mercoledì

Buon Natale dalle giraffe!


Buon Natale dalle Giraffe!

Qualunque cosa (non) crediate!

Per scherzo e per davvero!





lunedì

Aspettando il Natale (di Obama?)



Come si festeggia(va) a casa Bush.

L'ultimo video alla Casa Bianca del cane presidenziale (quello che si chiama Barney).

Tutto rigorosamente vero.

Dan McPharlin

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Il design e le illustrazioni di Dan McPharlin

venerdì

La macchina del disincanto

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(Foto: Richard Rasner)

Sai qual era la differenza fra loro e noi?, mi chiese. Io gli risposi che non lo sapevo. Allora mi disse: loro volevano cambiare le cose soltanto un po’, non volevano niente di più che un misero pezzettino di cielo. Noi volevamo l’universo.

Tornò a domandarmi, sai qual è la differenza, adesso, fra loro e noi? E io gli dissi che non la sapevo. Loro, seguitò, si sono appropriati di quella miseria, e noi siamo stati cacciati dal paradiso meschino nel quale essi vivono.

E finalmente mi chiese, sai quale continua a essere la differenza fra noi e loro? No, gli dissi. Loro si sono dimenticati di tutto e sono felici. Noi abbiamo il dolore e il desiderio. Siamo rimasti con la memoria, nudi.

Juan Yanes, La máquina del desencanto

(Una "macchina" — non a caso — tradotta dal blog Máquina de coser palabras)

Juan Yanes su Narcolessia delle giraffe

Una canzone d'amore

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I wanna go to bed with arms around me
But wake up on my own
Pretend that I’m still sleeping
Til’ you go home

Oh I can’t look at you this morning
I should probably have a sign
That says ‘Leave right now or quicker’
You’ve overstayed your time

If I don’t believe in love nothing will last for me
If I don’t believe in love nothing is safe for me
When I don’t believe in love you’re too close to me
And that’s why you have to leave

Maybe I slept peaceful on your shoulder
Your arm warm around my side
But it’s different now, it’s morning
And I can’t face your smile

The second that I feel your safe hands
Reaching out for mine
I slip away and out of sight
You’ve overstayed your time

If I don’t believe in love nothing is good for me
If I don’t believe in love nothing will last for me
When I don’t believe in love nothing is new for me
Nothing is wrong for me
And nothing is real for me

When I don’t believe in love why do you care for me?
When I don’t believe in love nothing is real for me
If I don’t believe in love you’re getting to close to me
And that’s why you have to leave
And that’s why you have to leave

If I don’t believe in love
If I don’t believe in love
If I don’t believe in love
Nothing is left for me
If I don’t believe in love
You’re too good for me

Dido, Don't Believe In Love, 2008

lunedì

Carta stampata, adieu...

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La fine del giornalismo su carta: da Internazionale.it l'opinione di Andrew Sullivan, Un mondo senza giornali

Il blog di Andrew Sullivan

venerdì

La tua luna personale

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Cosa fareste, come vi sentireste, con una «luna personale» a disposizione?

Gli scatti degli artisti russi Leonid Tishkov and Boris Bendikov

Numero di occhi e superiorità nel genere femminile

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La signorina Nicole Reuman vide un ragnetto su un angolo della casa e restò paralizzata dall’orrore. Il ragno vide otto signorine in una signorina e restò paralizzato dall’orrore. La signorina versava le sue donazioni a Greenpeace con moderna religiosità, e così non ammazzò il ragnetto, per preservare l’equilibrio ecologico. Durante la notte, il ragnetto Lactrodectus mactans — o Vedova nera — morse la signorina e la ammazzò, per preservare l’equilibrio ecologico.

María Cristina Rolnik, La cantidad de ojos y la superioridad en las hembras

Tradotto dal blog letterario di Sergio Gaut vel Hartman Químicamente impuro

giovedì

Tentacoli imperdibili

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Da non perdere: il lavoro degli illustratori malesi Leong Wan Kok e pH Khor (su
1000tentacles.com)

I soliti film di cowboy


«Due amici più che due amanti. Devono essere apparsi così a chi per la prima volta ha visto il film di Ang Lee sui due cowboy gay trasmesso lunedì sera su Rai Due. Nonostante il film sia andato in onda in seconda serata, infatti, da "I segreti di Brokeback Mountain" sono state censurate tutte le scene di affettività tra i due protagonisti...»

Tratto da Gay.it

Il sito ufficiale di Brokeback Mountain

martedì

Città fai-da-te

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Creare (ad esempio) piste ciclabili senza passare attraverso la rete dei politici o della burocrazia.

I
nsomma: modificare la città per poterla vivere.

L'esperienza possibile dell'
Urban Repair Squad di Toronto

Dipendenza

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Una dipendenza crescente andava unendo il pappagallo vivace al suo padrone: costui pronunciava o compitava una parola, e quello la ripeteva fedelmente, come un’eco, quasi fosse una registrazione. E questo con tutto, con uno schioccare di lingua, una mossa del capo, un lungo sbadiglio, una bestemmia improvvisa. Questa ripetizione li rese di volta in volta sempre più simili, più simili di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Accadde che il padrone, proprio come il volatile, finì per spiccare il volo, e il suo pappagallo, ansioso di rifargli il verso, agitò e lacerò le sue ali dentro la gabbia, impossibilitato com’era a volare via dalla terrazza del palazzo.

José Eduardo Lopes, senza titolo

Un "alato" racconto breve tradotto dal blog del mozambicano José Eduardo Lopes Estrada de Santiago

L'e-book As Metamórfoses de ouvido

Spirito di collaborazione

Suv nostro, che sei nei cieli...

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Da Repubblica.it la gallery fotografica Detroit, preghiera per un Suv

giovedì

4 dicembre: sciopero e lutto della rete Internet italiana

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Sembra paradossale, ma è la realtá.
Anche il tuo sito/blog puó essere oscurato e tutti noi come Carlo Ruta possiamo essere condannati per stampa clandestina.
Infatti esiste una legge (N° 62 del 7/3/2001) che dice a chiare lettere che in Italia siamo tutti in situazione di illegalità.
E tu cosa vuoi fare? Aspettare che ti arrivi una denuncia perchè hai espresso le tue idee?
Se hai un blog, un sito, un forum in Italia rischi grosso, e noi ci rivolgiamo agli internauti di tutto il mondo perchè ci aiutino a difendere la nostra libertá di espressione. Ognuno deve dare il suo contributo aiutando a diffondere questo messaggio per difendere la neutralità e libertà di Internet.
Ed è fondamentale farlo ora. Ora che il Parlamento italiano sta studiando una norma che metterebbe ancor di piú i bastoni tra le ruote di tutti noi che non usiamo questo mezzo per professione ma solo per passione e per far circolare le nostre idee.
Questa norma (DDL Levi) deve essere immediatamente ritirata e devono essere sottratti alla legislazione sull’editoria tutti i mezzi internet utilizzati per esprimere e diffondere informazioni ed opinioni se gestiti in forma amatoriale, indipendentemente dalla loro capacità di produrre profitti.Hai ancora dubbi?
Ti basti sapere che l’On. Giulietti nel 2001, come relatore della Legge N° 62 dichiarò che:
“La legge sull’editoria non ha mai avuto tra i suoi obiettivi quello di imbrigliare le attività editoriali sulla rete. Sono quindi falsi gli allarmi e le preoccupazioni diffusi in tal senso.”
A distanza di sette anni ed a causa di quella legge, uno di noi, Carlo Ruta è stato condannato per stampa clandestina ed il suo sito è stato oscurato. Le rassicurazioni di allora sono dunque state inutili come lo saranno quelle di ora.
Tu che ci stai leggendo, tu che sei uno di noi, non rimanere passivo.
Domani potrebbe capitare anche a te.
Facciamo sentire la nostra voce e coordiniamo insieme una lotta per poter continuare ad esprimere i nostri pensieri. A questo link troverai tutte le informazioni per fare anche tu la tua parte. Fai sentire a tutti il tuo grido di libertà.
No alla clandestinità, vogliamo la libertà.

Testo tratto da Ammazzablog - Sito ufficiale del Facebook's group "Salva i Blog! No al Ddl C. 1269"

mercoledì

Il futuro dei libri? È nel passato

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(Fonte illustrazione: Newyorktimes.com)

Che cosa resta da fare a un editore nell'era della digitalizzazione, della pubblicazione online, del mercato di massa del cyberspazio?

«Tornare a un'idea vecchio-stile: che un libro, stampato a inchiostro su carta di qualità, non deperibile, è un oggetto di pura bellezza. Realizzatelo meglio che potete. La gente vuole prendersene cura...»

How to Publish Without Perishing: l'opinione di James Gleick (dal sito del «New York Times»)

Disturbo di ministerialità (questa c'era sfuggita...)

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«Quando sarò grande voglio diventare la Thatcher...»

16 novembre 2008: parla il ministro per le pari opportunità, nonché portavoce di Berlusconi, Mara Carfagna (leggi tutto l'articolo — tradotto dalla testata greca E-Tipos.com — su Italiadallestero.info)

martedì

2-3-4 dicembre: contro il Decreto Ammazzablog

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(Foto: Bruno Teixeira)

Mobilitazione contro la legge 1269 e la clandestinità di Internet in Italia.

vai al gruppo su FaceBook Contro il DDL anti-Blog presente alla Camera

Perdita

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(Foto: the_astronaut)


– Morirò senza… Come farò a rimpiazzarla? – balbettava l’uomo guardando la sabbia.
Che tipo questo qui!, pensava l’altro uomo che lo ascoltava; ci siamo salvati da un naufragio del genere e lui si preoccupa per una donna.
– E se non la trovo come potrò vivere? – continuava a lamentarsi il primo.
– Senta… non le pare che su quest’isola deserta ci siano cose più importanti a cui pensare del ricordo della sua donna? Per esempio… cercare qualcosa da mangiare.
– Di questo si tratta, idiota! Come riuscirò a mangiare senza la mia dentiera?

Patricia Kieffer, Pérdida

Un divertente microcuento dell'argentina Patricia Kieffer (tradotto dal blog di Sergio Gaut vel Hartmann Químicamente impuro)

Cuba: 50 anni di rivoluzione

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1 gennaio 2009: cinquantenario della rivoluzione cubana.

Da «The Guardian» la gallery fotografica Magnum

lunedì

Assenza

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(Foto: xdickyx)

Disteso nel freddo letto di sabbia guardava il cielo. Vedeva, nelle nuvole, le forme della donna amata che era andata via. Calò la notte, e la Luna illuminò il suo pianto al suono corale delle stelle. Si addormentò così stanco di soffrire che la sabbia avvolse il suo corpo dentro un abbraccio protettore. Quando fu mattino, la prima onda, pietosa, lo trascinò con sé.

Angela Schnoor, Ausência

Un racconto breve che è pura poesia (tradotto dal blog dell'autrice Microargumentos)

L'altro blog di Angela Schnoor:
Ideália

L'e-book Na barca de Caronte

Angela Schnoor su Narcolessia delle giraffe

venerdì

Fotografia — Portfolio del mese

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Bombay (Mumbai): la città che amo

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Lo scrittore e musicista Amit Chauduri.

La Bombay della sua infanzia e la Mumbai di oggi, lacerata dalla povertà e dalla disperazione.

Il testo completo su «The Guardian»

Il sito ufficiale di Amit Chauduri

Bombay/Mumbai su Narcolessia delle giraffe

giovedì

La morte violetta

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Il tibetano tacque. La magra figura rimase ancora per qualche istante immobile e poi scomparve tra i folti canneti.
Sir Roger Thornton guardava fìsso il fuoco. Se quello non fosse stato un Sanniasi… un penitente… che inoltre andava in pellegrinaggio a Benares, non ci sarebbe stato da credere neppure una parola; ma un Sanniasi non mente, né gli si può mentire.
E allora quel perfido e terribile moto convulso del viso dell’asiatico?
O era stato tratto in inganno forse dal riflesso del fuoco che si rispecchiava così stranamente negli occhi dei Mongoli?
I Tibetani odiano gli europei e tengono gelosamente nascosti i loro segreti magici con i quali sperano di poter annientare gli altezzosi stranieri, quando verrà il gran giorno.
Ma tutto ciò non contava; lui, Sir Roger Thornton, doveva constatare con i propri occhi se era vero che questo popolo meraviglioso disponeva effettivamente di Forze Occulte. Gli occorrevano però compagni, uomini coraggiosi, di ferma volontà, anche se avessero dovuto incontrare cose paurose, appartenenti a un altro mondo.
L’inglese passò in rivista i suoi compagni: di tutti gli asiatici l’unico da prendere in considerazione sarebbe stato l’afgano, ignaro della paura come una bestia feroce, ma tremendamente superstizioso.
Sicché rimaneva unicamente il suo servo.
Sir Roger lo toccò con il bastone. Pompeo Jaburek era completamente sordo da una decina di anni, ma sapeva intendere dal moto delle labbra ogni parola, anche se straniera.
Con gesti pieni di espressione, Sir Roger gli raccontò quel che aveva appreso dal tibetano. A circa venti giorni di viaggio di là da un punto ben precisatogli della valle dell’Imavat, si trovava una località: da tre lati la chiudevano rocce strapiombanti e l’unico accesso era impedito da gas velenosi che sorgevano ininterrottamente dal sottosuolo e uccidevano all’istante qualunque essere vivente tentasse di attraversarla.
In quella gola, dall’ampiezza di circa cinquanta miglia quadrate, sarebbe vissuta, in mezzo alla più lussureggiante vegetazione, una piccola tribù appartenente alla razza tibetana, che portava berretti rossi a punta e adorava una crudele divinità satanica raffigurata da un pavone. Questo essere diabolico, nel corso di innumerevoli secoli, avrebbe insegnato agli abitanti la magia, e avrebbe rivelato loro dei misteri che un giorno avrebbero sconvolto l’intero globo terrestre. Inoltre, avrebbe insegnato loro una specie di melodia capace di annientare all’istante l’uomo più forte del mondo.
Pompeo rise laconicamente. Sir Roger spiegò che pensava di poter oltrepassare i passaggi venefici con l’aiuto di visiere da palombaro e apparecchi del genere contenenti aria compressa o, più semplicemente, con perfezionatissime maschere contro i gas asfissianti, e penetrare così nella gola misteriosa.
Pompeo fece di sì col capo e si fregò le mani sudicie.

Il tibetano non aveva mentito. Laggiù, in mezzo al più rigoglioso verdeggiare della foresta, si apriva una misteriosa gola. Una specie di cintura giallobruna di terra molle e disgregata – della larghezza circa di una mezz’ora di cammino – separava quel vasto territorio dal mondo esterno.
Il gas che si sprigionava dal suolo altro non era che acido carbonico.
Sir Roger, che da un’altura aveva calcolato la larghezza approssimativa di quella cintura di terreno, decise di iniziare il giorno seguente la spedizione. Le maschere che si era fatte venire da Bombay funzionavano alla perfezione. Pompeo portava i due fucili a ripetizione e altri oggetti che il suo padrone credeva indispensabili.
L’afgano si era ostinatamente rifiutato di accompagnarli, e aveva dichiarato che era sempre pronto a entrare nella tana di una tigre ma che non avrebbe osato qualcosa di pericoloso per la sua anima immortale. Così i due europei erano stati i soli a intraprendere la spedizione.
Dal suolo spugnoso salivano nuvolette di gas venefici. Sir Roger aveva adottato un passo piuttosto svelto affinché l’aria compressa della maschera fosse sufficiente alla traversata della zona. Tutto quel che gli stava dinanzi appariva in forme ondeggianti come attraverso uno strato d’acqua. La luce del sole gli sembrava di un verde spettrale e colorava i lontani ghiacciai – «il tetto del mondo» dal profilo gigantesco – come uno strano paesaggio di morti.
Arrivato con Pompeo a uno spiazzo di erba verde, accese un fiammifero per accertarsi della presenza di aria respirabile. Allora tutti e due si tolsero le maschere.
Dietro a loro si stendeva la parete di gas come una massa di acqua tremolante. Nell’aria vi era un odore inebriante simile a quello dei fiori d’amberia; farfalle iridescenti, grandi come mani, stavano posate con le ali spiegate, quasi libri magici aperti su fiori immobili.
I due procedettero, a una certa distanza l’uno dall’altro, in direzione di una macchia boscosa che chiudeva loro la visuale.
Sir Roger fece un segno al servo muto: gli era parso di aver avvertito un rumore. Pompeo alzò il cane del suo fucile. Giunsero sull’orlo della foresta; dinanzi a loro si apriva una prateria. A un quarto di miglio appena, un centinaio di uomini dall’aspetto di Tibetani, col capo coperto di berretti rossi a punta, avevano formato un semicerchio e attendevano gli intrusi. Sir Roger si diresse senza esitare verso di loro; alcuni passi dietro di lui veniva Pompeo.
I Tibetani erano vestiti delle loro usuali pelli di capra, tuttavia avevano ben poco l’aspetto di esseri umani tanto i loro volti erano informi e di una bruttezza terrificante, con una espressione di cattiveria bestiale. Lasciarono che i due si avvicinassero poi, con la rapidità del fulmine, balzarono simultaneamente, al comando del loro capo, portando le mani in alto e premendole fortemente sugli occhi. Nello stesso istante, con tutta la forza dei loro polmoni gridarono qualcosa.
Pompeo Jaburek guardò il padrone come per interrogarlo e tenne pronto il fucile, perché la strana manovra di quella gente gli parve l’inizio di un attacco. Ma quel che gli si parò davanti gli fece affluire tutto il sangue al cuore.
Attorno al suo padrone si era formata una massa tremolante di gas che si innalzava a vortice, simile a quella che poco prima avevano attraversato. La figura di Sir Roger stava perdendo i contorni come se fosse logorata dal vortice; il capo diventava appuntito e tutta la massa del corpo alla fine cadde come se rientrasse in sé, e al posto dove un momento prima si era trovato il robusto inglese, rimase un cono violetto chiaro della grandezza e dall’aspetto di un pan di zucchero.
Il muto Pompeo fu assalito da un selvaggio furore. I Tibetani gridavano ancora, ed egli era tutto teso a spiare le loro labbra per leggervi quello che veramente volevano dire.
La parola era sempre una e la stessa. A un tratto il capo si alzò e tutti si tolsero le mani dagli occhi, tacendo. Simili a pantere si lanciarono su Pompeo. Egli fece fuoco, e i Tibetani parvero per un istante sbigottiti.
Istintivamente Pompeo gridò verso di essi la parola che aveva letto sulle loro labbra: A-me-dan. A-me-dan: così forte che tutta la valle ne fu scossa come da un terremoto.
Lo prese come una voragine: gli pareva di vedere tutto attraverso delle lenti spesse, mentre la terra gli si muoveva sotto i piedi. Ma non fu che un istante; tornò subito a veder chiaro come prima.
I Tibetani erano spariti come poco prima il suo padrone, e non gli restavano davanti che innumerevoli pan di zucchero color violetto.
Il loro capo viveva ancora. Le sue gambe erano già quasi cambiate in una poltiglia azzurra e anche la parte superiore del corpo cominciava a raggricciarsi: pareva quasi che tutto l’individuo venisse assorbito da un essere invisibile. Lui non aveva il berretto rosso degli altri, ma uno strano copricapo simile a una mitria sotto la quale si muovevano gli occhi gialli.
Jaburek gli fracassò il cranio col calcio del fucile ma non poté impedire che il morente lo ferisse a un piede con una roncola tirata fuori all’ultimo momento.
Il profumo dei fiori di amberia si era fatto così forte da essere quasi pungente: pareva che uscisse dai coni violetti che Pompeo stava ora guardando. Erano tutti uguali e formati dallo stesso muco gelatinoso di color violetto chiaro. Ritrovare i resti di Sir Roger tra quei coni violetti era impossibile.
Pompeo, a denti stretti, guardò ancora una volta in viso il capo dei Tibetani e riprese il cammino che aveva percorso venendo. Ritrovò le maschere, riempì la sua di aria, e s’inoltrò nella zona piena di gas.

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Pompeo Jaburek scrisse tutto quanto era accaduto, parola per parola, come si erano svolti i fatti davanti a lui – arrivare a spiegarli non poteva davvero – e poi l’indirizzò al segretario del suo padrone a Bombay, via Adheritollah 17. L’afgano si prese l’incarico di fargli pervenire la lettera. Di lì a poco Pompeo morì perché la roncola del tibetano era avvelenata.
«Allah è il solo dio, e Maometto è il suo profeta!», pregò l’afgano toccando il suolo con la fronte, mentre i cacciatori indù ricoprivano di fiori il cadavere e lo bruciavano su una catasta di legna pregando piamente.
Quando Ali Murrad Bey, il segretario, lesse la notizia, diventò pallido di spavento e mandò subito la lettera alla direzione della Indian Gazette.
Fu l’inizio di un nuovo diluvio universale, di un cataclisma infernale.
La Indian Gazette che recava la pubblicazione del «caso di Sir Roger Thornton», comparve il giorno dopo con tre ore di ritardo. Un misterioso e spaventoso incidente ne era la causa.
Mister Narorodje, redattore del giornale, e due impiegati che solevano rivedere ancora una volta il giornale a mezzanotte prima della sua uscita, erano scomparsi dalla loro stanza di lavoro senza lasciar traccia. Si trovarono per terra al loro posto tre cilindri bluastri e gelatinosi e, in mezzo ad essi, una copia del giornale appena stampato. La polizia aveva appena terminato, dandosi grandi arie d’importanza, le prime indagini, quando si verificarono innumerevoli altri casi analoghi.
Dinanzi agli occhi della folla spaventata che si riversava per le strade, sparivano a dozzine gli uomini che leggevano i giornali gesticolando. E tutt’attorno si vedevano tante piramidi azzurre, sulle scale, nei mercati, nei vicoli, ovunque l’occhio si volgesse. Prima che fosse sera, Bombay aveva perduto quasi la metà della popolazione. Una ordinanza sanitaria dispose l’immediato blocco del porto e vietò qualsiasi commercio con l’esterno per arginare il più possibile la nuova epidemia, giacché non poteva trattarsi d’altro.
Telegrammi e cablogrammi non cessavano giorno e notte di diffondere nel mondo la terribile notìzia del «caso di Sir Roger Thornton».
Il giorno dopo fu però tolta la quarantena perché riconosciuta una misura troppo tardiva. Da tutti i paesi notizie spaventose partecipavano che la «morte violetta» era scoppiata quasi ovunque contemporaneamente, e minacciava di rendere deserta la Terra. Gli uomini avevano perduto il controllo di se stessi e il mondo civile somigliava a un gigantesco formicaio nel quale un contadino bestiale avesse infilato la pipa accesa.
In Germania l’epidemia scoppiò prima ad Amburgo. L’Austria, dove si leggono soltanto le notizie locali, fu risparmiata per parecchie settimane.
Il primo caso di Amburgo era particolarmente impressionante. Il pastore Sulken, un uomo che la venerabile età aveva reso quasi sordo, sedeva una mattina a tavola per prendere il caffè, nel cerchio dei suoi cari: Teobaldo, il maggiore, con la sua lunga pipa di studente; Jetta, la fedele consorte; Minna, Tina e, insomma, tutti quanti.
Il vegliardo aveva aperto allora il giornale inglese da poco arrivato e leggeva ai suoi il «caso Thornton»; giunto alla parola «Ame-dan», voleva schiarirsi la voce con un sorso di caffè, quando a un tratto si accorse che attorno a lui non c’erano che coni violetti e gelatinosi. In uno stava ancora infilata la pipa.
Tutte quelle quattordici anime il Signore le aveva chiamate a sé.
Il pio vecchio cadde a terra privo di sensi.
Di lì a una settimana quasi metà del genere umano era morto.
Era riservata a uno scienziato tedesco la fortuna di portare un po’ di luce in questi avvenimenti. Il caso che sordi e sordomuti fossero immuni all’epidemia lo aveva portato a considerare che doveva trattarsi di un semplice fenomeno acustico.
La sua spiegazione consisteva all’incirca in un riferimento ad alcuni scritti religiosi indiani quasi sconosciuti, i quali trattano di tempeste vorticose astrali ed eteree provocate da parole e da formule magiche; e convalidava questa supposizione con i moderni esperimenti sulla vibrazione e sull’irradiazione.
Tenne la sua conferenza a Berlino e, per leggere le lunghe frasi del manoscritto, fu costretto a servirsi di un gigantesco altoparlante, tanto enorme era stato il concorso del pubblico.
La dotta dissertazione terminò con le parole lapidarie: «Andate dal medico degli orecchi, che vi faccia diventar sordi, e poi guardatevi dal pronunciar la parola Amedan».
Un minuto dopo, lo scienziato e i suoi uditori erano tanti coni gelatinosi e senza vita, ma il manoscritto rimase, fu divulgato e salvaguardò l’umanità dalla completa distruzione.

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Alcuni decenni dopo questi avvenimenti (stiamo scrivendo nel 1950), una generazione di uomini sordomuti abita la Terra.
Usi e costumi diversi, posizioni sociali capovolte, il dominio abolito. Uno specialista per orecchi regge il mondo… La musica è disprezzata quanto le ricette alchimistiche del Medio Evo… Mozart, Beethoven, Wagner sono caduti nel ridicolo.
Nelle stanze di tortura dei musei un pianoforte polveroso digrigna i suoi vecchi denti.

Gustav Meyrink (1868-1932), Der violette Tod (1922)

(L'ironia e l'utopia orrorifica di Meyrink sono state tratte da Il Golem e altri racconti, traduzione di Gianni Pilo, Newton 1994)

Mappa del tesoro...

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... o meglio: dei pirati.

Salam Bombay

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martedì

L'oro di Roma — Parte seconda




«Dopo l'inchiesta di "Report", il programma di Milena Gabanelli che ha alzato il velo sulla gestione dei rifiuti a Roma e la commistione di interessi tra privati e politica, l'assessore della Regione Lazio Mario Di Carlo si è subito fatto da parte. Di Carlo, responsabile delle politiche per la Casa, ha avuto nel tardo pomeriggio un incontro di circa un'ora con il presidente Piero Marrazzo, al quale ha rimesso la delega, che adesso resterà alla presidenza...»

(Rifiuti a Roma, dopo «Report» Di Carlo rinuncia alla delega, da «Il Sole 24 Ore» del 24 novembre 2008 — leggi tutto)

L'oro di Roma — Parte prima

Patricia Piccinini

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Le creature e la poesia di Patricia Piccinini

lunedì

Emma Hack

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Le tele umane dell'artista australiana Emma Hack

Chocolate Superheroes


I supereroi dell'11th annual New York Chocolate Show (da Grinding.be)

L'oro di Roma

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«Il 24 giugno 2008, dopo 9 anni di commissariamento straordinario, la regione Lazio è uscita finalmente dall'emergenza con un nuovo piano per i rifiuti che prevede, entro il 2011, la realizzazione di alcuni gassificatori. La commissione europea era sul punto di sanzionare l'Italia perché l'ultimo piano rifiuti che mancava era proprio quello della regione Lazio che ha un bilancio disastroso: solo il 14% di raccolta differenziata contro il 42% della Lombardia. In questi mesi i cittadini romani hanno spesso dato vita a forme di protesta: se si facesse la raccolta differenziata, dicono, non ci sarebbe bisogno di bruciare tutto. La discarica di Malagrotta è la più grande d'Europa, ci finiscono dentro i rifiuti di Roma, Ciampino, Fiumicino e della Città del Vaticano. Appartiene alla società E. Giovi di Francesco Rando, mentre il capitale è dell'avvocato Manlio Cerroni: il monopolista romano dello smaltimento dei rifiuti...»

Paolo Mondani, L'oro di Roma (da «Report» del 24 novembre 2008) — leggi l'articolo per intero; guarda il video

venerdì

Breve antologia della letteratura universale

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Cantami, o Diva, non solo del pelide Achille l’ira funesta, ma anche come in principio Dio creò i cieli e la terra e come subito, nel corso di più di mille notti, qualcuno raccontò la storia compendiata dell’uomo, e dunque conoscemmo che, nel mezzo del cammin di nostra vita, un bel mattino uno si risvegliò mutato in un enorme insetto, un altro assaggiò una madeleine e all’istante ritrovò il paradiso dell’infanzia, un altro dubitò dinnanzi al teschio, altri si elesse melibeo, altri pianse i dolci pegni mal trovati, altri dopo le nozze restò cieco, altri sognò da desto e altri nacque e morì in un luogo del cui nome non ricordo. E cantami, o Diva, col tuo canto generale, della balena bianca, della notte oscura, dell’arpa là nell’angolo, delle belle teste, dell’olmo secco, della dolce Rita delle Ande, delle illusioni perdute, e del verde vento e delle sirene e di me stesso.

Luis Landero, Breve antologia de la literatura universal (pubblicato in Quince líneas, Tusquets Editores 1996, con lo pseudonimo Faroni)

Un testo incredibile, denso di riferimenti letterari — le giraffe vi sfidano rintracciarli —, tradotto su segnalazione di Juan Yanes, dalla sua preziosa Máquina de coser palabras

Il mistero dei rosacroce. E la Rosa Rossa

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«A mio parere il mistero più grande non è se questi esistano davvero, la loro data di nascita, e altre idiozie buone solo per intellettuali che fanno finta di voler capire la realtà, ma che vogliono solo portare i lettori e la gente comune fuori pista.

Il mistero più grande è capire in quale momento un’organizzazione che si rifaceva al messaggio di Cristo e a filosofie meravigliose (...), si sia trasformata in un’organizzazione criminale che – oltre al potere politico e finanziario – permette ai suoi affiliati di commettere i delitti più impensati, da quelli del Mostro di Firenze a quelli di Cogne o di Haider...»

Da Paolo Franceschetti, Il mistero dei rosacroce. E la Rosa Rossa (leggi tutto)

giovedì

Vita di un proiettile


La vita di un proiettile.

E la sua "morte" scioccante.

(Dalle sequenze d'apertura del film Lord of War)

Età e stile

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Lo stile è direttamente proporzionale all'eta.

L'assioma di Advanced Style.

mercoledì

Traiettoria

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Adolf Hitler (1189-1965) è stato un pittore di acquerelli che ha goduto di una certa celebrità dopo la sua morte grazie al capriccio dei collezionisti. Giusto ieri, durante un’asta bandita alla Galleria Sobiewski di Varsavia, il suo acquerello Forno crematorio a Dachau è stato battuto per 42 milioni di zloty dopo un’intensa gara al rilancio fra l’armatore Karol Wojtyla e l’industriale avicolo Arnold Schwarzenegger. Il principato di Linz ha presentato un reclamo formale dinanzi al governo polacco, adducendo che la citata tela era stata rubata da ufficiali di quella nazione durante la Grande Guerra Esteuropea del 1948, ma la protesta non è stata presa in considerazione. Quando Hitler è morto nella sua casa di Malibu, dopo una lunga carriera come scenografo di film di serie B, non era riuscito a vendere nessuno dei suoi dipinti.

Sergio Gaut vel Hartman, Trayectoria

Un'eccentrica traiettoria temporale dell'argentino Sergio Gaut vel Hartman (tradotta dal suo blog Químicamente impuro)

Sergio Gaut vel Hartman: la rivista «Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Sergio Gaut vel Hartman su Narcolessia delle giraffe

L'armonia è possibile

Stop the Catastrophe

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Cucù!

martedì

Gerarchia

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(Foto: stonemx)

Se arrivo in una città
oltre l'oceano
Molto spesso arrivo in una nuova città, portato dal dubbio.
Divenuto da un giorno all'altro pellegrino
di una fede in cui non credo;
rappresentante di una merce da tempo svalutata,
ma è grande, sempre, una strana speranza -
Scendo dall'aeroplano col passo del colpevole,
la coda tra le gambe, e un eterno bisogno di pisciare,
che mi fa incamminare un po' ripiegato con un sorriso incerto -
C'è da sbrigare la dogana, e, molto spesso, i fotografi:
comune amministrazione che ognuno cura come un'eccezione.
Poi l'ignoto.
Chi passeggia alle quattro del pomeriggio
sulle aiuole piene di alberi
e i boulevards d'una disperata città dove europei poveri
sono venuti a ricreare un mondo a immagine e somiglianza del loro,
spinti dalla povertà a fare di un esilio una vita?
Con un occhio alle mie faccende, ai miei obblighi -
Poi, nelle ore libere,
comincia la mia ricerca, come se anch'essa fosse una colpa -
La gerarchia però è ben chiara nella mia testa.
Non c'è Oceano che tenga.
Di questa gerarchia gli ultimi sono i vecchi.
Sì, i vecchi alla cui categoria comincio ad appartenere
(non parlo del fotografo Saderman che con la moglie
già amica della morte mi accoglie sorridendo
nello studiolo di tutta la loro vita)
Sì, c'è qualche vecchio intellettuale
che nella Gerarchia
si pone all'altezza dei più bei marchettari
i primi che si trovano nei punti subito indovinati
e che come Virgili conducono con popolare delicatezza
qualche vecchio è degno dell'Empireo,
è degno di star accanto al primo ragazzo del popolo
che si dà per mille cruzeiros a Copacabana
ambedue son lo mio duca
che tenendomi per mano con delicatezza,
la delicatezza dell'intellettuale e quella dell'operaio
(per lo più disoccupato)
la scoperta dell'invariabilità della vita
ha bisogno di intelligenza e di amore
Vista dall'hotel di Rua Resende Rio -
l'ascesi ha bisogno del sesso, del cazzo -
quella finestrella dell'hotel dove si paga la stanzetta -
si guarda dentro Rio, in un aspetto dell'eternità,
la notte di pioggia che non porta il fresco,
e bagna le strade miserabili e le macerie,
e gli ultimi cornicioni del liberty dei portoghesi poveri
sublime miracolo!
E dunque José Carrea è il Primo nella Gerarchia,
e con lui Harudo, sceso bambino da Bahia, e Joaquim.
La Favela era come Cafarnao sotto il sole -
Percorsa dai rigagnoli delle fogne
le baracche una sull'altra
ventimila famiglie
(egli sulla spiaggia chiedendomi la sigaretta come un prostituto)
Non sapevamo che a poco a poco ci saremmo rivelati,
prudentemente, una parola dopo l'altra
detta quasi distrattamente:
io sono comunista, e: io sono sovversivo;
faccio il soldato in un reparto appositamente addestrato
per lottare contro i sovversivi e torturarli;
ma loro non lo sanno;
la gente non si rende conto di nulla;
essi pensano a vivere
(mi parla del sottoproletariato)
La Favela, fatalmente, ci attendeva
io gran conoscitor, egli duca -
i suoi genitori ci accolsero, e il fratellino nudo
appena uscito di dietro la tela cerata -
eh sì, invariabilità della vita, la madre
mi parlò come Lìmardi Maria, preparandomi la limonata
sacra all'ospite; la madre bianca ma ancor giovane di carne;
invecchiata come invecchiano le povere, eppur ragazza;
la sua gentilezza con quella del suo compagno,
fraterno al figlio che solo per sua volontà
era ora come un messo della Città -
Ah, sovversivi, ricerco l'amore e trovo voi.
Ricerco la perdizione e trovo la sete di giustizia.
Brasile, mia terra,
terra dei miei veri amici,
che non si occupano di nulla
oppure diventano sovversivi e come santi vengono accecati.
Nel cerchio più basso della Gerarchia di una città
immagine del mondo che da vecchio si fa nuovo,
colloco i vecchi, i vecchi borghesi
ché un vecchio popolano di città resta ragazzo
non ha da difendere niente -
va vestito in canottiera e calzonacci come Joaquim il figlio.
I vecchi, la mia categoria,
che vogliano o non vogliano -
Non si può sfuggire al destino di possedere il Potere,
esso si mette da solo
lentamente e fatalmente in mano ai vecchi,
anche se essi hanno le mani bucate
e sorridono umilmente come martiri satiri -
Accuso i vecchi di avere comunque vissuto,
accuso i vecchi di avere accettato la vita
(e non potevano non accettarla, ma non ci sono
vittime innocenti)
la vita accumulandosi ha dato ciò che essa voleva -
accuso i vecchi di avere fatto la volontà della vita.
Torniamo alla Favela
dove non si pensa nulla
o si vuole diventare messi della Città
là dove i vecchi sono filo-americani -
Tra i giovani che giocano biechi al pallone
di fronte a cucuzzoli fatati sul freddo Oceano,
chi vuole qualcosa e lo sa, è stato scelto a sorte -
inesperti di imperialismo classico
di ogni delicatezza verso il vecchio Impero da sfruttare
gli Americani dividono tra loro i fratelli superstiziosi
sempre scaldati dal loro sesso come banditi da un fuoco di sterpi -
È così per puro caso che un brasiliano è fascista e un altro sovversivo;
colui che cava gli occhi
può essere scambiato con colui cui gli occhi sono cavati.
Joaquim non avrebbe potuto mai essere distinto da un sicario.
Perché dunque non amarlo se lo fosse stato?
Anche il sicario è al vertice della Gerarchia,
coi suoi semplici lineamenti appena sbozzati
col suo semplice occhio
senz'altra luce che quella della carne
Così in cima alla Gerarchia,
trovo l'ambiguità, il nodo inestricabile.
O Brasile, mia disgraziata patria,
votata senza scelta alla felicità,
(di tutto son padroni il denaro e la carne,
mentre tu sei così poetico)
dentro ogni tuo abitante mio concittadino,
c'è un angelo che non sa nulla,
sempre chino sul suo sesso,
e si muove, vecchio o giovane,
a prendere le armi e lottare,
indifferentemente,
per il fascismo o la libertà -
Oh, Brasile, mia terra natale, dove
le vecchie lotte - bene o male già vinte -
per noi vecchi riacquistano significato -
rispondendo alla grazia di delinquenti o soldati
alla grazia brutale

Pier Paolo Pasolini, 1970 (in Trasumanar e organizzar, 1971)