venerdì

Sports Illustrated

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Tre (false) copertine per «Sports Illustrated» dalla Saatchi & Saatchi sudafricana (fonte: Deadspin.com)

Fainéants d'Italie

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«I deputati italiani battono tutti i records nella capitale dell’Alsazia: sono i più pagati, i meno presenti e i più distratti.

Secondo Jas Gawronsky, eurodeputato italiano (PPE) per cinque legislature, un terzo dei suoi colleghi “sono dei fannulloni che farebbero meglio a non farsi eleggere”: “Non seguono i lavori, non capiscono niente e compromettono l’immagine dell’istituzione. Molti di loro viaggiano a spese dei contribuenti per scopi privati”.

Fino a quest’anno lo stipendio annuale di un eurodeputato italiano arrivava fino a 150.000 euro lordi. Contro gli 84.000 di un deputato tedesco o britannico, 63.000 di un francese. A questi si aggiungono i rimborsi per le spese di viaggio, di segreteria, di alloggio, di telefono, assunzione di assistenti parlamentari e altro: tra stipendi e rimborsi spese alcuni parlamentari percepirebbero 40.000 euro al mese.

Una perdita netta del 40%

Questa situazione dovrebbe cambiare con la nuova legislatura. Gli stipendi saranno uniformati. Cosa che si tradurrà in una perdita netta dell’ordine del 40% per gli Italiani. Le spese saranno rimborsate solo se con ricevute.

Gli Italiani non brillano neanche per assiduità. Secondo l’Università di Duisburg, il tasso di presenza raggiunge il 69%. Fanno meglio i Francesi con l’ 82% e i Belgi con il 90%. L’ex leader comunista Achille Occhetto, eletto nel 2004, non ci ha mai messo piede. Sarà probabilmente anche il caso di Berlusconi.

Un buon terzo dei deputati che vengono a Strasburgo non partecipa attivamente ai lavori. Durante l’attuale legislatura, 61 dei 78 deputati uscenti non hanno presentato alcuna proposta di legge e 17 non hanno mai preso la parola. Secondo il settimanale L’Espresso, il più assiduo, con il 97,2% di presenza, è stato il deputato della SVP sud-tirolese Sepp Kusstatscher. Per quanto la cosa non lo renda più famoso .

Altra pratica condannabile: prendere Stasburgo per una zona di transito. La metà degli eurodeputati italiani del 2004 ha fatto i bagagli per partecipare alle elezioni del 2006 e del 2008 in Italia. È il tasso d’abbandono più elevato dell’Assemblea. I francesi, con undici defezioni, arrivano secondi. In compenso, 92 eletti tedeschi su 99 e 74 dei 78 Britannici sono rimasti fedeli al loro mandato europeo.

Almeno questi parlamentari rinunciano ai vantaggi legati ai contributi pensionistici. Come il giornalista Michele Santoro, soprannominato l’UFO di Strasburgo. Appena reintegrato dalla RAI ha lasciato l’Emiciclo. Lilli Gruber, famosa presentatrice televisiva, eletta nel 2004, è stata la più perseverante. È dopo ben quattro anni di mandato che ha deciso di mettere fine alla sua esperienza di “giornalista prestata alla politica” per assumere la direzione di una trasmissione di attualità su una rete privata italiana.»

Richard Heuzé, Les 72 eurodéputés «fainéants» de Strasbourg («Le Figaro», 28 maggio 2009)

(Traduzione tratta da
Italia dall'estero.info)

Fotografia — Portfolio del mese

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Inutilità dei ponti

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(Foto: Aurelio Asiain)


Alla fine costruirono il ponte che avrebbe unito i due villaggi.
Una mattina, al centro della strada di pietra, apparve il cadavere di un uomo. Nessuno lo conosceva, ma quelli del villaggio A scaricarono la responsabilità del crimine su quelli del villaggio B e — come è logico — quelli del villaggio B fecero lo stesso con i loro vicini.
Già una settimana dopo nessuno più attraversava il ponte.
Le donne dicevano ai loro bambini:
— Non provare ad andare là vicino nemmeno per idea; ché quelli dall'altra parte sono gente cattiva.


Cristian Mitelman, Inutilidad de los puentes

(Tradotto dal blog letterario Químicamente impuro di Sergio Gaut vel Hartman)

giovedì

Abruzzo — aspettando il G8...

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(Illustrazione: sospensorio)


Di nuovo a L'Aquila.

Dalle parole di chi non è mai andato via — Miss Kappa (Anna Pacifica Colasacco).

Aspettando il G8...


- mercoledì 27 maggio 2009

Schiacciati

Facce nuove nelle tendopoli abitate da ragazzi. Facce di persone che non devono dare spiegazioni. E non si capisce chi siano. Le libere assemblee nei campi sono vietate.Case agibili nei pressi della scuola della GF, vera cittadella militare con bunker sotterraneo di 38 ettari, che verranno requisite. Servono tetti e terrazzi. Nuove vie di fuga dalla caserma approntate in tempi record. Mentre i palazzi storici si sgretolano.Alberghi del centro cittadino, centro fantasma, che vengono riattati. Non per noi Aquilani, noi siamo in mezzo alla strada. Assembramenti di più di quattro persone che si vedono spiate da militari che non nascondono il fatto di venire lì ad ascoltare cosa stai dicendo. E, già da una settimana prima del summit, le vie di accesso alla città saranno bloccate. Noi dentro, come topi nella tagliola. Noi sempre più schiacciati. Ed è solo l'inizio. Il G8 è una violenza che non meritiamo. Datemi una sola ragione per la quale dovremmo essere beneficiati da questa vetrina dei potenti della terra. Sulla nostra terra. Il mio è un grido di allarme. La democrazia non abita più qui.


- lunedì 25 maggio 2009

Lunedì

Lunedì. Ho aspettato questo lunedì come risolutore di qualcosa. Un lunedì dopo un fine settimana da incubo. Sì, perché il tempo si ferma ancora di più al fine settimana. E si aspetta non si sa cosa. Di buon'ora sono uscita per sovrintendere alla verifica di una casa agli interni della quale avevo lavorato fino al giorno prima del sisma. La cliente amica mi ha pregata di sostenerla in questa dolorosa incombenza. Ho così visitato il quartiere di San Pietro, il più devastato dall'evento. Viste le macerie, ho ancor di più elaborato il dramma della perdita. Le ciance inconcludenti di una studentella appena laureata in architettura mi hanno infastidita non poco. Lei faceva la saputella, noi piangevamo in fondo al cuore. Le prime della classe non ci servono, ci serve chi ha lavorato nel campo, chi ha esperienza. Il funzionario della sovrintendenza, davanti ad un camino del cinquecento, mi ha chiesto se fosse liberty. E, davanti a degli imbotti di finestra dello stesso periodo, mi ha chiesto se fossero di nuova fattura. La patina di cinquecento anni lo lasciava totalmente indifferente. Mi domando in mano a chi ci stiano mettendo. La verifica di stabilità ci ha lasciato del tutto insoddisfatti. Interdetti direi. E ci ha portati fino alle ore 13, con un caldo bestiale. Ora di pranzo, si va alla mensa del campo della stazione. Arriviamo alle 13,15. Ci comunicano che non ci sono più pasti. Ci dirottano presso un'altra mensa. Al piazzale di La Meridiana. Arriviamo dopo cinque minuti. Pasti finiti anche lì. Si potrebbe andare alla mensa di Monticchio, ma è dall'altra parte della città. Con una sola arteria aperta, non si arriverebbe in tempo per le 14, ora di chiusura. E poi, forse, i pasti son finiti anche lì.Tentiamo in un paio di strutture a pagamento, ma sono invase dai volontari della protezione civile. Alla fine, entriamo in un supermercato e compriamo del pane e della mortadella e li consumiamo seduti su una panchina all'interno del centro commerciale. Ci sentiamo abbastanza idioti.La pratica della verifica della nostra casa è irrimediabilmente smarrita, al momento non sappiamo a chi rivolgerci. I numeri di telefono che ci hanno fornito per cercare di recuperarla ci buttano giù il ricevitore,senza dire neanche pronto. Tutto ciò fa sentire abbandonati. E anche contrariati, per usare un eufemismo. Una buona notizia, però, c'è. Sabato 30 avrà luogo una manifestazione di cittadini per chiedere a gran voce di essere ammessi al centro storico. Cuore pulsante e fulcro della nostra città. Culla della nostra memoria, anche se offesa quasi a morte. Ora terra di nessuno. Pronta per essere messa in sicurezza per ammettere i potenti del mondo. Ma non per noi. Siamo armati di ottime intenzioni. Si cercherà di forzare i posti di blocco. 'Sta cosa mi piace. Cazzo, la città è anche nostra. O no?


- giovedì 21 maggio 2009

Di Bertolaso e della Protezione Civile

Dalla mailing list dei Giuristi Democratici trascrivo queste osservazioni sulla P.C.

Bertolaso dichiara:

“Abbiamo messo alcuni paletti fondamentali e abbiamo risolto l’annosa vicenda di chi comanda: in campo di protezione civile bisogna sapere sempre chi è il capo, non ci può essere democrazia in emergenza… Perché noi in Italia siamo sempre in emergenza”.(Intervista rilasciata a Alma Pizzi, Se la terra trema, Milano, Il Sole 24 ORE, 2006, pp. 74-75)

Infatti, per prolungare ad arte l’emergenza, a L’Aquila non basta il terremoto. Bisogna aggiungervi anche il “grande evento”del G8, per il quale è competente sempre la PC. Secondo Bertolaso, la protezione civile non costituisce un diritto fondamentale, di tutti. Gli articoli 2, 9 e 32 della Costituzione non direbbero nulla in proposito. Esiste solo il dovere di obbedire a un capo. Egli ignora perfino il fatto che un secolo non è passato invano dall’inizio del 1909, quando a Messina fu proclamato lo stato di assedio e la legge marziale. E che la Protezione Civile è stata chiamata così proprio per marcare l’opposizione alla protezione militare. Non sa neanche che la legge n. 225 del 1992, con la quale è stato istituito il Servizio Nazionale della Protezione Civile, e che fissa tuttora i principi generali della materia, all’art. 18 c. 1 parla chiaro: “Il Servizio nazionale della protezione civile assicura la più ampia partecipazione dei cittadini, delle organizzazioni di volontariato di protezione civile all’attività di previsione, prevenzione e soccorso, in vista o in occasione di calamità naturali”. “La più ampia partecipazione dei cittadini” per Bertolaso si ridurrebbe alla esecuzione degli ordini del capo. E senza fiatare.


Il blog di Miss Kappa


Il terremoto d'Abruzzo su Narcolessia delle giraffe

Europoli

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Clicca sull'immagine

Dueño de mi silencio

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Se ha secado el río que me llevó a ti
Me he perdido en el camino que contigo aprendí
Ya no brilla la luz que me llevo a tu vera

Llevo semanas pensando qué hacemos aquí
creo que ya no me acuerdo si algun día fui feliz
Nunca tuve tanto frio si estando a tu lado

Si no te hablo será porque no quiero
Volverme esclavo de mis palabras
si no te hablo será porque prefiero
ser el dueño de mi silencio

Si no te hablo será porque no quiero
Volverme esclavo de mis palabras
si no te hablo será porque prefiero
ser el dueño de mi silencio


Créeme cuando te digo que es mejor así
Que no hay cielo sin estrellas
Ni principio sin fin
que después del invierno viene la primavera

Siempre quise ser tu amigo no lo conseguí
creo que lo mejor sea que te olvides de mí
quédate con lo bonito deja caer esa lágrima

Siempre quise ser tu amigo no lo conseguí
creo que lo mejor sea que te olvides de mí
quédate con lo bonito deja caer esa lágrima

Siempre quise ser tu amigo no lo conseguí
creo que lo mejor sea que te olvides de mí
quédate con lo bonito deja caer esa lágrima

Se ha secado el rio que me llevo a ti
Me he perdido en el camino que contigo aprendi
Ya no brilla la luz que me llevo a tu...

Si no te hablo será porque no quiero
Volverme esclavo de mis palabras
si no te hablo será porque prefiero
ser el dueño de mi silencio

Si no te hablo será porque no quiero
Volverme esclavo de mis palabras
si no te hablo será porque prefiero
ser el dueño de mi silencio

Jarabe de Palo, Dueño de mi silencio, 1996

mercoledì

Roba’iyyat — tre quartine

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166

Ogni istante di vita, al mondo, tosto passato,
In allegri e schietti sollazzi, fa che sia passato.
Sappi che il tesoro vero del reame della Terra
È la Vita, quella che passa, giusta come la sai passare.


168

Dell'ieri, il cuor non affliggere con la ricordanza.
Pel domani che deve nascere, non gemere d'impazienza!
Su quel che non venne, su quel che passò, non costruire!
Dell'oggi, sii felice: al vento non gittare l'esistenza.


170

Del Tempo che preme e d'ogni evento, al mondo, non aver paura.
Di quanto accade e non ha durato, non aver paura.
Quei piccioli d'un istante, sprecali in gioia beata:
Non pensare al passato, e dell'avvenire non aver paura.


Omar Khayyam (1048–1123), Roba’iyyat

(Tratto da Roba’iyyat, a cura Pierre Pascal — con la collaborazione di G. degli Alberti —, Boringhieri 1960)

martedì

L’Italia e i ‘poteri forti’ che agiscono sulla stampa

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«Nel quadro che il Freedom House Report (FHR) dà della libertà di stampa nel mondo nel 2009, la Turchia e l’Italia sono colorate di giallo. Giallo significa ‘libertà di stampa parziale’. I due sono gli unici paesi europei nella stessa categoria dell’isola di Tonga.“Libertà parziale” è come dire che una donna è ‘un po' incinta’, si lamenta un giornalista italiano. Il termine è in effetti un eufemismo per il grande numero di storie che illustrano la brutta situazione in cui versano i media italiani.
Il FHR afferma che i giornalisti italiani vengono sempre più spesso intimiditi con minaccie di procedimenti penali e leggi sul reato di diffamazione, e segnala l’aumento delle minacce fisiche verso i giornalisti da parte di organizzazioni criminali e gruppi di estrema destra. Riguardo alle bizzarre sproporzioni nella proprietà dei media in Italia il rapporto afferma: “Il ritorno del magnate dei media Berlusconi nel ruolo di premier ha nuovamente sollevato preoccupazioni sulla concentrazione dei media di stato e di quelli commerciali sotto un unico leader”...»

Da Italia dall'estero.info: L’Italia e i ‘poteri forti’ che agiscono sulla stampa (leggi tutto)

L'articolo originale dall'Olanda («De Nieuwe Reporter», 16 maggio 2009): Italië en de ’stevige machten’ die op de pers inwerken

Scelta suicida

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«... Si tratta di una scelta suicida, Franceschini, glielo diciamo chiaramente. Una linea che non fa altro che rinforzare il suo “nemico”, compattandogli intorno gli stessi elettori dubbiosi a 15 giorni dall’appuntamento elettorale. Ed è inutile invocare come termine di paragone la realtà americana o anglosassone in cui un’eventuale bugia del Premier, anche su un terreno privato, appare grave perché si riflette su quello pubblico. Qui non siamo negli Usa nè in Gran Bretagna. Siamo in Italia, e benché si faccia forse più gossip che in ogni altro paese occidentale, storicamente la cosa non influisce minimamente sul voto.

Franceschini sta trascinando il suo partito in un baratro ancora più profondo di quello che aveva scavato Veltroni, anche se la cosa appare impossibile. E tocca consigliargli di prendere esempio da Di Pietro, che a Berlusconi non gliene sconta una, ma sulla questione Noemi ha scelto un profilo più basso, preferendo attaccarlo sulle cose concrete.

E gli argomenti non mancano.»

L'ossessione di Franceschini per Noemi Letizia. Cui prodest? (fonte: Polis blog.it)

lunedì

The Puppet Show

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Una riflessione socio-culturale su noi stessi e il mondo che ci circonda.

Perché il miglior regalo che possiamo fare ai bambini è lasciare che siano bambini.

The Puppet Show by Winkler + Noah

Giochi da piccoli, giochi da adulti

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- Papà, papà... vieni a giocare con me...
Il bambino strattonava con insistenza la manica della camicia di suo padre che, seduto alla sua scrivania, ricontrollava molto serio le sue carte e i files del suo computer.
- Figliolo, non posso, sono occupato. Claudia! Vieni a prenderti Gonza!
- E dài, pa'. Vieni! Ritagliamo pupazzetti dalle riviste e li prendiamo e ci facciamo un poster.
- Non insistere, figliolo, papà non può, è molto occupato, sta lavorando. Lo sai che papà è una persona molto importante e con molte responsabilità. Non ha tempo per giocare. - Arrivò Claudia, la sua mamma. - Andiamo a chiedere alla nonna di aiutarti. Caro, ti porto un caffè?
- Sì, Clau, e fa' in modo che Gonza non venga ad interrompermi.
- Hai la faccia preoccupata. Che stai facendo?
- Sto tagliando posti di lavoro.


Nanim Rekacz, Juegos de niños, juegos de adultos

(Traduzione dal blog letterario Químicamente impuro di Sergio Gaut vel Hartman)

venerdì

Punto di non ritorno

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(Immagine dal blog democraticoebasta)

«Adesso diranno che offendo il Parlamento ma questa è la pura realtà: le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e addirittura controproducente...

«Avete un governo che per la prima volta è retto da un imprenditore e da una squadra di ministri che sembrano membri di un Cda per la loro efficienza. Dobbiamo però fare i conti con una legislazione da ammodernare perchè il premier non ha praticamente
nessun potere e dovremo arrivare ad un ddl di iniziativa popolare perchè non si può chiedere ai capponi e ai tacchini di anticipare il Natale...

«La giustizia penale è una patologia nel nostro sistema. (...) Metteremo tutto il nostro impegno nella riforma della giustizia penale e non ci fermeremo fino alla divisione delle carriere nell'interesse dei cittadini italiani. (...) Io sono esacerbato e voglio dichiarare pubblicamente la mia indignazione. Io ne sono fuori perchè abbiamo il lodo Alfano che sposta la prescrizione e poi ho le spalle larghe, più mi picchiano più mi rinforzano ma un cittadino normale con questa situazione paga un prezzo troppo alto.»

21 maggio 2009, Silvio Berlusconi all'assemblea di Confindustria

giovedì

No comment...

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Tripla fucilazione

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(Immagine: samigurumi)


Chuang Tzu sognò che era una farfalla. Al risveglio non sapeva se era Tzu che aveva sognato che era una farfalla o se era una farfalla e stava sognado che era Tzu. Ma gli fu sufficiente dare uno sguardo intorno a sé per determinare ciò che era relatà e ciò che era finzione: il dinosauro era sempre là, si provava le scarpette da bimbo come nuove che aveva comprato per Hemingway. E, naturalmente, non gli entravano.


Sergio Gaut vel Hartman, Triple fusilamiento

(Tradotto dal blog dell'autore Químicamente impuro)

L'argentino Sergio Gaut vel Hartman: la rivista
«Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Sergio Gaut vel Hartman su Narcolessia delle giraffe

Jared von Hindman

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L'ironia macabra di Jared von Hindman

mercoledì

L'Onda Perfetta

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«Parla! Parla!»

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1 Siedo di fronte a lui giocherellando con un pacchetto vuoto di sigarette svedesi marca "Luce di mezzanotte", è un po' sporco, inconsciamente me lo faccio girare fra le dita affusolate. Al dito porto un anello fluorescente che può al buio diventare purpureo. Questo è uno dei regali che il mio ex marito mi ha portato da Parigi. Ci sono donne che amano che il loro uomo faccia loro regalini di poco prezzo ma sentimentali, e io sono proprio così.

2 Lui continua a sbadigliare come un gatto. Questo ragazzo dice di aver sempre avuto la sensazione di essere in tutto e per tutto un pidocchio o un qualche altro piccolo parassita. Insomma sembra proprio che non si piaccia.

3 La luce delle lampade illumina a malapena i nostri visi, siamo come pesci di acque profonde, sonnolenti e indolenti. Non guardiamo chi abbiamo di fronte e neanche le persone e l'arredamento intorno a noi suscitano il nostro interesse.

4 È già notte fonda, nell'aria c'è qualcosa che ha un leggero odore dolciastro di pesce, come il peccato o come il sapore di una caramella di menta. Questo odore ci narcotizza, siamo piccoli insetti che contano su questo odore dolciastro per vivere.

5 Dei tipi vestiti di nero appaiono nel bar. Portano trecce lucide oppure teste rasate a zero, tra questi uno tiene in bocca un sigaro grosso come un tubo; man mano l'attenzione della gente si concentra su di loro, mentre noi siamo ancora seduti lì, nessuno ci conosce e nessuno ci considera.

6 Gli do un'occhiata, mi sento stanca, so che in quel momento gli occhi mi si stanno gonfiando, le occhiaie nere mi fanno sempre apparire di una bellezza affaticata ma particolare. Amo questa mia bellezza. Parla, dico a bassa voce, parla ancora di qualcosa. Di' quello che ti va.

7 Lui mi sorride, un sorriso privo di contenuto. È proprio questa sua indole impassibile che mi affascina. È come se lui fosse privo di forza di controllo sulla situazione attuale, sul volto ha un'espressione dolce e annoiata come un gatto.

8 L'incontro avviene in questo bar intriso di aria tiepida e di sapore dolciastro. Mi accorgo di lui dal banco, è un giovane non alto con i capelli cortissimi, dai lineamenti puliti e dalla espressione vacua, vestito in modo semplice ma alla moda, è il partner ideale per un incontro da bar. Poi mi avvicino a lui, il volto senza traccia di sorriso. Il completo nero mi stringe la vita come una grande mano, è così stretto che sembra che il corpo in qualsiasi momento possa spezzarsi in due all'altezza della vita. Sono consapevole di agire così, senza alcuna premeditazione, è solo la decisione di un attimo. Forse voglio solo cercare qualcuno con cui parlare. Per fortuna lui non sembra affatto stupido.

9 Per prima cosa gli chiedo in prestito l'accendino, poi silenzio. Posso percepire che mentre lo squadro anche lui squadra me, sono sempre pallida. Ti piace parlare? chiedo all'improvviso.

10 Dopo di che lui continua a parlare e a sbadigliare. Mi chiedo se sia un "money boy" [in inglese nel testo], vivono spesso nel bar come parassiti questi ragazzi che per mestiere sbarcano il lunario parlando con te e facendo qualcos'altro.

11 I giochi casuali nel bar non mi danno fastidio. Il ragazzo ha già parlato del tempo, del cibo, dell'AIDS, della visita in Cina di Clinton, dell'aumento dei costi dei "taxi" [in inglese nel testo] e del totale "on sale" [in inglese nel testo] della discoteca del Jinjiang [hotel], e persino se sia ormai pensabile vivere senza il cesso con acqua corrente. Siamo agli sgoccioli dell'incasinato ventesimo secolo, per questo anche i suoi argomenti sono incasinati.

12 Di' ancora qualcosa, e parlando lo guardo tenera e affaticata. Allora lui rivolge l'attenzione su di me. Dice che ho lineamenti delicati, ma non particolarmente strabilianti, una certa bellezza trapela da sotto il controllo di un incosciente nervosismo. Una bellezza fragile e inaffidabile che un colpo di vento avrebbe potuto far svanire, un coltello avvizzire, ma che se un giorno si fosse impossessata del cuore di una persona, questa sarebbe morta in pace.

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13 Queste parole mi toccano il cuore. Devi ammettere che questo è un ragazzo che sa parlare, i pensieri della sua testa cominciano ad attirare la mia attenzione. Sono una scrittrice che non ha avuto successo, ho voglia di esplorare chiunque abbia personalità. Compreso il mio ex marito, è stato proprio il desiderio di voler capire la sua mentalità complicata come una ragnatela mi ha fatta diventare sua moglie, con il risultato di commettere un errore fatale. Tutto è cominciato dall'amore ed è terminato nell'odio. Non posso più cancellare quell'uomo dal mondo dei miei sogni notturni, è come una cicatrice rimasta sulla pancia dopo una ferita. Porto ancora al dito questo anello e a guardarlo sembra brillare come un veleno, un veleno che necrotizza una certa parte della mia vita ulcerata.

14 Parla, sto chiedendo, come una bolla d'aria sul punto di svanire, parla di qualcos'altro. Lo fisso, nei suoi occhi c'è qual ché di umido e confuso, non so se gli piaccio. Questa sensazione è strana, allungo una mano, da sotto il tavolo lentamente gli tocco il ginocchio, poi piano piano frugo verso l'alto, alla fine mi fermo alla tasca dei bluejeans, senza far rumore ci infilo due banconote [renminbi nel testo].

15 In quel momento noto che sul volto del ragazzo è improvvisamente apparsa una espressione di imbarazzo, il volto pallido come il mio. Ho sete, devo bere dell'acqua. Parlando abbozza un sorriso verso di me, salta giù dallo sgabello, a grandi passi si avvia verso il banco.

16 Mentre si avvia verso il banco, tra la gente intorno esplode all'improvviso un grido di donna, e subito molti altri si mettono a urlare. Sembra il grande casino della "carica dei 101". In un attimo il padrone e alcuni che sembrano personale di sicurezza, con una sorta di riso forzato, accompagnano fuori del bar quei tipi vestiti di nero forti come bronzi entrati poco prima. Quegli individui vestiti di nero hanno un aspetto mafioso al cento per cento, e quando mi passano accanto fiuto un odore pungente, l'odore emanato da ascelle di delinquenti.

17 Ho i sensi annebbiati, finito di bere il vino rimasto nel bicchiere realizzo all'improvviso di non avere più traccia del ragazzo. Quasi senza pensarci, esco dal bar seguendo quei tipi vestiti di nero.

18 L'atmosfera nel bar è eccitante e sanguinosa, la donna aggredita da quei tipi vestiti di nero piange e geme piano, mentre gli altri sembrano assaporare il gusto misterioso e violento portato da quei tipi vestiti di nero. Anch'io per un attimo tralascio di pensare al ragazzo, credo che lui, essendo piuttosto intelligente, abbia scelto il momento opportuno per darsela a gambe.

19 Sì, se fossi in lui, avrei voglia di scappare da una donna affaticata, ma bella in modo inusuale. Se davvero nasce un interesse per una donna così, è come saltare dentro un vortice che può inghiottire qualunque cosa. Lui non ce la fa a reggere il gioco, perciò scappa come annusa le impetuose folate della notte. Mi metto a ridere, questa sì che è un'idea carina.

20 Per strada brilla una luce simile a nebbia, i rami dei platani francesi mi lasciano sul viso disegni variegati. Vedo la figura del ragazzo, e davanti a lui, non lontano, camminano in fretta quei tipi vestiti di nero. Svoltano a un incrocio, e siccome uno di loro si gira per guardarsi le spalle, lui si ferma, e anch'io allora mi fermo. Perché non voglio proprio che quelle feroci pantere nere pensino che li sto tallonando.

21 Lui sta ancora fermo lì, come in un attimo di trance, poi si mette ad attraversare la strada. Di fronte c'è una piccola drogheria, lui ha le mani strette nelle tasche dei pantaloni, proprio dove gli ho infilato i soldi. Secondo me, vuole spendersi tutto in una volta. Evidentemente non è il tipo di "money boy" [in inglese nel testo] che pensavo, perciò forse non gli è piaciuto che io gli abbia dato i soldi. Allora mi avvicino.

22 È come se avesse percepito all'istante la mia comparsa, si gira subito. Resta un po' attonito, l'aria stanca, in piedi, fermo davanti a me come un freddo ago di metallo, congelato nella fioca luce della notte. Senza un sorriso lo fisso, e proprio in quest'attimo mi piace.

23 Hai dimenticato l'accendino. Lentamente tendo una mano, nel palmo c'è l'accendino d'argento, marca "Tedlapidus" [in inglese nel testo], che aveva lasciato sul tavolino.

24 Nello stringergli la mano la sento gelata, lui mi ondeggia vicino, come una corrente indistinta che non ho modo di evitare, di respingere, giusto o sbagliato che sia. Attraversiamo alti palazzi, ombre di alberi, la città nel neon, e nelle ombre lasciate dalla notte camminiamo veloci come due cani allo stremo, la fioca luce della luna ci si appiccica ai capelli come uno strato di polvere, una musica lieve e vagamente percepibile sale dalle fogne, noi e le nostre ombre siamo immersi nell'attimo perfetto di un incubo della notte più profonda. Sono stanca, mi sento gemere sottovoce, sono stanca sono stanca, portami a casa tua, voglio solo riposare un po'. Freddamente, la mia mano tiene stretta la sua, come due serpenti di metallo.

25 La stanza è grande, l' illuminazione soffusa, la musica fluttuante, la birra scura amara, la temperatura dell' acqua gradevole.

26 Siamo distesi insieme in una grande vasca verde e lussuosa, e ci spruzziamo l'acqua addosso. Non c'è provocazione, ardore, nulla. Bevendo, lentamente, stancamente ci laviamo l'un l'altro, come due persone asessuate. Occhi negli occhi, corpo a corpo, ferita su ferita, enigma su enigma. Sul volto dell'altro ritroviamo tracce conosciute.

27 È proprio una sensazione forte, quella che ci fa ritrovare i nostri simili anche in una metropoli materiale dell'epoca industriale. Io e il ragazzo usciamo dalla vasca, la pelle che brilla sotto la luce come il più costoso broccato antico.

28 Mi avvio dritta verso il suo letto, senza rumore mi stendo sul lenzuolo di raso a disegni opachi, chiudo gli occhi, e una sensazione di rilassamento si trasmette dalla punta delle dita a ogni parte del corpo, non so se sta per succedere qualcosa o no, comunque ora sto proprio bene, tranquilla e pulita. Il sonno mi chiude subito gli occhi, il letto mi culla avvolgendomi come un enorme stame, in una fragranza indistinta.

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29 Nel pallido chiarore della luna riesco a percepire che lui si è steso senza far rumore al mio fianco. Lo sento borbottare, forse spera che anch'io dica qualcosa, così poi tocca a lui ascoltare. Dice che il suo corpo è accogliente ma vuoto, come una bottiglia che aspetta di essere riempita, prima di addormentarsi vuole sentire qualcosa altrimenti non riesce a dormire. Ha bisogno si stancarsi all'eccesso per potersi finalmente addormentare, in passato per un certo periodo aveva preso sonniferi in gran quantità e incautamente una volta aveva perso conoscenza per tre giorni e tre notti, perciò ha paura di non riuscire a dormire oppure di non svegliarsi più. Puoi dirmi qualcosa ?, chiede sottovoce.

30 Un momento di silenzio. Ho la sensazione di stare già sognando. Che vorresti sapere? chiedo a bassa voce. La mia voce è come la colonnina di mercurio che scende gelato.

31 Parla di ciò che ti va! Ha il viso sui miei capelli, respira piano.

32 Vorrei dormire, sono stanca. Parlando mi giro, e mi sento emettere un leggero russare.

33 Percepisco vagamente che si alza dal letto, gira qua e là per la stanza, accende il giradischi, musica "techno" [in inglese nel testo] a basso volume. Poi mi sembra di sentirlo aprire la porta a vetri che dà sul balcone. La città a quell'ora deve davvero somigliare a una grande nave che naviga nel buio. La gente che sta sveglia nel cuore della notte è infelice, lui si sentirà depresso, vuoto, avviluppato in una oscura suggestione, in piena confusione.

34 Credo si sia riavvicinato al letto, senza rumore, forse mi sta guardando. Anch'io attraverso la luce riflessa del sogno vedo la donna che è stesa sul letto. Vedo la mia pelle che sotto la debole luce brilla di luce argentea, e resta immobile al tocco delle sue dita. Ho sul viso la tranquillità di una barca affondata, e un'ombra come di decadenza. Sì, assomiglio a una nave affondata in acque misteriose che all'improvviso appare su un orizzonte sconosciuto, con una incomprensibile formula magica reprimo i suoi sensi. Con le mani lui le è scivolato lungo tutto il corpo, assaporando ogni dettaglio di quella bellezza.

35 Ed eccolo impugnare la macchina fotografica, una macchina che sembra molto bella, e i gesti esperti con cui la maneggia lasciano capire che è un fotografo professionista. Da diverse angolazioni fotografa il suo corpo, i suoi lineamenti. Ogni scatto dell'otturatore provoca un'intensa eccitazione fisica, nell'istante in cui viene illuminata dal flash la donna viene violata ma anche lui è svuotato. Appena mi rendo conto che è tutto sudato, lui vola via. Non so nulla e non voglio nulla di ciò che vedo, ma so che lui mi piace.

36 Lascia la macchina fotografica sul morbido divano, mi abbraccia da dietro e si stende sul letto. Sono completamente abbandonata, come morta, mentre una mano invisibile manipola il desiderio del ragazzo, e sono convinta sia proprio la mia mano. A guardarli, i due hanno un'aria triste e poetica, l'improvviso zampillo punge il mio piccolo ventre. Lui si alza lentamente, tira fuori dal comodino un fazzoletto di carta e mi pulisce la schiena. Poi vola in bagno, il gorgoglio dell'acqua mi fa sentire putrida, ma sono troppo stanca, e sprofondo di nuovo nella fitta nebbia dei sogni.

37 Un uomo, la faccia del mio ex marito, è sepolto sotto un mucchio di vetri rotti, quando mi avvicino a piedi nudi mi fa le boccacce. Mi sanguinano i piedi, il romanzo che sto scrivendo sta imputridendo, ma quell'uomo è stato un tempo la forza motrice della mia vita e della mia scrittura. Non so quante volte ho sognato di ucciderlo, ma alla fine chi veniva strangolata a morte ero sempre io. Alla fine mi sveglio.

38 Ora è mattina presto, non c'è lo schermo delle tende, e un raggio dorato di sole splendente inonda il pavimento, in una allucinazione terminale.

39 Il ragazzo dorme sui miei capelli, ha l'aria tenera di un neonato, è completamente scomparsa l'aria indifferente e arrogante della notte. Piano piano gli scosto il viso, scendo dal letto, e cammino su e giù. La luce diretta del sole mi ha fatto venire mal di testa, tiro la tenda. Apro la porta del bagno ed entro.

40 Seduta sul water mi abbraccio la testa, la mattina presto sono sempre contagiata da qualcosa di simile alla malinconia, ogni nuovo giorno non so mai cosa devo fare. Entro nella vasca, l'acqua calda mi rilassa il corpo. Nel lavarmi il viso noto l'anello al dito, me lo tolgo e lo metto in un portasapone. Spero che quando lui farà la doccia si accorgerà di questo regalo.

41 È ancora il solito bar dall'odore dolciastro, caldo e incasinato. Seduta in un angolo osservo una donna non lontana che con fare esperto sta lanciando occhiate civettuole a un americano, mentre fuma ammiccante, sembra quasi una spia dell' "esercito di Stato". Nel bar dilaga un odore di saliva, di corpi, di profumo, di denaro, di sigarette e di fucili da caccia. Ma stasera non c'è il ragazzo a chiacchierare con me.

42 Mentre esco dal bar incontro di nuovo quei grossi attaccabrighe vestiti di nero. Uno di loro mentre mi passa accanto mi urta il seno, forse apposta. È un modo proprio ridicolo.

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43 Per caso, su una rivista di moda leggo un servizio dedicato al ragazzo. Vengo così a sapere come si chiama, cosa fa, e la sua storia. Il giornalista afferma che lui è uno dei migliori catcher della città, mentre lui ritiene che fare il fotografo gli fornisca un paio d'occhi diversi dalla massa della gente, le pupille gli si dilatano o si restringono quando appaiono belle prede. Ma questo viene da un istinto professionale, non sessuale, più di una volta ha pensato che alla fine sarebbe diventato un essere asessuato, pallido e sensibile, che poteva essere amato dagli uomini come dalle donne, lui vorrebbe proprio perdere la capacità di amare, proprio come chi trovandosi sempre sotto il maligno stimolo del buon cibo perde completamente il gusto. Si considera un fotografo competente, la sua esistenza costituisce la copia in miniatura, sensibile ma morbosa, di questa città dell'epoca postindustriale.

44 L'articolo è davvero ben scritto, ma sono un po' delusa. Nella pagina successiva sono pubblicate alcune sue opere, tra le quali stupita vedo anche me. È di sicuro una delle foto scattate quella notte, io con gli occhi chiusi sono stesa sul lenzuolo di raso a disegni opachi, davanti all'obiettivo appaiono belle le mie spalle e il collo, ma a guardar meglio sembra un bel cadavere su un fondale marino. Ha veramente afferrato quella sensazione di bellezza e di morte, in un certo senso mi ha davvero posseduta.

45 Non ho l'animo sereno, mi sento irrequieta. Tengo in mano la cornetta del telefono, non so se telefonargli o no.

46 Alla fine lascio perdere. In un attimo mi rendo conto che tutta la cupezza dell'epoca postindustriale si è di nuovo condensata nella mia testa, e non devo più fare stupidaggini. In più, lui non è proprio quel genere di persona, in quell'articolo ha addirittura dichiarato di voler diventare un essere asessuato. Io non sono in grado di fare la persona asessuata, ma posso fare la dura.

47 Un pomeriggio mi trovo a girare per l'opulenta via Huaihai, quando vedo per caso il giovane fotografo. Sembra intento a fotografare lo scorcio di strada davanti al grande magazzino Meimei.

48 Quasi contemporaneamente mi vede anche lui, e resta come stupefatto, poi mi corre incontro. Ho tutti i muscoli del corpo tesi, accelero il passo, supero di corsa l'edicola, l'aiuola spartitraffico, le vetrine colorate, gli scoraggianti manifesti pubblicitari. Il flusso congestionato della gente mi avvolge come un fiume appiccicoso, mi sento al sicuro, mi sento soffocare, sento che voglio gettarmi tra le sue braccia, senza alcun controllo. Alla fine perdo le sue tracce, e presa da un mancamento mi attacco al muro, senza muovermi.

49 So che mi piace ancora.

50 Nel lungo periodo successivo scrivo romanzi, confinata in una stanza. Scrittura senza capo né coda, allucinazioni da cima a fondo, una donna con le occhiaie nere, un treno d'epoca che si allontana piano. Non so se sono ancora viva.

51 Un anno dopo.

52 Ci incontriamo per caso, io e il giovane fotografo, al ricevimento di una famosa rivista. Ho da poco pubblicato un libro di successo, ha venduto 300 mila copie, su giornali grandi e piccoli sono state pubblicate più volte delle belle foto mie. Da amici ho avuto qua e là sue notizie, per un periodo è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, un posto molto bello, dove era stato lui a voler andare, e l'aveva considerato come un luogo di convalescenza, mi hanno anche detto che spesso vedeva una bella donna, piccola di statura, con i capelli corti, che era la moglie del capobanda di una cosca mafiosa, e andava pazza per il suo talento artistico, poi lui è stato ferito e la storia è finita.

53 Siamo alla festa, in piedi, in silenzio l'uno di fronte all'altra, e a lungo non sappiamo che dire. Sembra la scena di un film classico, furtivamente emergono spasmodici i ricordi e rimangono inesprimibili gli enigmi. Negli occhi dell'altro vediamo noi stessi, silenziosi, ma c'è anche un lieve bisbigliare, una sensazione che sale tra le braccia in una invisibile corrente.

54 D'improvviso si mette a ridere, mi mostra la mano sinistra, all'indice ha il mio anello fluorescente, che sotto la luce brilla violaceo, come occhi di un piccolo animale.

55 Ti piace?, chiedo.

56 Annuisce, rivelando una espressione felice. Mi piace tantissimo. Dice.



Zhou Weihui, Shuo ba! Shuo ba!

(Tratto dalla raccolta completa delle opere della scrittrice Zhou Weihui Weihui zuopin quanji, edita Songfang wenyi chubanshe, Shanghai 2000, reperibile solo in forma clandestina — traduzione di Clara Bulfoni: da Tuttocina.it)

(Immagini: Hao Shiming)

martedì

Silent Talk

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Guerra telepatica. Combattere con il pensiero.

Il progetto "Silent Talk" del Pentagono.

Gli articoli di Wired.com e di Repubblica.it

La jetée



Corridoi temporali, la Terra di domani, apocalissi prossime venture.

La jetée (1962), il cortometraggio del visionario Chris Marker (Christian François Bouche-Villeneuve) che è stato alla base dell'ispirazione di Terry Gilliam per il film L'esercito delle 12 scimmie (la sceneggiatura originale del film: qui).

venerdì

La memoria del mondo

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È per questo che l’ho fatta chiamare, Müller. Ora che le mie dimissioni sono state accettate, lei sarà il mio successore: la sua nomina a direttore è imminente. Non finga di cadere dalle nuvole: è da parecchio che la voce circola tra noi, e certo sarà arrivata anche al suo orecchio. Del resto, non c’è dubbio che tra i giovani quadri della nostra organizzazione, lei Müller è il più preparato, quello che conosce – si può dire – tutti i segreti del nostro lavoro. In apparenza, almeno. Mi lasci dire: nonè di mia iniziativa che le parlo, ma per incarico dei nostri superiori. Solo di alcune questioni lei non è ancora al corrente, ed è venuto il momento che lei sappia, Müller. Lei crede, come tutti del resto, che la nostra organizzazione stia da molti anni preparando il più grande centro di documentazione che sia mai stato progettato, uno schedario che raccolga e ordini tutto quello che si sa d’ogni persona e animale e cosa, in vista d’un inventario generale non solo del presente ma anche del passato, di tutto quello che c’è stato dalle origini, insomma una storia generale di tutto contemporaneamente, o meglio un catalogo di tutto momento per momento. Effettivamente, è a questo che lavoriamo, e possiamo dire di essere a buon punto: non solo il contenuto delle più importanti biblioteche del mondo, degli archivi e dei musei, delle annate dei giornali d’ogni paese è già nelle nostre schede perforate, ma anche una documentazione raccolta ad hoc, persona per persona, luogo per luogo. E tutto questo materiale passa attraverso un processo di riduzione all’essenziale, condensazione, miniaturizzazione, che non sappiamo ancora a che punto s’arresterà; così come tutte le immagini esistenti e possibili vengono archiviate in minuscole bobine di microfilm, e microscopici rocchetti di filo magnetico racchiudono tutti i suoni registrati e registrabili. È una memoria centralizzata del genere umano quella che noi siamo intenti a costruire, cercando d’immagazzinarla in uno spazio il più ristretto possibile, sul tipo delle memorie individuali dei nostri cervelli.
Ma è inutile che ripeta queste cose proprio a lei che è entrato qui da noi vincendo il concorso d’ammissione col progetto «Tutto il British Museum in una castagna». Lei è tra noi da relativamente pochi anni, ma conosce ormai il funzionamento dei nostri laboratori quanto me che ho occupato il posto di direttore dalla fondazione. Non l’avrei mai lasciato, questo posto, gliel’assicuro, se m’avessero sorretto le forze. Ma dopo la misteriosa scomparsa di mia moglie, m’ha preso una crisi di depressione da cui non riesco a rimettermi. È giusto che i nostri superiori – accogliendo del resto quello che è anche un mio desiderio – abbiano pensato a sostituirmi. Tocca quindi a me metterla al corrente dei segreti d’ufficio che finora le sono stati taciuti.
Quello che lei non sa è il vero scopo del nostro lavoro. È per la fine del mondo, Müller. Lavoriamo in vista d’una prossima fine della vita sulla Terra. È perché tutto non sia stato inutile, per trasmettere tutto quello che sappiamo ad altri che non sappiamo chi sono né cosa sanno.
Posso offrirle un sigaro? La previsione che la Terra non resterà abitabile per molto tempo ancora – almeno per il genere umano – non può farci troppa impressione. Già sapevamo tutti che il Sole è arrivato alla metà della sua vita: per bene che andasse, tra quattro o cinque miliardi d’anni tutto sarebbe finito. Di qui a un po’, insomma, il problema si sarebbe posto in ogni modo; la novità è che le scadenze sono molto più ravvicinate, che non abbiamo tempo da perdere, ecco tutto. L’estinzione della nostra specie è certo una prospettiva triste, ma piangervi sopra non è che una ben vana consolazione, come recriminare una morte individuale. (È sempre alla scomparsa della mia Angela che penso, perdoni la mia commozione). In milioni di pianeti sconosciuti vivono certamente degli esseri simili a noi; poco importa se a ricordarci e a continuarci saranno i loro discendenti anziché i nostri. L’importante è comunicare loro la nostra memoria, la memoria generale messa a punto dall’organizzazione di cui lei Müller sta per esser nominato direttore.
Non si spaventi; l’ambito del suo lavoro resterà quello che è stato finora. Il sistema per comunicare la nostra memoria ad altri pianeti è studiato da un’altra branca dell’organizzazione; noi abbiamo già il nostro daffare, e nemmeno ci riguarda se saranno ritenuti più idonei mezzi ottici o acustici. Può anche darsi che non si tratterà di trasmetterli, i messaggi, ma di depositarli al sicuro, sotto la crosta terrestre: il relitto del nostro pianeta vagante per lo spazio potrebbe un giorno essere raggiunto ed esplorato da archeologi extragalattici. Nemmeno il codice o i codici che saranno prescelti sono affar nostro: c’è pure una branca che studia solo questo, il modo di rendere intellegibile il nostro stock d’informazioni, qualsiasi sistema linguistico usino gli altri. Per lei, ora che sa, non è cambiato nulla, le assicuro, tranne che nella responsabilità che l’aspetta. È di questo che volevo discorrere un po’ con lei.

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Cosa sarà il genere umano al momento dell’estinzione? Una certa quantità d’informazione su se stesso e sul mondo, una quantità finita, dato che non potrà più rinnovarsi e aumentare. Per un certo tempo, l’universo ha avuto una particolare occasione di raccogliere ed elaborare informazione; e di crearla, di far saltar fuori informazione là dove non ci sarebbe stato niente da informare di niente: questo è stata la vita sulla Terra e soprattutto il genere umano, la sua memoria, le sue invenzioni per comunicare e ricordare. La nostra organizzazione garantisce che questa quantità d’informazione non si disperda, indipendentemente dal fatto che essa venga o no ricevuta da altri. Sarà scrupolo del direttore far sì che non resti fuori niente, perché quel che resta fuori è come se non ci fosse mai stato. E nello stesso tempo sarà suo scrupolo fare come se non ci fosse mai stato tutto ciò che finirebbe per impastoiare o mettere in ombra altre cose più essenziali, cioè tutto quello che anziché aumentare l’informazione creerebbe un inutile disordine e frastuono. L’importante è il modello generale costituito dall’insieme delle informazioni, dal quale potranno essere ricavate altre informazioni che noi non diamo e che magari non abbiamo. Insomma non dando certe informazioni se ne danno di più di quante non se ne darebbe dandole. Il risultato fìnale de1 nostro lavoro sarà un modello in cui tutto conta come informazione, anche ciò che non c’è. Solo allora si potrà sapere, di tutto ciò che è stato, cos’è che contava davvero, ossia cos’è che c’è stato veramente, perché il risultato finale della nostra documentazione sarà insieme ciò che è, è stato e sarà, e tutto il resto niente.
Certo capitano dei momenti nel nostro lavoro – anche lei ne avrà avuti Müller – in cui si è tentati di pensare che solo ciò che sfugge alla nostra registrazione è importante, che solo ciò che passa senza lasciar traccia esiste veramente, mentre tutto quel che i nostri schedari ritengono è la parte morta, i trucioli, la scoria. Viene il momento in cui uno sbadiglio, una mosca che vola, un prurito ci paiono il solo tesoro appunto perché assolutamente inutilizzabile, dato una volta per tutte e subito dimenticato, sottratto al destino monotono dell’immagazzinamento nella memoria del mondo. Chi può escludere che l’universo consista nella rete discontinua degli attimi non registrabili, e che la nostra organizzazione non ne controlli altro che lo stampo negativo, la comice di vuoto e d’insignificanza?
Ma la nostra deformazione professionale è questa: appena ci fissiamo su qualcosa, subito vorremmo comprenderla nei nostri schedari; e così mi è spesso accaduto, le confesso, di catalogare sbadigli, foruncoli, associazioni d’idee sconvenienti, fischiettii, e di nasconderli nel pacco delle informazioni più qualificate. Perché il posto di direttore cui lei sta per essere chiamato ha questo privilegio: di poter dare un’impronta personale alla memoria del mondo. Mi segua, Müller: non le sto parlando d’un arbitrio e d’un abuso di poteri, ma d’una componente indispensabile del nostro lavoro. Una massa d’informazioni freddamente oggettive, incontrovertibili, rischierebbe di fornire un’immagine lontana dal vero, di falsare quel che è più specifico d’ogni situazione. Supponiamo che ci arrivi da un altro
pianeta un messaggio di puri dati di fatto, d’una chiarezza addirittura ovvia: non gli presteremmo attenzione, non ce ne accorgeremmo nemmeno; solo un messaggio che contenesse qualcosa di inespresso, di dubbioso, di parzialmente indecifrabile forzerebbe la soglia della nostra coscienza, imporrebbe d’esser ricevuto e interpretato. Dobbiamo tener conto di questo: compito del direttore è dare all’insieme dei dati raccolti e selezionati dai nostri uffici quella lieve impronta soggettiva, quel tanto d’opinabile, d’arrischiato, di cui hanno bisogno per essere veri. Dì questo volevo avvertirla, prima di farle le consegne: nel materiale finora raccolto si nota qua e là l’intervento della mia mano – d’un’estrema delicatezza, intendiamoci –; vi sono disseminati giudizi, reticenze, anche menzogne.
La menzogna esclude solo in apparenza la verità; lei sa che in molti casi le menzogne – per esempio, per il psicoanalista quelle del paziente – sono indicative quanto o più della verità; e così sarà per coloro che si troveranno a interpretare il nostro messaggio. Müller, dicendole quel che le dico ora non è più per incarico dei nostri superiori che parlo ma in base alla mia personale esperienza, da collega a collega, da uomo a uomo. Mi ascolti: la menzogna è la vera informazione che noi abbiamo da trasmettere. Perciò non mi sono voluto vietare un uso discreto della menzogna, là dove essa non complicava il messaggio, anzi lo semplificava. Soprattutto nelle notizie su me stesso, mi sono creduto autorizzato ad abbondare in particolari non veri (la cosa non credo possa dar disturbo a nessuno). Per esempio, la mia vita con Angela: l’ho descritta come avrei voluto che fosse, una grande storia d’amore, in cui Angela e io appaiamo come due eterni innamorati, felici in mezzo ad avversità d’ogni sorta, appassionati, fedeli. Non è stato esattamente così, Müller: Angela mi sposò per interesse e subito se ne pentì, la nostra vita fu un seguito di meschinità e sotterfugi. Ma cosa conta quello che è stato giorno per giorno? Nella memoria del mondo l’immagine d’Angela è definitiva, perfetta, nulla può scalfirla e io sarò per sempre lo sposo più invidiabile che sia mai esistito.
Dapprincipio non avevo che da compiere un abbellimento dei dati che mi forniva la nostra vita quotidiana. A un certo punto questi dati che mi trovavo sotto gli occhi nell’osservare Angela giorno per giorno (e poi nello spiarla, nel pedinarla, alla fine) cominciarono a diventare sempre più contraddittori, ambigui, tali da giustificare sospetti infamanti. Cosa dovevo fare, Müller? Confondere, rendere inintelligibile quell’immagine di Angela così chiara e trasmissibile, così amata e amabile, offuscare il messaggio più splendente di tutti i nostri schedari? Eliminavo questi dati giorno per giorno, senza esitare. Ma avevo sempre paura che intorno all’immagine definitiva di Angela restasse qualche indizio, qualche sottinteso, una traccia da cui si potesse dedurre quello che lei – quello che l’Angela nella vita effimera – era e faceva. Passavo le giornate in laboratorio a selezionare, a cancellare, a omettere. Ero geloso, Müller: non geloso dell’Angela effìmera – quella ormai era per me una partita perduta – ma geloso di quell’Angela-informazione che sarebbe sopravvissuta per tutta la durata dell’universo.

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La prima condizione perché l’Angela-informazione non fosse toccata da nessuna macchia era che l’Angela vivente non continuasse a sovrapporsi alla sua immagine. Fu allora che Angela scomparve e tutte le ricerche furono vane. Sarebbe inutile che adesso io le raccontassi, Müller, di come riuscii a disfarmi del cadavere pezzo a pezzo. Resti pur calmo, questi particolari non hanno nessuna importanza ai fini del nostro lavoro, perché nella memoria del mondo io resto lo sposo felice e poi il vedovo inconsolabile che tutti voi conoscete. Ma non ho trovato la pace: l’Angela-informazione restava pur sempre parte d’un sistema d’informazioni, alcune delle quali potevano prestarsi a essere interpretate, – per disturbi nella trasmissione, o per malignità del decodificatore – come supposizioni equivoche, insinuazioni, illazioni. Decisi di distruggere nei nostri schedari ogni presenza di persone con cui Angela poteva aver avuto rapporti intimi. Mi è molto dispiaciuto, perché di alcuni dei nostri colleghi non resterà traccia nella memoria del mondo, come se non fossero mai esistiti.
Lei crede che le dica queste cose per chiedere la sua complicità, Müller. No, non è questo il punto. Devo informarla delle misure estreme che sono obbligato a prendere per far sì che l’informazione d’ogni possibile amante di mia moglie resti esclusa dagli schedari. Non mi preoccupo delle conseguenze per me; gli anni che mi restano da vivere sono pochi rispetto all’eternità con cui sono abituato a fare i conti; e quello che io sono stato veramente l’ho già stabilito una volta per tutte e consegnato alle schede perforate.
Se nella memoria del mondo non c’è niente da correggere, la sola cosa che resta da fare è correggere la realtà dove essa non concorda con la memoria del mondo. Come ho cancellato l’esistenza dell’amante di mia moglie dalle schede perforate così devo cancellare lui dal mondo delle persone viventi. È per questo che ora estraggo la pistola, la punto contro di lei, Müller, schiaccio il grilletto, l’uccido.


Italo Calvino (1923-1985), La memoria del mondo, 1968

(Tratto da Tutte le cosmicomiche, a cura di Claudio Milanini, Mondadori 1997)

Ritratti

giovedì

ToneMatrix

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Accendi le caselle e ascolta...

Alien Vs. Predator


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La campagna pubblicitaria della neozelandese DDB per la serata Alien contro Predator di Sky TV

mercoledì

BBC Blast Studio

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Clicca sull'immagine...

La piaga del Rock

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Invasione di cavallette.

Respinte a suon di Led Zeppelin e Rolling Stones.

Succede a Tuscorora, Nevada.

Riccardo Meggiato, Guerra alle cavallette a suon di Rock — da Wired.it (leggi tutto)

martedì

La sinistra invertebrata

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«... E così il profondo divario di sensibilità che si era creato tra le classi colte e quelle popolari ha reso il paese indifeso di fronte alla controrivoluzione dell'impero televisivo di Berlusconi. La sua tv ha nutrito l'immaginario popolare con un mucchio di idiozie e invenzioni volgari. Non sapendo come affrontare questi cambiamenti, per una decina d'anni il Pci ha cercato di resistergli.

L'ultimo vero leader del partito, Enrico Berlinguer, ha incarnato l'austerità e il disprezzo per l'autoindulgenza e l'infantilismo del nuovo mondo dei consumi materiali e culturali. Dopo la sua morte, il passaggio dal rifiuto intransigente di quei valori all'entusiastica capitolazione politica e culturale è stato brevissimo.

E Walter Veltroni ha finito con il somigliare sempre di più alle figurine sorridenti degli album che aveva distribuito con l'Unità quando era direttore del giornale...»

Perry Anderson, La sinistra invertebrata (da Internazionale.it) — leggi tutto

Epidemia

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(Illustrazione: Stephen Elvidge)


I semafori passano dal verde al giallo, dal giallo al rosso con il ritmo monotono e fuori sincronia di sempre. L'autobus ormai non investe più nessuno. La gente non si ammassa alle fermate né si schiaccia contro i vetri delle porte. I taxi non litigano con i minibus, i minibus con il mondo. Non ci sono auto in doppia fila. Nessun ingorgo. Agli incroci non si sentono i clacson né i soliti improperi. Si sente solo il vento, gli uccelli curiosi e lo stridio di una radio che qualcuno ha dimenticato di spegnere. Il Circuito Bicentenario riluce inutile, nudo, il suo nuovo asfalto. L'aria è trasparente come ai tempi di Fuentes. Sono giorni che non ci sono rapine. Nessun poliziotto. Sono fuggiti tutti. Tutti. Dall'epidemia, dalla città, dal paese. Si possono vedere ancora sulle strade, vicino alla frontiera, i più sbandati. Molti non hanno nemmeno sepolto i loro morti. Negli ospedali e nelle case, sopra i letti sudici, cani, scarafaggi, gatti, mosche e topi si spartiscono i corpi. Nessun maiale. Quei pochi che alcune persone ingrassavano nei cortili hanno mangiato i resti dei loro padroni. Sono tutti morti di influenza umana. Non c'è animale che porti via i propri cadaveri.


Mónica Sánchez Escuer, Epidemia

(Tradotto dal blog dell'autrice Historias baldías)

Mónica Sánchez Escuer su Narcolessia delle giraffe

lunedì

Press the 8

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Più di 70 organizzazioni della società civile per "schiacciare" gli 8 grandi e il loro disinteresse per i più deboli.

Il sito della Coalizione Italiana contro la Povertà

(Non è) cosa nostra


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«Dopo le sconfitte degli ultimi anni, la mafia siciliana adesso cambia tattica. Intanto, lo stato si è in pratica arreso nella lotta a Cosa Nostra. È quanto dice il sostituto procuratore di Palermo a DN.

Chi visitava il palazzo di giustizia di Palermo negli anni ’80, si trovava di fronte ad un’edificio enorme, pulsante di attività come un alveare. Guardie del corpo, innumerevoli segretari e assistenti andavano avanti e indietro per i lunghi corridoi, aiutando il grande pool antimafia costruito intorno ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – entrambi uccisi poi dalla mafia nel 1992.

Oggi nei corridoi c’è un senso di desolazione kafkiana già nel primo pomeriggio. Alcuni giudici continuano però testardamente il proprio lavoro. Uno di questi è il sostituto procuratore Antonio Ingroia, che oggi coordina tutte le indagini sulla mafia a Palermo.

Sottolinea i problemi pratici legati alla possibilità di portare avanti il lavoro nonostante i continui tagli fatti dallo stato. Ingroia parlava chiaro come pochi altri già il giorno dell’apertura dei lavori del sistema giudiziario del paese per il 2009. Affermava che la lotta alla mafia rischia di di finire in bancarotta totale. Mancano i soldi per pagare gli straordinari al personale, ma anche per pagare cose basilari come la carta per la fotocopiatrice o la benzina delle macchine dei giudici e delle guardie del corpo.

- Questo è il risultato di una decisione politica che deriva da una sottovalutazione di Cosa Nostra. Finché la mafia uccideva sulle strade, l’organizzazione era vista come una minaccia seria. Da quando però la mafia ha scelto la strategia dell’armistizio, lo stato ha fatto lo stesso, dice Ingroia.

È sua convinzione che l’obiettivo dello stato non sia più di combattere e sconfigggere la mafia, ma solo di limitare il fenomeno. Se la mafia riga dritto e si concentra a fare soldi con il narcotraffico, lo stato ritiene che il fenomeno sia tollerabile...»

Da Italia dall'Estero.info Lo stato lascia fare la mafia (5 maggio 2009: Dagens Nyheter, ”Staten låter maffian hållas” — tradotto dal sito svedese DN.se): leggi tutto

giovedì

Daniil Charms — Diari

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(Immagine: Powershot)


I

Ieri papà mi ha detto che finché sarò Charms sarò perseguitato dal bisogno.

23 dicembre 1936


IV

Bisogna conservare il sangue freddo, cioè bisogna saper tacere e riuscire a non cambiare continuamente l’espressione del viso.

Quando la persona con la quale stai parlando sragiona, parlale in modo gentile e di’ di sì.

Quando uno dice: «mi annoio» c’è sotto sempre il problema del sesso.



V

Creati una posa e abbi la forza di carattere di mantenerla. Una volta posavo a indiano, poi a Sherlock Holmes, poi a yogi, e adesso a irascibile nevrastenico. Quest’ultima posa non vorrei mantenerla per sempre. Bisogna inventare una posa diversa.


VI

Prova un po’ a restare indifferente, quando finiscono i soldi.

17 luglio


VII

Sulla spiaggia un’interessante sensazione: vicino c’è un posto vuoto, chi verrà a sdraiarsi? Stai ad aspettare, ma di solito il vicino risulta non aver niente di speciale.

21 luglio. Spiaggia Petropavlovskaja


XXI

20 marzo 1938

Mi sono avvicinato nudo alla finestra. Nella casa di fronte evidentemente qualcuno ha avuto da ridire, penso sia stata la moglie del marinaio. In camera mia sono piombati un poliziotto, il portinaio e non so chi ancora. Mi hanno comunicato che sono ben tre anni che infastidisco gli abitanti della casa di fronte. Ho messo delle tendine.


Daniil Charms (1905-1942), dai Diari
(Tratto da Daniil Charms, Casi, Adelphi 2009 — a cura di Rosanna Giacquinta)

La Notte Etterna


Voi cui eternità
A posto in braccia
Mia vita
Voi che d’altro mondo
Sognate, d’a-altre fia-amme
Ma non so per ch’io sia
O mo-orta ripa
Del mio stato-infelice
L’stato-infelice!
Com’ ch’il cie-el non più vede

Ha’n te-enebre-il cor’

Come chi tanto guarda

La nott-etterna
Tramene…
Làggiù
Di che sai tu ?
Di smarrita, febbrila
Attesa
Dove…
Dove sei tu ?
Che’l preda, esule
T’attende…
Ma non so per ch’io sia
O mo-orta ripa
Del mio stato-infelice
L’stato-infelice
Com’ ch’il cie-el non più vede

Ha’n te-enebre-il cor’

Come chi tanto guarda

La nott-etterna
Tramene…
Com’ ch’il cie-el non più vede

Ha’n te-enebre-il cor’

Come chi tanto guarda

Tramene…


Emma Shapplin, La Notte Etterna, 2002

mercoledì

Islamofobia

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(Immagine: Raffaele Franco)

«Non mi piacciono i film di fantascienza. Li trovo noiosi e insulsi, e non capisco proprio come la gente possa appassionarsi al genere. Anzi mi deprimono.
Alcuni sono violenti. Roba da barbari sottosviluppati. A volte mi fanno perfino paura e in ogni caso consiglio di evitarli.

Confesso però che non ho mai visto un film di fantascienza in vita mia. Nemmeno uno.

E credo che quando si parla di Islam molti ragionino pressappoco così...»

Un punto di vista sull'Islam: Jamila Mascat, Islam, pregiudizio e orgoglio (dal blog Nero su bianco — Internazionale.it)