Ne sei sicuro?
Annuii.
– Allora, – disse raccogliendo i ferri, – dovremo vivere da questo lato.
Io preparavo il mate con molta cura, ma lei tardò un istante a riprendere il suo lavoro. Ricordo che stava facendo una sottoveste grigia; mi piaceva quella sottoveste.
I primi giorni ci sembrò penoso perché entrambi avevamo lasciato nella parte occupata molte cose che amavamo. I miei libri di letteratura francese, per esempio, erano tutti nella biblioteca. Irene sentiva la mancanza di certe tovagliette, di un paio di pantofole che le tenevano tanto caldo in inverno. Io rimpiangevo la mia pipa di ginepro e credo che Irene pensasse a una bottiglia di Esperidina oramai antica. Frequentemente (ma questo accadde solo nei primi giorni) chiudevamo qualche cassetto dei comò e ci guardavamo con tristezza.
– Qui non c’è.
Ed era una cosa in più di tutto quel che avevamo perduto all’altro lato della casa.
Ma ne fummo anche avvantaggiati. Le pulizie furono talmente semplificate che anche alzandoci tardissimo, alle nove e mezzo per esempio, non erano ancora suonate le undici che già ce ne stavamo con le mani in mano. Irene si abituò a venire con me in cucina e ad aiutarmi a preparare il pranzo. Ci pensammo bene, e decidemmo così: mentre io preparavo il pranzo, Irene avrebbe cucinato piatti da mangiare freddi la sera. Ce ne rallegrammo perché è sempre seccante dover abbandonare le proprie camere sul far della sera e mettersi a cucinare. Adesso ci bastava la tavola in camera di Irene e i piatti freddi.
Irene era contenta perché le restava più tempo per lavorare a maglia. Io mi sentivo un po’ smarrito senza i libri, ma per non rattristare mia sorella presi a sfogliare la collezione di francobolli di papà, e questo mi servì ad ammazzare il tempo. Ci divertiamo molto, ciascuno occupato nelle cose sue, quasi sempre riuniti nella camera d’Irene, che era più comoda. A volte Irene diceva:
– Guarda il punto che mi è venuto. Non ti sembra il disegno di un trifoglio?
Un momento dopo ero io che le mettevo sotto gli occhi un quadratino di carta affinché ammirasse il valore di un francobollo di Eupen-et-Malmèdy. Stavamo bene, e a poco a poco cominciavamo a non pensare. Si può vivere senza pensare.

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(Quando Irene sognava ad alta voce io mi svegliavo subito. Non mi sono mai potuto abituare a quella voce da statua o da pappagallo, voce che viene dai sogni e non dalla gola. Irene diceva che i miei sogni erano fatti di grandi scossoni che qualche volta facevano cadere la coperta. Le nostre camere da letto erano divise dal living, ma di notte si sentiva tutto nella casa. Ci sentivamo respirare, tossire, presentivamo il gesto che conduce all’interruttore della lampadina, le mutue e frequenti insonnie.
A parte questo, tutto era silenzioso nella casa. Di giorno, solo i rumori domestici, lo strofinio metallico dei ferri da cucito, uno scricchiolio nel voltare le pagine dell’album filatelico. La porta di rovere, credo di averlo già detto, era massiccia. Nella cucina e nel bagno, che erano contigui alla parte occupata, ci mettevamo a parlare a voce più alta oppure Irene cantava qualche ninna-nanna. In una cucina c’è troppo rumore di stoviglie e bicchieri perché altri suoni vi irrompano. Quasi mai permettevamo lì il silenzio, ma quando tornavamo alle camere da letto e al living, allora la casa si faceva silenziosa e in penombra, camminavamo persino più piano per non darci noia a vicenda. Credo fosse per questa ragione che di notte, quando Irene cominciava a sognare ad alta voce, io mi svegliavo subito).
È quasi come ripetere la stessa cosa, salvo le conseguenze. Di notte mi viene sete, e prima di andare a letto dissi a Irene che andavo in cucina a prendere un bicchiere d’acqua. Dalla porta alla camera da letto (lei lavorava a maglia) udii il rumore in cucina; forse nella cucina o forse nel bagno perché il gomito del corridoio spegneva i suoni. Irene fu colpita dal modo brusco con cui mi fermai, e venne accanto a me senza dire una parola. Restammo ad ascoltare i rumori, notando distintamente che provenivano da questa parte della porta di rovere, nella cucina e nel bagno, o nello stesso corridoio, dove incominciava il gomito quasi al nostro fianco.
Non ci guardammo neppure. Strinsi il braccio di Irene e la feci correre con me fino alla porta finestra, non ci voltammo indietro. I rumori si udivano sempre più forti ma sempre sordi, alle nostre spalle. Chiusi d’un colpo la porta e restammo nell’atrio. Ora non si udiva nulla.
– Hanno occupato questa parte, – disse Irene. Il lavoro a maglia le pendeva dalle mani e i fili arrivavano fino alla porta e vi si perdevano sotto. Quando vide che i gomitoli erano rimasti dall’altro lato lasciò cadere il lavoro senza guardarlo.
– Hai avuto tempo di portare via qualcosa? – le domandai inutilmente.
– No, niente.
Restavamo con quel che avevamo indosso. Mi ricordai dei quindicimila pesos nell’armadio della mia camera da letto. Troppo tardi ormai.
Poiché mi era rimasto l’orologio da polso, vidi che erano le undici di sera. Cinsi con un braccio la vita di Irene (credo che lei stesse piangendo) e uscimmo in strada. Prima che ci allontanassimo, ebbi pietà, chiusi bene la porta d’entrata e gettai la chiave nel tombino. Che a un povero diavolo non venisse in mente di rubare e di entrare in casa, a quell’ora e con la casa occupata.

Julio Cortázar, Casa tomada, 1951

(Tratto da Bestiario, Einaudi 1974 — trad. italiana di Flaviarosa Nicoletti Rossini)

mercoledì

Eluana, cavallo di Troia dell’osceno potere

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(Foto: Edward Nunez)

«Di Eluana Englaro, crocifissa sul calvario del suo letto, non importa niente ad alcuno. E’ diventata un vessillo da issare nella guerra ignobile per assicurarsi una supremazia (Vaticano e Cei) o per rafforzare il proprio potere (governo). Berlusconi non è mai intervenuto sulla vicenda, eppure se ne parla da mesi in termini forti, ma si è sempre tenuto alla larga perché i sondaggi erano dalla parte della famiglia Englaro. Poi la svolta sulla via vaticana di Damasco.
Il Vaticano ha parlato, anzi ha chiesto (imposto?) un intervento e lui celere come un treno ad alta velocità è partito per la tangente affrettandosi subito a dichiarare che non bisogna scontentare la "chiesa". Per questo obiettivo funzionale al rafforzamento del suo governo e per accreditarsi come unico interlocutore della gerarchia cattolica, non ha esitato ad andare contro i sondaggi. Egli, infatti, è consapevole di sapere manipolare l’opinione pubblica. Ancora più vigliaccamente, non ha esitato a scaricare la responsabilità politica e morale sul Presidente della Repubblica, cogliendo l’occasione per buttargli addosso fango e ridicolizzare il suo ruolo di garante della costituzione, additandolo al ludibrio delle genti. O si fa come vuole lui, o annulla la costituzione. Non c’è altro nome per definirlo: "Alienum a costitutione".
Su tutto prevale la strumentalizzazione ignobile e immorale di una donna in coma da 17 anni e della sofferenza atroce di una famiglia che avrebbe diritto al silenzio dei non credenti e alla preghiera dei credenti. Chi li accusa di assassinio, se si fosse nel Medio Evo, accenderebbe i roghi e brucerebbe chi pensa diversamente. Sul corpo inerme e silente di una donna martire, s’intrecciano gli interessi congiunti di convergenze politiche e politico-pseudoreligiose per riposizionare il proprio vantaggio, fino al punto che il Vaticano si è schierato contro il Presidente della Repubblica ("ci ha deluso"), violando così apertamente il concordato che è la vera palla di piombo al piede della laicità dello Stato italiano. Si parla di "principi", senza rendersi conto che la guerra dei principi, e la storia ne è satura, ha sempre e solo lasciato sul terreno morti e genocidi...»

Don Paolo Farinella, Eluana, cavallo di Troia dell’osceno potere (da MicroMega-online: leggi tutto)

martedì

Calvario italiano

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(Foto: Virginia Harold)

«Eluana Englaro era "irriconoscibile" rispetto alle foto che tutti conoscono e vederla nel letto della casa di riposo La Quiete di Udine "è stato devastante": è la testimonianza della giornalista della Rai Marinella Chirico, che domenica pomeriggio ha visitato la donna, su invito dei genitori. La giornalista ha trascorso circa tre ore nella stanza di Eluana.

"Eluana - ha raccontato Marinella Chirico - era esattamente così come si può immaginare possa essere una donna in stato vegetativo da 17 anni: assolutamente irriconoscibile rispetto alle foto che si vedono. Una donna completamente immobile, che gli infermieri e i sanitari erano costretti a spostare ogni due ore per evitare che il corpo si piagasse. Le orecchie avevano delle lesioni perché l'unica parte che non si poteva tutelare era questa. Era una situazione devastante, emotivamente molto forte l'impatto"...»

Da La testimonianza di una giornalista Rai — "Eluana era irriconoscibile, devastante vederla" (Repubblica.it, 10 febbraio 2009): leggi tutto

lunedì

L'Italia è differente

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(Emigrati liguri in California tra fine '800 e inizio '900 — archivio Fabio Paveto)

«Gli italiani sono un popolo di emigranti. Già in epoca antica, con il nome di romani, viaggiavano verso la Spagna dei nostri nonni e vi si stabilivano. Negli ultimi due secoli hanno invaso l’America di manodopera in surplus in Europa, rendendo la pizza famosa nel mondo. Ora il Governo sbarra le porte e una legge di “tolleranza zero” vige per extracomunitari e nomadi...»

(6 febbraio 2009, Josep Pernau, Italia es diferente: leggi tutto l'articolo tradotto dalla testata «El Periódico de Catalunya» — su Italiadallestero.info)

Unveiled: altre visioni dell'Islam

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Unveiled: New Art from the Middle East — la mostra (fino al 9 maggio) alla Saatchi Gallery di Londra

(Dall'alto in basso: Shadi Ghadirian, Kader Attia, Halim Karim, Ahmed Alsoudani, Ahmad Morshedloo)

venerdì

Breve lettera dal deserto

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(Immagine: Measant)


Il vento ha portato un fantasma salmastro. Ti ho riconosciuto in quel gusto pungente.

Le crepe che hanno fatto strada al fuoco. L’ardore che provoca e calma. La torcia che palpita tra fiamme brusche.
Tutto ti tradisce.

Il deserto prosegue invivibile. Gli sciacalli ululano alla tua magia di sabbia. I miraggi invidiano l’autenticità della tua bellezza.

Mi metto in cammino. Cerco una zona di pini, di menta, di acqua.
Lotto per scoprirti in un pugno di terra fertile.


Gilda Manso,
Breve carta desde el desierto


La poesia al di là dei versi della scrittrice e giornalista argentina Gilda Manso (testo tradotto dal suo blog El arcángel mirón)

giovedì

Sowing The Seeds Of Love

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High time we made a stand and shook up the views of the common man
And the lovetrain rides from coast to coast
D.j.'s the man we love the most
Could you be, could you be squeaky clean
And smash any hope of democracry?
As the headline says you're free to choose
There's egg on your face and mud on your shoes
One of these days they're gonna call it the blues

And anything is possible when you're sowing the seeds of love
Anything is possible - sowing the seeds of love

I spy tears in thier eyes
They look to the skies for some kind of divine intervention
Food goes to waste!
So nice to eat, so nice to taste
Politician grannie with your high ideals
Have you no idea how the majority feels?
So without love and a promise land
We're fools to the rules of a goverment plan
Kick out the style ! bring back the jam!

Anything...
Sowing the seeds
The birds and the bees
My girlfriend and me in love

Feel the pain
Talk about it
If you're a worried man - then shout about it
Open hearts - feel about it
Open minds - think about it
Everyone - read about it
Everyone - scream about it!
Everyone
Everyone - read about it, read about it
Read in the books in the crannies and the nooks there are books to read
Chorus!

(Mr. England sowing the seeds of love)

Time to eat all your words
Swallow your pride
Open your eyes

High time we made a stand and shook up the views of the common man
And the lovetrain rides from coast to coast
Every minute of every hour - " i love a sunflower "
And i believe in lovepower, love power, lovepower!!!

Sowing the seeds
An end to need
And the politics of greed
With love

Tears for Fears, Sowing The Seeds Of Love, 1989

mercoledì

Violenza sulle donne: 3 voci

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Italia. Violenza sulle donne: problema culturale

Sono diversi i casi di violenza sulle donne che si sono registrati dall’inizio di quest’anno. Non ultimi gli stupri avvenuti a Roma e a Guidonia che hanno diffuso il panico tra la gente. Ma chissà quante ancora le storie di violenza, anche di quella domestica, che non vengono denunciate, che non hanno la giusta considerazione o non ottengono giustizia. E sarebbero tanti gli esempi da sottoporre, tante le storie finite male… Chi potrebbe mai dimenticare l’orribile vicenda della signora Reggiani: violentata, massacrata, uccisa dalla furia omicida di un uomo senza scrupoli; o l’omicidio di Antonella Multari, accoltellata dall’ex fidanzato Luca Delfino, condannato a soli sedici anni e qualche mese. E di fronte a sentenze tanto vergognose, cresce lo sdegno e la sfiducia delle donne nella giustizia, la paura di non essere adeguatamente tutelate. Ma non è solo la legge a risultare lacunosa rispetto al delicato problema che affligge le donne. La questione è senz’altro culturale, un cancro diffuso nella società, che priva le donne della possibilità di condurre una vita normale, di camminare indisturbate per strada, di indossare ciò che preferiscono, e spesso di vivere la serenità della propria casa. Sì, perché, spesso è proprio la famiglia il luogo più pericoloso, è il proprio compagno il vero nemico. Allora non solo occorrono leggi che puniscano in maniera seria chi si macchia di tali, deplorevoli reati, di fondi per i centri antiviolenza, la cosa forse più importante è quella di educare le persone e soprattutto le nuove generazioni al rispetto e al biasimo verso la violenza, che mai e in nessun caso può colpire i più deboli.

(Fonte: Retesei.com, 26 gennaio 2009)

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Paura, esasperazione, autodifesa. Ciò che resta della giustizia

Ingiustizia è fatta. I reati sono in aumento e, rispetto al 2007, crescono proprio quelli che destano maggiore allarme sociale: le violenze sessuali (+19%) e i reati di pedofilia (+10%).

Emerge dai dati diffusi all'inaugurazione dell'Anno giudiziario. Un vero e proprio boom per gli stupri. Con una risposta insoddisfacente da parte della giustizia, anzi sconcertante per certi versi come la concessione degli arresti domiciliari allo stupratore dell'ultimo dell'anno e dei due romeni di Guidonia.
La nostra denuncia di due giorni fa di una preoccupante deriva buonista e della necessità di mettere mano alla riforma dei crimini di violenza sessuale è a questo punto urgente. È indispensabile non solo escludere gli arresti domiciliari ma recepire le legittime aspettative di sicurezza delle donne. Peraltro alcune giuriste eccellenti, tra le quali l'avvocato Stefania Guglielmi, impegnata tra le fila di una storica associazione femminile, hanno sostenuto un "rafforzamento" dell'art. 609 bis del codice penale, come modificato dalla legge del 1997, che così definisce il delitto di violenza sessuale: «chiunque (...) costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito ....». La forzatura dovrebbe essere nel senso di definire la violenza sessuale non come la violenza che chiunque può esercitare su qualunque altra persona, ma anche come la violenza dell'uomo sulla donna...

(Fonte: Alessandra Servidori, Il Tempo.it, 2 febbraio 2009 — leggi tutto)

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Violenza Rumena

Da alcune ricerche è emerso che gli Stranieri di nazionalita rumena sono al primo posto in Italia nel numero di denunce e arresti per omicidi volontari consumati, violenze sessuali, furti d'auto, rapine in abitazione, rapine in esercizi commerciali. In Italia è, in particolare, in testa la criminalita' di origine rumena insieme a quella marocchina e a quella albanese.
La criminalita' rumena ha fatto registrare la percentuale più alta sul totale degli stranieri denunciati nel 2006 per omicidio volontario, per le violenze sessuali, per furti di autovetture, per le rapine in abitazione, per il furto con destrezza, per le rapine negli esercizi commerciali, per le estorsioni e si e' classificata al secondo posto nei furti con strappo, nelle rapine 'in pubblica via' e nelle truffe e frodi informatiche, preceduta dal Marocco. Anche dal ministero dell'Interno sono state fatte delle considerazioni, in particolare territoriali. Con la sola eccezione del contrabbando, è stato rilevato che nelle regioni del Centro-Nord la quota di stranieri denunciati e' stata, di gran lunga, superiore a quella registrata nelle regioni del Mezzogiorno. Questo dato è sempre più in crescita. Nel 2006, infatti, ormai oltre un denunciato per omicidio su tre e' straniero. Per il Viminale e' importante sottolineare che la netta maggioranza di questi reati viene commessa da stranieri irregolari, mentre quelli regolari hanno un comportamento simile alla popolazione italiana, popolo rispettoso e pieno di valori;ciò non toglie che molti reati vengono commessi anche da stranieri con regolare permesso di soggiorno. Nella graduatoria tra i primi vi sono i reati di furto con destrezza, furto di automobile, furto in appartamento. Tra i secondi vi sono gli omicidi consumati e gli omicidi tentati, il contrabbando, le estorsioni, le lesioni dolose, la violenza sessuale, lo sfruttamento della prostituzione. Sul sito "Repubblica.it forum italo-romeno" è stato pubblicato un dialogo contro la violenza romena. Ci sono alcuni che sostengono che lo straniero, il musulmano, il romeno, sta diventando UN CAPRO ESPIATORIO per gli insuccessi e i fallimenti degli italiani a livello politico, sociale ed economico, per loro è solo una criminalizzazione del popolo Romeno. In questi giorni i media tradizionali stanno letteralmente FACENDO A PEZZI la credibilità e la dignità di un popolo, per colpa di qualche loro connazionale. E’ veramente deprimente che in TV e sui giornali si dia solo spazio ai Romeni violenti e criminali, e non si ricordi che molte delle badanti, baby sitter, per non parlare di muratori e operai, provengono da quella nazione e non hanno nulla a che vedere con alcuni delinquenti. Gli italiani, dal punto di vista di questi, stanno diventando sempre più xenofobi e razzisti. Molti altri la pensano diversamente: essi, infatti non ritengono che i fallimenti del nostro paese siano dovuti esclusivamente a loro. Nell'ultimo anno i reati commessi dai rumeni sono aumentati notevolmente ed è più che giusto che i media ne parlino per sensibilizzare e allertare sempre più il popolo italiano. Questi ultimi sostengono che i rumeni, in particolare, hanno comesso omicidi per futili motivi quali rapine per pochi soldi, stupri, violenze e maltrattamenti su anziani. In conclusione, la paura verso gli stranieri e il razzismo non è un pregiudizio a priori verso di loro ma è un atteggiamento di chiusura nei loro confronti dovuto al loro ostile comportamento verso il paese che li ospita. L'Italia sarebbe anche disposta a superare questo "muro", se solo vi fosse una collaborazione reciproca cosa che finora non è avvenuta nonostante la Romania nel 2007 sia entrata a far parte dell'unione europea.

(Fonte: blog Immigrazione rumena in Italia)

(Illustrazioni: Colette Calascione)

lunedì

L'Isola Bianca

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La gallery fotografica Snow in England (da «The Guardian»)

Moebius

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(Maurits Cornelis Escher, Striscia di Moebius, 1961)


Sogno una donna che sogna che mi invita a visitare il suo sogno. Mi offre pietanze e bevande deliziose. Facciamo l’amore. Tuttavia, a un certo momento, capisco che tutto è una trappola per trattenermi; adesso io sono il suo prigioniero. Mi lega e mi imbavaglia. Di repente mi ricordo di avere a disposizione il mio sogno, invariato e a portata di mano, che non sono obbligato a sottomettermi ai suoi capricci; taglio i legacci e fuggo. Ciò nonostante, quando arrivo nel mio sogno mi rendo conto che in quello di lei continuo a essere prigioniero. Intuisco che la soluzione è svegliarmi e farla finita una volta per tutte, ma la donna mi anticipa, e nel suo sogno si procura un revolver e mi uccide. Dico a me stesso che, per fortuna, sono al sicuro dentro il mio sogno, nel quale non posso morire, ma scopro, troppo tardi, che nessun risveglio sarà possibile.

Sergio Gaut vel Hartman, Moebius


Il sogno inevadibile di Sergio Gaut vel Hartman (tradotto dal suo blog
Químicamente impuro)

L'argentino Sergio Gaut vel Hartman: la rivista
«Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Sergio Gaut vel Hartman su Narcolessia delle giraffe