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venerdì

Il Sogno del Minotauro

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C’era il pasto, a scadenze regolari, ma durava un attimo e urlava di terrore.
Il resto del tempo del Minotauro, nella sua prigione-chiocciola, erano giorni infiniti, notti interminabili.
Lui si stordiva con i sogni.
Nei sogni del Minotauro i muri cadevano, i fili si spezzavano — nessuna regina si cambiava in vacca.

Una volta il Minotauro sognò un mondo senza mostri: guardava in basso e le braccia e le gambe non avevano più dita.
Zampe potenti e zoccoli.
Zoccoli per martellare il mondo.
Fece il suo ingresso fieramente, con spavalderia. Tutt’attorno mille teste e mille voci gridavano insulti, acclamazioni — applaudivano, benedicevano gli dèi e li bestemmiavano.
Non le ascoltava.
Assaporò il sole caldo sulla pelle, i riflessi dei raggi nello specchio sminuzzato della polvere. Galoppò con frenesia fino al centro esatto dell’anfiteatro. Si bloccò lì, respirò le costellazioni che si congiungevano sopra le sue corna, rese grazie al Cielo. Niente più rancori — niente più memoria. Il cuore gli scoppiava dalla gioia. Era bellissimo.
Poi d’improvviso, con la coda dell’occhio, vide un movimento.
E un bagliore di metallo.
E sentì un fuoco che gli incideva il dorso.
E annusò l’odore acre, disgustoso, del suo stesso sangue.
Di colpo, come in un secondo labirinto, si scoprì esausto, col corpo gonfio e avvelenato di ingiustizia.
Poi sfolgorò un Teseo vermiglio — che lui sapeva uguale a tutti gli altri, letale e ingannatore come tutti gli altri.
E allora — precisamente allora — il sogno del Minotauro terminò.


Stefano Valente, Il Sogno del Minotauro

Con questo racconto si apre un nuovo spazio della mente e della parola: vai a Il Sogno del Minotauro

lunedì

Da «L'Osservatore Romano»

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(Perugino, Consegna delle chiavi, 1481-1482)


Agli inizi della nostra Era, le chiavi di San Pietro andarono smarrite nei suburbi dell'Impero Romano. Si supplica la persona che le dovesse trovare di aver la bontà di restituirle immediatamente al Papa regnante, visto che da più di quindici secoli non è stato possibile forzare le porte del Regno dei Cieli con il grimaldello.


Juan José Arreola (1918-2001), De L'Osservatore

mercoledì

Quartiere pericoloso

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(Immagine: Justin Aerni)


Sei molto nervosa e affretti il passo guardando di sottecchi a entrambi i lati del vicolo... Ombre, mormorii, respiri soffocati e uno schiocco misterioso. Dietro le finestre intuisci varie paia d'occhi sbarrati. Decidi che questo quartiere è molto pericoloso e allora nascondi le tue quattro teste, riavvolgi la tua coda, apri le tue dieci paia d'ali e te ne vai via volando verso strade meglio illuminate.


Nina Femat, Barrio peligroso

(Tradotto da El callejón de la carne)

lunedì

Premonizione

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Seppe che sarebbe morta per colpa d'un proiettile vagante, il 12 di marzo di quello stesso anno, all'angolo tra Rosado e Manríquez. Seppe anche che i suoi tentativi per evitare quel luogo l'avrebbero condotta irrimediabilmente là, che nessuno l'avrebbe creduta e che supplicare aiuto o compassione per qualcosa che ancora non era successo sarebbe stato inutile, che il giubbotto in kevlar avrebbe finito per perdersi con la posta, che l'arma acquistata per difendersi si sarebbe inceppata, che il sonno le era negato nel tempo che mancava, che avrebbe smesso di mangiare e tutto le sarebbe sembrato macchiato di morte, una commedia crudele, e che il 12 di marzo, all'angolo tra Rosado e Manríquez, lei avrebbe accolto felice il proiettile, perché la tremenda attesa sarebbe giunta al suo termine.


José Luis Zárate, Premonición

(Tradotto dal blog dell'autore Cuenta atrás)

mercoledì

La giornata di Lea

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(Immagine: JennaOG)


Lei trovò uno spago appeso a un albero di pitangueira. Afferrò l'orlo del suo vestito fiorito di pizzi e fece un nodo. Attese un vento forte, di quelli rari. Spalancò le braccia. Si trasformò in carta multicolore d'aquilone e andò alla ricerca del palazzo di cristallo. Spinta dal vento, si perse in piroette, danzando su orme di storie raccontate dagli antenati.


Alexandre Semeraro de Alcântara Nogueira, O dia de Léa

(Tradotto dall'e-book Microcontos, minijóias)

venerdì

Cappella Sistina

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Dabbasso, uomini e donne estasiati davanti alla commovente prossimità delle due mani. Sopra, in realtà, Dio punta il Suo Santo indice contro Adamo, additandolo come l'essere più deludente della Creazione. Adamo, da parte sua, lo accusa sprezzante: "Non incolpare me. L'idea dell'a immagine e somiglianza è stata tua".


Virginia Hernández Reta, Capilla Sixtina

(Tradotto dal blog El callejón de la carne)

Il racconto del lupo mannaro

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(Immagine: Sleeping Windfish)


L’amico ed io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, particolarmente donne avvolte in bianchi sudari, l’aria si colma d’ombre verdognole e talvolta s’affumica d’un giallo sinistro, tutto c’è da temere, ogni erbetta ogni fronda ogni animale, una notte di luna. E quel che è peggio, essa ci costringe a rotolarci mugolando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pagliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti! Con cieca furia lo sbraneremmo, ammenoché egli non ci pungesse, più ratto di noi, con uno spillo. E, anche in questo caso, rimaniamo tutta la notte, e poi tutto il giorno, storditi e torpidi, come uscissimo da un incubo infamante. Insomma l’amico ed io non possiamo patire la luna. Ora avvenne che una notte di luna io sedessi in cucina, ch’è la stanza più riparata della casa, presso il focolare; porte e finestre avevo chiuso, battenti e sportelli, perché non penetrasse filo dei raggi che, fuori, empivano e facevano sospesa l’aria. E tuttavia sinistri movimenti si producevano entro di me, quando l’amico entrò all’improvviso recando in mano un grosso oggetto rotondo simile a una vescica di strutto, ma un po’ più brillante. Osservandola si vedeva che pulsava alquanto, come fanno certe lampade elettriche, e appariva percorsa da deboli correnti sottopelle, le quali suscitavano lievi riflessi madreperlacei simili a quelli di cui svariano le meduse. – Che è questo? – gridai, attratto mio malgrado da alcunché di magnetico e, dirò, nel comportamento della vescica. – Non vedi? Sono riuscito ad acchiapparla… – rispose l’amico guardandomi con un sorriso incerto. – La luna! – esclamai allora. L’amico annuì tacendo. Lo schifo ci soverchiava: la luna fra l’altro sudava un liquido giallino che gocciava di tra le dita dell’amico. Questi però non si decideva a deporla. – Oh mettila in quell’angolo – urlai, – troveremo il modo di ammazzarla! – No, – disse l’amico con improvvisa risoluzione, e prese a parlare in gran fretta, – ascoltami, io so che, abbandonata a se stessa, questa cosa schifosa farà di tutto per tornarsene in mezzo al cielo (a tormento nostro e di tanti altri); essa non può fare a meno, è come i palloncini dei fanciulli. E non cercherà davvero le uscite più facili, no, su sempre dritta, ciecamente e stupidamente: essa, la maligna che ci governa, c’è una forza irresistibile che regge anche lei. Dunque hai capito la mia idea: lasciamola andare qui sotto la cappa, e, se non ci libereremo di lei, ci libereremo del suo funesto splendore, giacché la fuliggine la farà nera quanto uno spazzacamino. In qualunque altro modo è inutile, non riusciremo ad ammazzarla, sarebbe come voler schiacciare una lacrima d’argento vivo. Così lasciammo andare la luna sotto la cappa; ed essa subito s’elevò colla rapidità d’un razzo e sparì nella gola del camino. – Oh, – disse l’amico – che sollievo! Quanto faticavo a tenerla giù, così viscida e grassa com’è! E ora speriamo bene; – e si guardava con disgusto le mani impiastricciate. Udimmo per un momento lassù un rovellio, dei flati sordi al pari di trulli, come quando si punge una vescica, persino dei sospiri: forse la luna, giunta alla strozzatura della gola, non poteva passare che a fatica, e ci sarebbe detto che sbuffasse. Forse comprimeva e sformava, per passare, il suo corpo molliccio; gocce di liquido sozzo cadevano friggendo nel fuoco, la cucina s’empiva di fumo, giacché la luna ostruiva il passaggio. Poi più nulla e la cappa prese a risucchiare il fumo. Ci precipitammo fuori. Un gelido vento spazzava il cielo terso, tute le stelle brillavano vivamente; e della luna non si scorgeva traccia. Evviva urràh, gridammo come invasati, è fatta! E ci abbracciavamo. Io poi fui preso da un dubbio: non poteva darsi che la luna fosse rimasta appiattata nella gola del mio camino? Ma l’amico mi rassicurò, non poteva essere, assolutamente no, e del resto m’accorsi che né lui né io avremmo avuto il coraggio d’andare a vedere; così ci abbandonammo, fuori, alla nostra gioia. Io, quando rimasi solo, bruciai sul fuoco, con grande circospezione, sostanze velenose, e quei suffumigi mi tranquillizzarono del tutto. Quella notte medesima, per gioia, andammo a rotolarci un po’ in un posto umido nel mio giardino, ma così, innocentemente e quasi per sfregio, non perché vi fossimo costretti. Per parecchi mesi la luna non ricomparve in cielo e noi eravamo liberi e leggeri. Liberi no, contenti e liberi dalle triste rabbie, ma non liberi. Giacché non è che non ci fosse nel cielo, lo sentivamo bene invece che c’era e ci guardava; solo era buia, nera, troppo fuligginosa per potersi vedere e poterci tormentare. Era come il sole nero e notturno che nei tempi antichi attraversava il cielo a ritroso, fra il tramonto e l’alba. Infatti, anche quella nostra misera gioia cessò presto; una notte la luna ricomparve. Era slabbrata e fumosa, cupa da non si dire, e si vedeva appena, forse solo l’amico ed io potevamo vederla, perché sapevamo che c’era; e ci guardava rabbuiata di lassù con aria di vendetta. Vedemmo allora quanto l’avesse danneggiata il suo passaggio forzato per la gola del camino; ma il vento degli spazi e la sua corsa stessa l’andavano gradatamente mondando della fuliggine, e il suo continuo volteggiare ne riplasmava il molle corpo. Per molto tempo apparve come quando esce da un eclisse, pure ogni giorno un po’ più chiara; finché ridivenne così, come ognuno può vederla, e noi abbiamo ripreso a rotolarci nei braghi. Ma non s’è vendicata, come sembrava volesse, in fondo è più buona di quanto non si crede, meno maligna più stupida, che so! Io per me propendo a credere che non ci abbia colpa in definitiva, che non sia colpa sua, che lei ci è obbligata tale e quale come noi, davvero propendo a crederlo. L’amico no, secondo lui non ci sono scuse che tengano. Ed ecco ad ogni modo perché io vi dico: contro la luna non c’è niente da fare.


Tommaso Landolfi (1908-1979), Il racconto del lupo mannaro — da Le più belle pagine di Tommaso Landolfi, a cura di Italo Calvino, Rizzoli 1982

giovedì

Effetti collaterali

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(Immagine: Pacifier)


Il piccolo era iperattivo.
Per avere un po' di pace in casa lo sedavano tutti i giorni.

Il bambino è cresciuto. Oggi va avanti a base di stimolanti.


Wilson Gorj, Colateral

(Tradotto dal blog dell'autore brasiliano: O muro e outras páginas)

Wilson Gorj su Narcolessia delle giraffe

L'e-book Contos de pouco fôlego

martedì

Le città e la memoria. 2

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(Immagine: Deyan Stefanov)


All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.


Italo Calvino, Le città e la memoria. 2., 1972 (da Le città invisibili, Mondadori 1993)

mercoledì

Le parole

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(Immagine: pointblankstudios)


Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.
E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico-e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle , al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro:tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.
Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un altra. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte - o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’ è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.


José Saramago, da Deste Mundo e do Outro, 1985

(Di questo mondo e degli altri, Einaudi 2006 — traduzione di Giulia Lanciani)

martedì

Le rovine circolari

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"And if he let off dreaming about you..."
Through the Looking-Glass, IV

Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime, nessuno vide la canoa di bambù incagliarsi nel fango sacro; ma pochi giorni dopo, nessuno ignorava che l'uomo taciturno veniva dal Sud e che la sua patria era uno degli infiniti villaggi che sono a monte del fiume, nel fianco violento della montagna, dove l'idioma Zend non è contaminato dal gerco, e dove la lebbra è infrequente. L'uomo grigio baciò il fango, montò sulla riva senza scostare (probabilmente senza sentire) i rovi che gli laceravano le carni, e si trasse melmoso e insanguinato fino al recinto circolare che corona una tigre o cavallo di pietra, che fu una volta del colore del fuoco ed è ora di quello della cenere. Questa rotonda è ciò che resta d'un tempio che antichi incendi divorarono, cui profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini. Lo straniero si stese ai piedi della statua. Si svegliò a giorno fatto. Constatò senza stupore che le ferite s'erano cicatrizzate; chiuse gli occhi pallidi e dormì, non per stanchezza della carne ma per determinazione della volontà. Sapeva che questo tempio era il luogo che conveniva al suo invincibile proposito; sapeva che gli alberi incessanti non erano riusciti a soffocare, più a valle, le rovine d'un altro tempio propizio, anch'esso di dèi incendiati e morti; sapeva che il suo obbligo immediato era il sonno. Verso la mezzanotte lo svegliò il grido inconsolabile d'un uccello. Orme di piedi nudi, alcune frutta e un bacile l'informarono che la gente del luogo aveva spiato con rispetto il suo sonno e sollecitava la sua protezione, o temeva la sua magia. Sentì il freddo della paura e cercò nella muraglia dilapidata una nicchia sepolcrale, si coprì con foglie sconosciute.
Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà. Questo progetto magico aveva esaurito l'intero spazio della sua anima; se alcuno gli avesse chiesto il suo nome, o un tratto qualunque della sua vita anteriore, non avrebbe saputo rispondere. Gli conveniva il tempio disabitato e rotto, perché era un minimo di mondo visibile; anche gli conveniva la vicinanza dei contadini, perché s'incaricavano di sovvenire ai suoi bisogni frugali. Il riso e le frutta del loro tributo erano pascolo sufficiente al suo corpo, consacrato all'unico compito di dormire e di sognare.
Al principio i sogni furono caotici; poco dopo, di natura dialettica. Lo straniero si sognava nel centro di un anfiteatro circolare che era in qualche modo il tempio incendiato; nubi di alunni taciturni ne appesantivano i gradini; i volti degli ultimi si perdevano a molti secoli di distanza e ad un'altezza stellare, ma erano del tutto precisi. L'uomo dettava lezioni d'anatomia, di cosmografia, di magia: quei volti ascoltavano con ansietà e procuravano di rispondere con senno, come se indovinassero l'importanza di quell'esame, che avrebbe riscattato uno di loro dalla condizione di vana apparenza, e l'avrebbe interpolato nel mondo reale. Nel sogno o più tardi, da sveglio, l'uomo considerava le risposte dei suoi fantasmi, non si lasciava ingannare dagli impostori, indovinava in certe perplessità un'intelligenza crescente. Cercava un'anima che meritasse di partecipare all'universo.
Dopo nove o dieci notti comprese che non poteva sperare in quegli alunni che accettavano passivamente la sua dottrina, ma sì in quelli che arrischiavano, a volte, una contraddizione ragionevole. I primi, sebbene degni di amore e di buon affetto, non potevano aspirare alla condizione di individuo; gli altri preesistavano un poco di più. Un pomeriggio (ormai anche i pomeriggi erano tributari del sonno, ormai non vegliava che un paio d'ore al mattino) congedò per sempre il vasto collegio illusorio e restò con un solo alunno. Era un ragazzo taciturno, melanconico, discolo qualche volta, dai tratti affilati che ripetevano quelli del suo sognatore. La brusca eliminazione dei suoi condiscepoli non lo scncertò troppo a lungo; dopo poche lezioni, i suoi progressi già meravigliavano il maestro. Ma ecco, sopravvenne la catastrofe. Un giorno, l'uomo emerse dal sonno come da un deserto viscoso, guardò la luce vana d'un tramonto che prese per un'aurora, comprese di non aver sognato. Tutta quella notte e tutto il giorno seguente la lucidità intollerabile dell'insonnia s'abbatté su di lui. Volle esplorare la selva, estenuarsi; ma poté appena, tra la cicuta, dormire pochi frammenti di sonno debole, fugacemente trasversati da visioni di tipo rudimentale: inservibili. Volle convocare il collegio, ma aveva appena articolato poche parole d'esortazione che quello si deformò, si cancellò. Nella veglia quasi perpetua, lagrime di rabbia bruciavano i suoi vecchi occhi.


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Comprese che l'impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui si compongono i sogni è il più arduo che possa assumere un uomo, anche se penetri tutti gli enigmi dell'ordine superiore e dell'inferiore: molto più arduo che tessere una corda di sabbia o monetare il vento senza volto. Comprese che un insuccesso iniziale era inevitabile. Giurò di dimenticare l'enorme allucinazione che l'aveva sviato al principio, e cercò un altro metodo di lavoro. Prima di applicarlo, dedicò un mese al recupero delle forze che aveva sprecato nel delirio. Non premeditò più di sognare, e quasi immediatamente gli riuscì di dormire per un tratto ragionevole del giorno. Le rare volte che sognò durante questo periodo, non fece attenzione ai suoi sogni. Per riprendere l'impresa, aspettò che il disco della luna fosse perfetto. allora, di sera, si purificò nelle acque del fiume, adorò gli dèi planetari, pronunciò le sillabe lecite d'un nome poderoso e dormì. Quasi subito, sognò un cuore che palpitava.
Lo sognò attivo, caldo, segreto, della grandezza d'un pugno serrato, color granata nella penombra d'un corpo umano ancora senza volto né sesso; con minuzioso amore lo sognò, durante quattordici lucide notti. Ogni notte lo percepiva con maggiore evidenza. Non lo toccava: si limitava ad esserne testimone, a osservarlo, talvolta a correggerlo con lo sguardo. Lo percepiva, lo viveva, da molte distanze e sotto molti angoli. La quattordicesima notte sfiorò con l'indice l'arteria polmonare e poi tutto il cuore, di fuori e di dentro. L'esame lo soddisfece. Deliberatamente non sognò durante tutta una notte; poi riprese il cuore, invocò il nome di un pianeta e passò alla visione d'un altro degli organi principali. In meno d'un anno giunse allo scheletro, alle palpebre. La capigliatura innumerevole fu forse il compito più difficile. Sognò un uomo intero, un giovane, che però non si levava, né parlava, né poteva aprire gli occhi. Per notti e notti continuò a sognarlo addormentato.
Nelle cosmogonie gnostiche, i demiurghi impastano un rosso Adamo che non riesce ad alzarsi in piedi; così inabile, rozzo ed elementare come quest'Adamo di polvere, era l'Adamo di sogno che le notti del mago avevano fabbricato. Una sera, l'uomo fu quasi per distruggere tutta l'opera, ma si pentì. (Più gli sarebbe valso distruggerla). Fatto ogni voto ai numi della terra e del fiume, si gettò ai piedi dell'effigie che era forse una tigre o forse un cavallo, e implorò il suo sconosciuto soccorso. Sul crepuscolo dello stesso giorno, sognò questa statua. La sognò viva, tremula; non era un atroce bastardo di cavallo e di tigre, ma queste due veementi creature ad un tempo, e anche un toro, una rosa, una tempesta. Questo molteplice iddio gli rivelò che il suo nome era Fuoco, che in quel tempio circolare (e in altri eguali) gli erano stati offerti i sacrifici e reso il culto, e che magicamente avrebbe animato il fantasma sognato, in modo che tutte le creature, eccetto il Fuoco stesso e il creatore, l'avrebbero creduto un uomo di carne e di ossa. Gli ordinò di inviarlo, una volta istruitolo nei riti, nell'altro tempio in rovina le cui torri sussistevano più a valle, affinché una voce tornasse a glorificare il fuoco in quell'edificio deserto. Nel sonno dell'uomo che lo sognava, il sognato si svegliò.
Il mago eseguì gli ordini. Dedicò qualche tempo (e furono finalmente due anni) a scoprirgli gli arcani dell'universo e del culto del fuoco. Nell'intimo, gli doleva di separarsi da lui. Col pretesto della necessità pedagogica, allungava ogni giorno le ore dedicate al sonno. Rifece anche l'omero destro, forse mal riuscito. A volte, l'inquietava un'impressione che tutto quello fosse già avvenuto... In complesso, i suoi giorni erano felici; chiudendo gli occhi pensava: "Ora starò con mio figlio". O, più di rado: "Il figlio che ho generato m'aspetta, e non esisterà se non vado".
Gradualmente, lo venne avvezzando alla realtà. Una volta gli comandò di imbandierare una cima lontana. Il giorno dopo, sul monte, fiammeggiava la bandiera. Tentò altri esperimenti di questo genere, ogni volta più audaci. Comprese con una certa amarezza che suo figlio era pronto per nascere. Quella stessa notte, per la prima volta, lo baciò, e lo inviò all'altro tempio, le cui vestigia biancheggiavano a valle, a molte leghe di selva inestricabile e di acquitrini. Prima (perché non sapesse mai che era un fantasma, perché si credesse un uomo come gli altri) gl'infuse l'oblivio totale dei suoi anni di apprendistato.


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La sua vittoria e la sua pace non furono senza melanconia. All'alba e al tramonto si prosternava dinanzi alla figura di pietra, pensando forse che il suo figlio irreale stesse eseguendo riti identici, in altre rovine circolari, più a valle; la notte non sognava, o sognava come gli altri uomini. Percepiva un poco impalliditi i suoni e le forme del'universo: il figlio assente si nutriva di queste diminuzioni della sua anima. Lo scopo della sua vita era raggiunto; continuava a vivere in una specie d'estasi. Dopo un certo tempo che alcuni narratori della sua storia preferiscono di computare in anni, altri in lustri, lo svegliarono a mezzanotte due rematori; non ne vide i volti, ma gli parlarono di un uomo magico, in un tempio del Nord, capace di camminare nel fuoco senza bruciarsi. Il mago ricordò bruscamente le parole del dio. Ricordò che di tutte le creature che compongono l'orbe, il fuoco era l'unica a sapere che suo figlio era un fantasma. Questo ricordo, tranquillante al principio, finì per tormentarlo. Temette che suo figlio meditasse su questo strano privilegio e scoprisse in qualche modo la sua condizione di mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altr'uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine! A ogni padre interessano i figli che ha procreato (che ha permesso) in una mera confusione o felicità; è naturale che il mago temesse per l'avvenire di quel figlio, pensato viscere per viscere e lineamento per lineamento, in mille e una notte segrete.
Il termine del suo rimuginare fu brusco, ma lo precedettero alcuni segni. Primo (dopo una lunga siccità) una remota nube sopra un colle, leggera come un uccello; poi, verso sud, un cielo rosa come la gengiva del leopardo; poi le fumate, che arrugginirono il metallo delle notti; infine la fuga impazzita delle bestie. Poiché si ripete ciò che era già accaduto nei secoli. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un'alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l'incendio concentrico. Pensò, un istante, di rifugiarsi nell'acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.



Jorge Luis Borges, Las ruinas circulares (in El jardín de senderos que se bifurcan, 1941Finzioni, Einaudi 1961)

lunedì

Borges — The Mirror Man

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Jorge Luis Borges (1899-1986) e la sua opera.

Un documentario di Philippe Molines.

giovedì

Controllo

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A Euge, che mi ha dato l'idea

— Se potessi controllare i miei sogni sognerei Angelina Jolie.
— Sì, e lei vorrebbe sognare te. Vattene a dormire nonno, che domani compi 207 anni. — Mi allontanai schifato dal vecchio, che sembrava avere solo trentacinque o quarant'anni, borbottando contro gli scienziati che si impegnano a prolungare la vita oltre il ragionevole. Chi sarà mai Angelina Jolie?


Sergio Gaut vel Hartman, Control

(Testo tradotto dal blog dell'autore Químicamente impuro)

L'argentino Sergio Gaut vel Hartman: la rivista
«Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Sergio Gaut vel Hartman su Narcolessia delle giraffe

lunedì

Ultime volontà

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(Immagine: Amyko)


Dopo aver vissuto 969 anni, Matusalemme alla fine agonizzava. Accanto a sé non aveva nessun essere caro, poiché tutti erano morti da parecchi secoli. La serva anonima, che gli prestava umilmente le ultime cure, aveva cominciato a fingersi sorda quando Matusalemme le aveva confessato che la sua ultima volontà era di scrivere le memorie della sua vita.


Alejandro Ramírez Giraldo, Última voluntad

(Traduzione dal blog dell'autore colombiano, Cuentos cortos)

Alejandro Ramírez Giraldo su Narcolessia delle giraffe

venerdì

Come fu che il leopardo si procurò le macchie

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Nei giorni in cui tutto ebbe inizio, Tesoro Mio, il Leopardo abitava in un luogo chiamato «Prateria Alta». Ricorda, non la «Prateria Bassa» o la «Prateria Selvaggia» e nemmeno la «Prateria Brulla», ma la calda, spoglia e luminosa Prateria Alta, dove vi era esclusivamente sabbia, roccia color della sabbia e ciuffi di erba giallognola-rossiccia. Lì vivevano anche la Giraffa, la Zebra, l'Antilope, il Cudù e l'Antilope sudafricana. Ed erano tutti dello stesso colore marroncino-giallo-rossiccio. Ma il più marroncino-giallognolo-rossiccio di tutti era il Leopardo: un grande felino il cui pelo si mimetizzava perfettamente con l'unico colore marroncino-giallognolo-grigiastro della Prateria Alta. E questo era un bel guaio per la Giraffa, la Zebra e tutti gli altri, perché il Leopardo si appostava dietro a una roccia o a un ciuffo d'erba marroncino-giallognolo-grigiastro e, non appena la Giraffa o la Zebra o l'Antilope o il Cudù o il Cervo o il Camoscio passavano nei pressi, li sorprendeva con un balzo e li azzannava. E non c'era proprio via di scampo! C'era anche un Etiope con archi e frecce (allora era un uomo dal colorito giallognolo-marroncino-grigiastro), che viveva nella Prateria Alta col Leopardo. I due andavano sempre a caccia insieme, l'Etiope con i suoi archi e le sue frecce, e il Leopardo unicamente con i suoi artigli e i suoi denti ... tanto che la Giraffa, l'Antilope, il Cudù, la Quagga e tutti gli altri animali non sapevano più dove rifugiarsi, Tesoro Mio. Proprio non lo sapevano!

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Molto tempo dopo - allora le cose restavano immutate per lungo tempo - gli animali trovarono il modo per sfuggire a tutto ciò che somigliava a un Leopardo o a un Etiope. E uno alla volta, la Giraffa per prima perché aveva le zampe più lunghe, abbandonarono la Prateria Alta. Fuggirono per giorni e giorni, finché non giunsero a una grande foresta, ricca di alberi, cespugli e strane ombre a quadri, a righe e a macchie, e lì si nascosero. Col trascorrere dei giorni, chi esponendosi per metà alla luce del sole e per metà all'ombra, chi lasciandosi scivolare addosso le ombre proiettate dagli alberi, i nostri animali si trasformarono. E così la Giraffa divenne a chiazze, la Zebra a strisce, il manto dell'Antilope e del Cudù si scurì e si coprì di piccole linee ondulate sul dorso, come quelle della corteccia su un tronco di albero. In questo modo, anche se si poteva udirli e fiutarli, difficilmente li si riusciva a vedere, e solo se si sapeva con precisione in che punto guardare. Essi vivevano felici e beati nelle ombre a chiazze e strisce della foresta, mentre il Leopardo e l'Etiope continuavano a correre di qua e di là nella loro rossiccia-giallognola-oro-rossiccia-giallognola-grigiastra Prateria Alta, domandandosi dove fossero finite tutte le loro colazioni, i loro pranzi e le loro merende. Erano a tal punto affamati che finirono col mangiare ratti, scarafaggi e iraci; e così venne a tutti e due il grande Mal-di-Pancia. Fu allora che incontrarono Baviaan, il Babbuino dalla testa di cane, che abbaia, e che è considerato l'Animale Più Saggio di tutto il Sudafrica. Il Leopardo chiese a Baviaan (ed era una giornata davvero calda!): "Dov'è andata tutta la selvaggina?" Baviaan sogghignò, poiché lui lo sapeva. Allora l'Etiope domandò: "Mi sai dire qual' è l'attuale habitat della Fauna aborigena?" (che era la stessa cosa, ma l'Etiope usava sempre gran paroloni, era un adulto lui!) E Baviaan ghignò di nuovo: lui sì che lo sapeva. Poi rispose: "La selvaggina si è data alla macchia e, se vuoi un consiglio, Leopardo, datti alla macchia anche tu senza indugio". "Tutto ciò è molto interessante," replicò l'Etiope "ma io vorrei sapere dove è migrata la Fauna aborigena." Allora Baviaan spiegò: "La Fauna aborigena ha raggiunto la Flora aborigena perché era giunta l'ora di un cambiamento e, se vuoi un consiglio, Etiope, fa in modo di cambiare anche tu quanto prima." La risposta di Baviaan lasciò il Leopardo e l'Etiope piuttosto perplessi; tuttavia decisero di partire alla ricerca della Flora aborigena.

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Finalmente, dopo lunghi giorni, avvistarono una grande e fitta foresta, i cui alberi erano tutti immersi in strane ombre a chiazze, a pallini, a spruzzi, a strisce, a righe e a diagonali. (Prova a ripeterlo ad alta voce e vedrai come doveva essere piena di ombre quella foresta!) "Che razza di posto è questo, tutto buio e allo stesso tempo inondato di fasci di luce?", disse il Leopardo. "Non lo so, disse l'Etiope, ma dev'essere la Flora aborigena. Sento l'odore della Giraffa e la sento muoversi, ma non riesco a vederla." "È curioso", - replicò il Leopardo - "suppongo che sia dovuto al fatto che veniamo dalla luce abbagliante del sole. Io sento l'odore della Zebra e la sento muoversi, ma non riesco a vederla." "Aspetta un attimo," - disse l'Etiope - "forse ci siamo scordati come sono fatte, è da tanto tempo che non diamo loro la caccia!" "Sciocchezze!" - disse il Leopardo - "me le ricordo perfettamente, come erano nella Prateria Alta, e soprattutto ricordo bene il sapore delle loro ossa. La Giraffa è alta circa cinque metri e ha un pelo tutto giallo-oro-fulvo, dalla testa ai piedi, e la Zebra è alta circa un metro e trenta ed è tutta ricoperta di un manto grigio-fulvo." "Hmm," - disse l'Etiope guardando le ombre a chiazze della foresta aborigena - "se così fosse, in un posto così buio, le si dovrebbe vedere come banane mature in un affumicatoio". Ma non si vedevano affatto. Il Leopardo e l'Etiope cacciarono tutto il giorno e, benché sentissero il rumore e l'odore degli animali, non riuscirono a vederne nessuno. "Per l'amor di Dio" - disse il Leopardo all'ora di merenda - "è proprio una vergogna: abbiamo cacciato tutto il giorno senza alcun risultato. Proviamo ad aspettare che faccia buio!" Così attesero pazienti il calare della notte e, a un certo punto, il Leopardo udì accanto a sé un respirare profondo e vide, nel chiarore stellare, qualcosa tutto a strisce precipitare in mezzo ai rami. Il rumore lo fece sobbalzare: sentì l'odore della Zebra, ebbe l'impressione di toccare la Zebra e, quando la atterrò, riconobbe i calci della Zebra, ma non riusciva a vederla. Allora disse: "Non ti muovere, corpo senza forma! Starò seduto sulla tua testa fin quando farà giorno, perché qui c'è qualcosa che non mi convince."

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Di lì a poco udì un grugnito, uno schianto e un parapiglia, e poi sentì l'Etiope gridare: "Ho acchiappato qualcosa che non vedo: ha l'odore della Giraffa e mena calci come la Giraffa, ma non ha alcuna forma." "Non fidarti!" - lo ammonì il Leopardo - "Fa come me. Siediti sulla sua testa finché non farà giorno. Sono tutti senza forma, questi strani esseri!" E così si tennero saldamente seduti sulle loro prede fino a che non fu giorno fatto. Allora il Leopardo disse: "Allora, cosa hai lì sotto, Fratello?" L'Etiope si grattò la testa e rispose: "Sembrerebbe un essere dal folto pelo fulvo-arancio, dalla testa ai piedi, e sembrerebbe essere la Giraffa, ma è tutta coperta di macchie castane. E tu, cos'hai sotto i tuoi artigli?" Il Leopardo si grattò la testa e disse: "Ha l'aria di essere qualcosa completamente fulvo-grigiastro e dovrebbe essere la Zebra, ma è tutta coperta di strisce nere e violacee. Che cosa diavolo ti sei combinata, Zebra? Lo sai che nella Prateria Alta potevo avvistarti a dieci miglia di distanza? Ora sei completamente senza forma." "Lo so," - rispose la Zebra - "ma qui non siamo nella Prateria Alta, non capisci?" "Ora sì che ho capito, ma tutto ieri ho faticato a raccapezzarmi. Come hai fatto?" "Lascia la presa," - disse la Zebra - "e te lo mostreremo." I due liberarono la Zebra e la Giraffa. Allora la Zebra andò verso dei cespugli spinosi, dove la luce filtrava tutta a strisce e la Giraffa si avvicinò a degli alberi piuttosto alti, le cui ombre ricadevano a chiazze. "Adesso guarda come si fa." - dissero la Zebra e la Giraffa - "Un-due-tre! La vostra colazione dov'è?" Il Leopardo sgranò gli occhi, e l'Etiope pure, ma non riuscivano a vedere altro che ombre a chiazze e a strisce nella foresta. Della Zebra e della Giraffa nessuna traccia. Se l'erano svignata e si erano nascoste nelle ombre della foresta. "Ehi, ehi!" - disse l'Etiope - "questo sì che è un bello scherzo. Impara la lezione, Leopardo. In questo buio ti si vede come un pezzo di sapone dentro a una secchia per il carbone." "Oh, oh!" - disse il Leopardo - "Ti sorprenderebbe alquanto sapere che in questa oscurità sembri un semino di senape in mezzo a tanti pezzi di carbone?" "Basta, insultandoci non ci procureremo da mangiare. Il problema è che non siamo affatto intonati a questo sfondo. Seguirò il consiglio di Baviaan. Mi ha detto che devo cambiare e, poiché l'unica cosa che posso cambiare è il colore della mia pelle, cambierò quella." "Come?" - chiese il Leopardo con grande eccitazione. "Mi farò di un bel colore marroncino-nerastro, con un po' di porpora e qualche tocco di blu ardesia. Sarà proprio quello che ci vuole per nascondersi dentro le cavità e dietro agli alberi". E così, in un attimo, si cambiò il colore della pelle.

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Il Leopardo era più che mai eccitato, perché non gli era mai capitato prima di allora di vedere un uomo cambiar colore. "E io che faccio?" - disse infine, una volta che l'Etiope ebbe completato la sua opera, trasformando il suo ultimo mignolo in un beldito nero. "Segui anche tu il consiglio di Baviaan. Ti ha suggerito di darti allamacchia." "Ma l'ho già fatto, mi sono messo in cammino senza indugio. Sono venuto fin qui insieme a te, e guarda cosa ci ho guadagnato." "Oh, ma cos'hai capito?" - l'Etiope scosse la testa - "Baviaan non intendeva dire di rifugiarti in qualche altra regione del Sudafrica. Con 'darti alla macchia' intendeva dire procurarti le macchie sul tuo manto." "E a cosa mi servono?" chiese il Leopardo. "Pensa alla Giraffa," - disse l'Etiope - "oppure, se preferisci le strisce, pensa alla Zebra. Loro sembrano perfettamente soddisfatte delle loro macchie e delle loro strisce" "Hmm..." - disse il Leopardo - "non vorrei proprio somigliare a una Giraffa, per nulla al mondo!" "Beh, deciditi!" - disse l'Etiope - "perché mi seccherebbe andare a caccia senza di te, ma sarò costretto a farlo se tu insisti nel voler sembrare un girasole sullo sfondo di uno steccato spalmato di catrame." "D'accordo, allora mi farò le macchie" - disse il Leopardo - "ma non farmele troppo grossolane. Non voglio proprio somigliare a una giraffa." "Te le farò con la punta delle mie dita." - soggiunse l'Etiope - "C'è rimasto ancora abbastanza nero sulla mia pelle. Non muoverti!" Così l'Etiope avvicinò le sue cinque dita (c'era rimasto ancora nero a sufficienza sulla sua nuova pelle) e le premette su tutto il manto del Leopardo e là dove le cinque dita si appoggiavano lasciavano cinque piccole impronte nere, una vicina all'altra. Puoi vederle chiaramente sul manto di qualsiasi Leopardo, Tesoro Mio. A volte le dita scivolavano un po' e allora le macchie erano un pò sbavate; ma se tu ora guardi bene da vicino qualsiasi Leopardo, vedrai che ci sono sempre cinque macchie, il segno di cinque grossi polpastrelli neri. "Ora sei una meraviglia!" - esclamò l'Etiope - "Puoi startene sdraiato sul nudo terreno e sembrare un mucchio di sassi. Puoi sdraiarti sulle rocce spoglie e sembrare un ciottolo multicolore. Puoi stenderti su un ramo frondoso e sembrare la luce del sole che filtra in mezzo alle foglie. Oppure puoi sdraiarti proprio nel mezzo di un sentiero e non sembrare proprio niente. Pensa a tutto questo e fai le fusa!" "Ma se io sono tutte queste cose," - dichiarò il Leopardo - "perché non ti sei fatto anche tu le macchie?" "Oh, il semplice nero è la cosa migliore per un uomo di colore." - rispose l'Etiope - "E adesso muoviti, vediamo se possiamo saldare i conti con il signor Un-Due-Tre-La-Vostra-Colazione-Dov'è!" Così se ne andarono e da quel momento vissero felici e contenti, Tesoro Mio. E qui finisce la storia.

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Oh, certamente, ti capiterà di sentire qualche grande chiedere: "Può l'Etiope cambiarsi la pelle o il Leopardo le macchie?" Non penso che gli adulti continuerebbero a porsi una domanda così sciocca se il Leopardo e l'Etiope non l'avessero già fatto una volta, non credi? Ma non succederà un'altra volta, Tesoro Mio. Loro sono soddisfatti di essere così come sono. Io sono il Baviaan più saggio, che conosce le più sagge canzoni, "Immergiamoci nel paesaggio, solo noi due, noi due soli" Son venuti in carrozza a chiamarmi. Ma la mamma non è qui.... Sì, vengo anch'io se mi porti con te. La tata ha detto di sì Andiamo fino al porcile e sediamoci nell'aia, sullo steccato! Parliamo ai coniglietti e guardiamo il loro correre agitato! Facciamo... oh, qualsiasi cosa, papà, purché siamo io e te, Andiamo ad esplorare qua e là, stiamo a zonzo fino all'ora del tè! Eccoti gli stivali, te li ho portati, ecco il cappello e il bastone, qui c'è la pipa con il tuo tabacco. Svelto, esci! Ho aperto il portone.

Rudyard Kipling (1865-1936), How the Leopard Got His Spots (da Just So Stories for Little Children, 1902)

(Immagini: Nick Brandt)

giovedì

Stirpe

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(Immagine: Sheena Thunderchild)


Ti ha impaurito la mia condizione tricefala, l'ho notato dalla tua espressione; convinto dei racconti, hai estratto la spada dalla pietra e con un taglio netto e esperto mi hai privato di una testa. Ti sei preparato per spiccare la seconda e ti sei sentito perso quando hai visto che dal primo incavo mi andavano crescendo altre tre teste. Non c'è bisogno d'essere dei matematici per capire che non ti conveniva insistere nella tua mania escissoria. Io ho voluto tranquilizzarti, spiegarti che mai mi avresti fatto danno, che ognuna delle mie testa pensa a te notte e giorno con caparbietà d'amore, ma non c'è stato modo: sei scoppiato in un pianto di terrore e sei corso a rifugiarti nelle braccia e nella testa unica di una donna normale, il cui albero genealogico è sprovvisto di stravaganti animali mitologici.


Gilda Manso, Estirpe

(Tradotto dal blog dell'autrice argentina El arcángel mirón)

Gilda Manso su Narcolessia delle giraffe

mercoledì

Nineteen Eighty-Four

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8 giugno 1949: viene pubblicato il romanzo Nineteen Eighty-Four di George Orwell.

Alcune sequenze dal film Orwell 1984 di Michael Radford

lunedì

Il Comandante

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(Immagine: Ekin Buyuksahin)


Era maestro nel fare aeroplanini di carta. Molti di essi volavano alto e, fra i sospiri, atterravano dall'altro lato del muro.
Un bel giorno il Comandante sparì.
I sorveglianti non furono in grado di spiegare come fosse fuggito.
Gli altri ospiti del manicomio giurano che se ne sia andato su di un aeroplanino di carta.


Wilson Gorj, O Comandante

(Tradotto dal blog dell'autore brasiliano: O muro e outras páginas)

Wilson Gorj su Narcolessia delle giraffe

venerdì

Suicida

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Decido di porre fine alla mia vita per stanchezza, sazietà, io in eccesso che vogliono detronizzare il vero io. Esco sul terrazzo: sopra ci sono luna, stelle, gemme, le fusa degli aerei e le nuvole; sotto il rumore, le luci delle macchine, molto lontano come in un subuniverso inesplorato. Mi arrampico sul cornicione, faccio un passo, un altro, continuo camminando nell'aria e a ogni passo cade uno dei miei io, plana compiendo circoli, si incarna nel corpo di un cittadino in più, formica frettolosa nel rumore randagio della notte. Quando arrivo a metà del tragitto sono soltanto io, sudo molto. Alzo la testa e ti scopro: anche tu hai camminato fino a qui dal tuo terrazzo, sei ringiovanita, più trasparente, e già spogliata dei tuoi altri io. Mi guardi sorridente, increspi le labbra e mi tiri un sonoro manrovescio. Cado.


Ricardo Bernal, Suicida

Il messicano Ricardo Bernal su Narcolessia delle giraffe

mercoledì

Kafkiana

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Kafkiana

Jorge Luis Borges correva tra le dune di un deserto, nella pioggia. Aveva l’impressione di essere inseguito da un alfiere, ma non riusciva a ricordare le leggi degli scacchi, se mai le avesse conosciute. Sognava finali perduti, e temeva di svegliarsi tramutato in un insetto mostruoso con tante zampe, ridicolmente minuscole, ribaltato sul duro del suo dorso. Nel sogno non si chiamava Borges, ma Gregor Samsa. Non c’è via d’uscita, mugugnò; era una situazione kafkiana, senza dubbio. Decise di continuare a correre e di affidarsi al Caso.



Non era il suo turno

Gregor Samsa si risvegliò trasformato in un mostruoso dinosauro. Ma non era da solo. In un angolo della camera da letto, indifferenti a tutto, Borges, Kafka e Monterroso discutevano sopra fantasia, eternità e scarafaggi. Samsa riprese fiato sollevato, rendendosi conto di essere soltanto un sogno di quegli scrittori, e ritornò a dormire.


Sergio Gaut vel Hartman, Kafkiana e No era su turno



Ahhhh, Kafka

Quando mi sono svegliato stamattina ho scoperto che mi ero trasformato in un insetto mostruoso. Ma mi sono sentito meglio quando ho guardato da una parte e ho veduto che mia moglie era diventata un insignificante scarafaggio. Non ci siamo neanche guardati, ciascuno di noi è uscito a cercarsi un angolino tranquillo dove poter vivere.


Alejandro Ramírez Giraldo, Ahhhh, Kafka


(Nell'anniversario della morte di Franz Kafka tre lampi letterari dell’argentino Sergio Gaut vel Hartman e del colombiano Alejandro Ramírez Giraldo — tradotti dal blog Químicamente impuro)

Sergio Gaut vel Hartman: la rivista «Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Alejandro Ramírez Giraldo: Cuentos cortos