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martedì

Le rovine circolari

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"And if he let off dreaming about you..."
Through the Looking-Glass, IV

Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime, nessuno vide la canoa di bambù incagliarsi nel fango sacro; ma pochi giorni dopo, nessuno ignorava che l'uomo taciturno veniva dal Sud e che la sua patria era uno degli infiniti villaggi che sono a monte del fiume, nel fianco violento della montagna, dove l'idioma Zend non è contaminato dal gerco, e dove la lebbra è infrequente. L'uomo grigio baciò il fango, montò sulla riva senza scostare (probabilmente senza sentire) i rovi che gli laceravano le carni, e si trasse melmoso e insanguinato fino al recinto circolare che corona una tigre o cavallo di pietra, che fu una volta del colore del fuoco ed è ora di quello della cenere. Questa rotonda è ciò che resta d'un tempio che antichi incendi divorarono, cui profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini. Lo straniero si stese ai piedi della statua. Si svegliò a giorno fatto. Constatò senza stupore che le ferite s'erano cicatrizzate; chiuse gli occhi pallidi e dormì, non per stanchezza della carne ma per determinazione della volontà. Sapeva che questo tempio era il luogo che conveniva al suo invincibile proposito; sapeva che gli alberi incessanti non erano riusciti a soffocare, più a valle, le rovine d'un altro tempio propizio, anch'esso di dèi incendiati e morti; sapeva che il suo obbligo immediato era il sonno. Verso la mezzanotte lo svegliò il grido inconsolabile d'un uccello. Orme di piedi nudi, alcune frutta e un bacile l'informarono che la gente del luogo aveva spiato con rispetto il suo sonno e sollecitava la sua protezione, o temeva la sua magia. Sentì il freddo della paura e cercò nella muraglia dilapidata una nicchia sepolcrale, si coprì con foglie sconosciute.
Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà. Questo progetto magico aveva esaurito l'intero spazio della sua anima; se alcuno gli avesse chiesto il suo nome, o un tratto qualunque della sua vita anteriore, non avrebbe saputo rispondere. Gli conveniva il tempio disabitato e rotto, perché era un minimo di mondo visibile; anche gli conveniva la vicinanza dei contadini, perché s'incaricavano di sovvenire ai suoi bisogni frugali. Il riso e le frutta del loro tributo erano pascolo sufficiente al suo corpo, consacrato all'unico compito di dormire e di sognare.
Al principio i sogni furono caotici; poco dopo, di natura dialettica. Lo straniero si sognava nel centro di un anfiteatro circolare che era in qualche modo il tempio incendiato; nubi di alunni taciturni ne appesantivano i gradini; i volti degli ultimi si perdevano a molti secoli di distanza e ad un'altezza stellare, ma erano del tutto precisi. L'uomo dettava lezioni d'anatomia, di cosmografia, di magia: quei volti ascoltavano con ansietà e procuravano di rispondere con senno, come se indovinassero l'importanza di quell'esame, che avrebbe riscattato uno di loro dalla condizione di vana apparenza, e l'avrebbe interpolato nel mondo reale. Nel sogno o più tardi, da sveglio, l'uomo considerava le risposte dei suoi fantasmi, non si lasciava ingannare dagli impostori, indovinava in certe perplessità un'intelligenza crescente. Cercava un'anima che meritasse di partecipare all'universo.
Dopo nove o dieci notti comprese che non poteva sperare in quegli alunni che accettavano passivamente la sua dottrina, ma sì in quelli che arrischiavano, a volte, una contraddizione ragionevole. I primi, sebbene degni di amore e di buon affetto, non potevano aspirare alla condizione di individuo; gli altri preesistavano un poco di più. Un pomeriggio (ormai anche i pomeriggi erano tributari del sonno, ormai non vegliava che un paio d'ore al mattino) congedò per sempre il vasto collegio illusorio e restò con un solo alunno. Era un ragazzo taciturno, melanconico, discolo qualche volta, dai tratti affilati che ripetevano quelli del suo sognatore. La brusca eliminazione dei suoi condiscepoli non lo scncertò troppo a lungo; dopo poche lezioni, i suoi progressi già meravigliavano il maestro. Ma ecco, sopravvenne la catastrofe. Un giorno, l'uomo emerse dal sonno come da un deserto viscoso, guardò la luce vana d'un tramonto che prese per un'aurora, comprese di non aver sognato. Tutta quella notte e tutto il giorno seguente la lucidità intollerabile dell'insonnia s'abbatté su di lui. Volle esplorare la selva, estenuarsi; ma poté appena, tra la cicuta, dormire pochi frammenti di sonno debole, fugacemente trasversati da visioni di tipo rudimentale: inservibili. Volle convocare il collegio, ma aveva appena articolato poche parole d'esortazione che quello si deformò, si cancellò. Nella veglia quasi perpetua, lagrime di rabbia bruciavano i suoi vecchi occhi.


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Comprese che l'impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui si compongono i sogni è il più arduo che possa assumere un uomo, anche se penetri tutti gli enigmi dell'ordine superiore e dell'inferiore: molto più arduo che tessere una corda di sabbia o monetare il vento senza volto. Comprese che un insuccesso iniziale era inevitabile. Giurò di dimenticare l'enorme allucinazione che l'aveva sviato al principio, e cercò un altro metodo di lavoro. Prima di applicarlo, dedicò un mese al recupero delle forze che aveva sprecato nel delirio. Non premeditò più di sognare, e quasi immediatamente gli riuscì di dormire per un tratto ragionevole del giorno. Le rare volte che sognò durante questo periodo, non fece attenzione ai suoi sogni. Per riprendere l'impresa, aspettò che il disco della luna fosse perfetto. allora, di sera, si purificò nelle acque del fiume, adorò gli dèi planetari, pronunciò le sillabe lecite d'un nome poderoso e dormì. Quasi subito, sognò un cuore che palpitava.
Lo sognò attivo, caldo, segreto, della grandezza d'un pugno serrato, color granata nella penombra d'un corpo umano ancora senza volto né sesso; con minuzioso amore lo sognò, durante quattordici lucide notti. Ogni notte lo percepiva con maggiore evidenza. Non lo toccava: si limitava ad esserne testimone, a osservarlo, talvolta a correggerlo con lo sguardo. Lo percepiva, lo viveva, da molte distanze e sotto molti angoli. La quattordicesima notte sfiorò con l'indice l'arteria polmonare e poi tutto il cuore, di fuori e di dentro. L'esame lo soddisfece. Deliberatamente non sognò durante tutta una notte; poi riprese il cuore, invocò il nome di un pianeta e passò alla visione d'un altro degli organi principali. In meno d'un anno giunse allo scheletro, alle palpebre. La capigliatura innumerevole fu forse il compito più difficile. Sognò un uomo intero, un giovane, che però non si levava, né parlava, né poteva aprire gli occhi. Per notti e notti continuò a sognarlo addormentato.
Nelle cosmogonie gnostiche, i demiurghi impastano un rosso Adamo che non riesce ad alzarsi in piedi; così inabile, rozzo ed elementare come quest'Adamo di polvere, era l'Adamo di sogno che le notti del mago avevano fabbricato. Una sera, l'uomo fu quasi per distruggere tutta l'opera, ma si pentì. (Più gli sarebbe valso distruggerla). Fatto ogni voto ai numi della terra e del fiume, si gettò ai piedi dell'effigie che era forse una tigre o forse un cavallo, e implorò il suo sconosciuto soccorso. Sul crepuscolo dello stesso giorno, sognò questa statua. La sognò viva, tremula; non era un atroce bastardo di cavallo e di tigre, ma queste due veementi creature ad un tempo, e anche un toro, una rosa, una tempesta. Questo molteplice iddio gli rivelò che il suo nome era Fuoco, che in quel tempio circolare (e in altri eguali) gli erano stati offerti i sacrifici e reso il culto, e che magicamente avrebbe animato il fantasma sognato, in modo che tutte le creature, eccetto il Fuoco stesso e il creatore, l'avrebbero creduto un uomo di carne e di ossa. Gli ordinò di inviarlo, una volta istruitolo nei riti, nell'altro tempio in rovina le cui torri sussistevano più a valle, affinché una voce tornasse a glorificare il fuoco in quell'edificio deserto. Nel sonno dell'uomo che lo sognava, il sognato si svegliò.
Il mago eseguì gli ordini. Dedicò qualche tempo (e furono finalmente due anni) a scoprirgli gli arcani dell'universo e del culto del fuoco. Nell'intimo, gli doleva di separarsi da lui. Col pretesto della necessità pedagogica, allungava ogni giorno le ore dedicate al sonno. Rifece anche l'omero destro, forse mal riuscito. A volte, l'inquietava un'impressione che tutto quello fosse già avvenuto... In complesso, i suoi giorni erano felici; chiudendo gli occhi pensava: "Ora starò con mio figlio". O, più di rado: "Il figlio che ho generato m'aspetta, e non esisterà se non vado".
Gradualmente, lo venne avvezzando alla realtà. Una volta gli comandò di imbandierare una cima lontana. Il giorno dopo, sul monte, fiammeggiava la bandiera. Tentò altri esperimenti di questo genere, ogni volta più audaci. Comprese con una certa amarezza che suo figlio era pronto per nascere. Quella stessa notte, per la prima volta, lo baciò, e lo inviò all'altro tempio, le cui vestigia biancheggiavano a valle, a molte leghe di selva inestricabile e di acquitrini. Prima (perché non sapesse mai che era un fantasma, perché si credesse un uomo come gli altri) gl'infuse l'oblivio totale dei suoi anni di apprendistato.


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La sua vittoria e la sua pace non furono senza melanconia. All'alba e al tramonto si prosternava dinanzi alla figura di pietra, pensando forse che il suo figlio irreale stesse eseguendo riti identici, in altre rovine circolari, più a valle; la notte non sognava, o sognava come gli altri uomini. Percepiva un poco impalliditi i suoni e le forme del'universo: il figlio assente si nutriva di queste diminuzioni della sua anima. Lo scopo della sua vita era raggiunto; continuava a vivere in una specie d'estasi. Dopo un certo tempo che alcuni narratori della sua storia preferiscono di computare in anni, altri in lustri, lo svegliarono a mezzanotte due rematori; non ne vide i volti, ma gli parlarono di un uomo magico, in un tempio del Nord, capace di camminare nel fuoco senza bruciarsi. Il mago ricordò bruscamente le parole del dio. Ricordò che di tutte le creature che compongono l'orbe, il fuoco era l'unica a sapere che suo figlio era un fantasma. Questo ricordo, tranquillante al principio, finì per tormentarlo. Temette che suo figlio meditasse su questo strano privilegio e scoprisse in qualche modo la sua condizione di mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altr'uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine! A ogni padre interessano i figli che ha procreato (che ha permesso) in una mera confusione o felicità; è naturale che il mago temesse per l'avvenire di quel figlio, pensato viscere per viscere e lineamento per lineamento, in mille e una notte segrete.
Il termine del suo rimuginare fu brusco, ma lo precedettero alcuni segni. Primo (dopo una lunga siccità) una remota nube sopra un colle, leggera come un uccello; poi, verso sud, un cielo rosa come la gengiva del leopardo; poi le fumate, che arrugginirono il metallo delle notti; infine la fuga impazzita delle bestie. Poiché si ripete ciò che era già accaduto nei secoli. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un'alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l'incendio concentrico. Pensò, un istante, di rifugiarsi nell'acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.



Jorge Luis Borges, Las ruinas circulares (in El jardín de senderos que se bifurcan, 1941 — Finzioni, Einaudi 1961)

lunedì

Borges — The Mirror Man

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Jorge Luis Borges (1899-1986) e la sua opera.

Un documentario di Philippe Molines.

giovedì

Controllo

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A Euge, che mi ha dato l'idea

— Se potessi controllare i miei sogni sognerei Angelina Jolie.
— Sì, e lei vorrebbe sognare te. Vattene a dormire nonno, che domani compi 207 anni. — Mi allontanai schifato dal vecchio, che sembrava avere solo trentacinque o quarant'anni, borbottando contro gli scienziati che si impegnano a prolungare la vita oltre il ragionevole. Chi sarà mai Angelina Jolie?


Sergio Gaut vel Hartman, Control

(Testo tradotto dal blog dell'autore Químicamente impuro)

L'argentino Sergio Gaut vel Hartman: la rivista
«Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Sergio Gaut vel Hartman su Narcolessia delle giraffe

Stirpe

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(Immagine: Sheena Thunderchild)


Ti ha impaurito la mia condizione tricefala, l'ho notato dalla tua espressione; convinto dei racconti, hai estratto la spada dalla pietra e con un taglio netto e esperto mi hai privato di una testa. Ti sei preparato per spiccare la seconda e ti sei sentito perso quando hai visto che dal primo incavo mi andavano crescendo altre tre teste. Non c'è bisogno d'essere dei matematici per capire che non ti conveniva insistere nella tua mania escissoria. Io ho voluto tranquilizzarti, spiegarti che mai mi avresti fatto danno, che ognuna delle mie testa pensa a te notte e giorno con caparbietà d'amore, ma non c'è stato modo: sei scoppiato in un pianto di terrore e sei corso a rifugiarti nelle braccia e nella testa unica di una donna normale, il cui albero genealogico è sprovvisto di stravaganti animali mitologici.


Gilda Manso, Estirpe

(Tradotto dal blog dell'autrice argentina El arcángel mirón)

Gilda Manso su Narcolessia delle giraffe

mercoledì

Kafkiana

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Kafkiana

Jorge Luis Borges correva tra le dune di un deserto, nella pioggia. Aveva l’impressione di essere inseguito da un alfiere, ma non riusciva a ricordare le leggi degli scacchi, se mai le avesse conosciute. Sognava finali perduti, e temeva di svegliarsi tramutato in un insetto mostruoso con tante zampe, ridicolmente minuscole, ribaltato sul duro del suo dorso. Nel sogno non si chiamava Borges, ma Gregor Samsa. Non c’è via d’uscita, mugugnò; era una situazione kafkiana, senza dubbio. Decise di continuare a correre e di affidarsi al Caso.



Non era il suo turno

Gregor Samsa si risvegliò trasformato in un mostruoso dinosauro. Ma non era da solo. In un angolo della camera da letto, indifferenti a tutto, Borges, Kafka e Monterroso discutevano sopra fantasia, eternità e scarafaggi. Samsa riprese fiato sollevato, rendendosi conto di essere soltanto un sogno di quegli scrittori, e ritornò a dormire.


Sergio Gaut vel Hartman, Kafkiana e No era su turno



Ahhhh, Kafka

Quando mi sono svegliato stamattina ho scoperto che mi ero trasformato in un insetto mostruoso. Ma mi sono sentito meglio quando ho guardato da una parte e ho veduto che mia moglie era diventata un insignificante scarafaggio. Non ci siamo neanche guardati, ciascuno di noi è uscito a cercarsi un angolino tranquillo dove poter vivere.


Alejandro Ramírez Giraldo, Ahhhh, Kafka


(Nell'anniversario della morte di Franz Kafka tre lampi letterari dell’argentino Sergio Gaut vel Hartman e del colombiano Alejandro Ramírez Giraldo — tradotti dal blog Químicamente impuro)

Sergio Gaut vel Hartman: la rivista «Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Alejandro Ramírez Giraldo: Cuentos cortos

venerdì

Inutilità dei ponti

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(Foto: Aurelio Asiain)


Alla fine costruirono il ponte che avrebbe unito i due villaggi.
Una mattina, al centro della strada di pietra, apparve il cadavere di un uomo. Nessuno lo conosceva, ma quelli del villaggio A scaricarono la responsabilità del crimine su quelli del villaggio B e — come è logico — quelli del villaggio B fecero lo stesso con i loro vicini.
Già una settimana dopo nessuno più attraversava il ponte.
Le donne dicevano ai loro bambini:
— Non provare ad andare là vicino nemmeno per idea; ché quelli dall'altra parte sono gente cattiva.


Cristian Mitelman, Inutilidad de los puentes

(Tradotto dal blog letterario Químicamente impuro di Sergio Gaut vel Hartman)

lunedì

Giochi da piccoli, giochi da adulti

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- Papà, papà... vieni a giocare con me...
Il bambino strattonava con insistenza la manica della camicia di suo padre che, seduto alla sua scrivania, ricontrollava molto serio le sue carte e i files del suo computer.
- Figliolo, non posso, sono occupato. Claudia! Vieni a prenderti Gonza!
- E dài, pa'. Vieni! Ritagliamo pupazzetti dalle riviste e li prendiamo e ci facciamo un poster.
- Non insistere, figliolo, papà non può, è molto occupato, sta lavorando. Lo sai che papà è una persona molto importante e con molte responsabilità. Non ha tempo per giocare. - Arrivò Claudia, la sua mamma. - Andiamo a chiedere alla nonna di aiutarti. Caro, ti porto un caffè?
- Sì, Clau, e fa' in modo che Gonza non venga ad interrompermi.
- Hai la faccia preoccupata. Che stai facendo?
- Sto tagliando posti di lavoro.


Nanim Rekacz, Juegos de niños, juegos de adultos

(Traduzione dal blog letterario Químicamente impuro di Sergio Gaut vel Hartman)

giovedì

Tripla fucilazione

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(Immagine: samigurumi)


Chuang Tzu sognò che era una farfalla. Al risveglio non sapeva se era Tzu che aveva sognato che era una farfalla o se era una farfalla e stava sognado che era Tzu. Ma gli fu sufficiente dare uno sguardo intorno a sé per determinare ciò che era relatà e ciò che era finzione: il dinosauro era sempre là, si provava le scarpette da bimbo come nuove che aveva comprato per Hemingway. E, naturalmente, non gli entravano.


Sergio Gaut vel Hartman, Triple fusilamiento

(Tradotto dal blog dell'autore Químicamente impuro)

L'argentino Sergio Gaut vel Hartman: la rivista
«Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Sergio Gaut vel Hartman su Narcolessia delle giraffe

venerdì

Mia zia è un robot

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Dicono che lo diceva lo scemo del villaggio. Camminava per il viale e quando incrociava qualcuno, non con tutti, gli diceva “mia zia è un robot”. Alcune persone che dicono d’aver parlato con lui, raccontano che quando gli domandavano perché diceva quella cosa, lui raccontava che era perché aveva una zia robot. I più audaci continuavano a far domande, così raccontano, e lo scemo del villaggio diceva loro che sua zia aveva un chiodo nel braccio, due denti metallici, una protesi nel ginocchio e una forbice nell’addome che i chirurghi s’erano dimenticata. Povero scemo, dicevano: questa zia è una persona vera con delle parti di metallo. Ma c’era una persona che non diceva così, diceva che quando lo scemo stava in manicomio, sua zia veniva a fargli visita e gli offriva una birra che estraeva da uno scomparto nel suo addome.


Álvaro Ruiz de Mendarozqueta, Mi tía es un robot

(Tradotto dal blog Químicamente impuro)

lunedì

L'ultima cena (Director's Cut)

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Quando Gesù disse che il pane era il suo corpo gli sembrò una cosa bella, un sacrificio umano elevato a simbolo era una buona idea.
Quando disse che il vino era il suo sangue dubitò un po', non suonava molto kosher, come si dice, ma va bene, in fondo la legge mosaica era un tantino assurda per quel che riguardava l'alimentazione.
Quando disse che la birra era la sua pipì gli sembrò uno scherzo di cattivo gusto, ma ormai comunque erano tutti mezzo ubriachi, si capisce che uno se ne esca con delle stupidaggini, messia o non messia.
Fu quando Gesù afferrò il bicchiere col latte che Giuda seppe che cosa doveva fare.


Saurio, La última cena (Director's Cut)

Il cenacolo grottesco dell'argentino Saurio (tradotto dal blog Químicamente impuro)

giovedì

Casa occupata

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Ci piaceva la casa perché oltre ad essere spaziosa e antica (ora che le case antiche soccombono alla più vantaggiosa liquidazione dei loro materiali) conservava i ricordi dei nostri bisavoli, del nonno paterno, dei nostri genitori e di tutta la nostra infanzia.

Ci abituammo, Irene ed io, a persistervi da soli, cosa che era una follia perché in quella casa potevano vivere otto persone senza darsi fastidio. Facevamo le pulizie il mattino, alzandoci alle sette, e intorno alle undici lasciavo a Irene le ultime camere da spolverare per andare in cucina. Pranzavamo a mezzogiorno, sempre puntuali; non restava molto da sbrigare, tranne pochi piatti sporchi. Era piacevole pranzare pensando alla casa profonda e silenziosa e a come bastassimo noi soli per mantenerla pulita. A volte arrivammo a credere che fosse lei a impedire che ci sposassimo. Irene rifiutò due pretendenti senza seri motivi, e a me morì Maria Esther prima che decidessimo di fidanzarci ufficialmente. Ci affacciamo alla quarantina con l’inespressa convinzione che il nostro semplice e silenzioso matrimonio di fratelli fosse la necessaria conclusione della genealogia fondata dai bisavoli nella nostra casa. Un giorno saremmo morti là, cugini improbabili e schivi avrebbero ereditato la casa e l’avrebbero rasa al suolo per arricchirsi con il terreno e i mattoni; o meglio, noi stessi l’avremmo abbattuta come giustizieri prima che fosse troppo tardi.
Irene era una ragazza nata per non dare noia a nessuno. Tolte le attività del mattino, trascorreva la giornata facendo lavori a maglia sul sofà o in camera sua. Non so perché tessesse tanto, credo che i lavori a maglia siano per le donne il grande pretesto per non fare niente. Irene non era così, ordiva sempre cose necessarie, golf per l’inverno, calze per me, liseuse e sottovesti per lei. Qualche volta tesseva una sottoveste e poi la disfaceva in un momento perché qualcosa non le piaceva; era divertente vedere nel cestino il mucchio di lana increspata che si rifiutava di perdere la sua forma di poche ore. Il sabato ero io che andavo in centro a comprarle la lana; Irene si fidava del mio gusto, era contenta dei colori e non dovetti mai restituire alcuna matassa. Profittavo di queste uscite per fare un giro nelle librerie e domandare inutilmente se c’erano novità di letteratura francese. Dal 1939 non arrivava niente di importante in Argentina.
Ma è della casa che mi interessa parlare, della casa e di Irene, perché io non conto. Mi domando che cosa avrebbe fatto Irene senza i lavori a maglia. Si può rileggere un libro, ma quando un pullover è finito non si può ripeterlo impunemente. Un giorno trovai l’ultimo cassetto del comò di canfora pieno di scialletti bianchi, verdi, lilla. Erano in naftalina, appilati come in una merceria; non ebbi il coraggio di domandare a Irene cosa pensasse di farne. Non avevamo bisogno di guadagnarci da vivere, tutti i mesi arrivavano i soldi della campagna e il denaro aumentava. Ma Irene si svagava solo con i lavori a maglia, dimostrava un’abilità meravigliosa e a me fuggivano le ore guardandole le mani simili a ricci argentei, ferri in su e in giù e uno o due cestini a terra dove si agitavano costantemente i gomitoli. Era bello.

Come potrei dimenticare la distribuzione della casa. La stanza da pranzo, una sala con arazzi, la biblioteca e tre grandi camere da letto rimanevano nella parte più interna, quella che guarda su Rodríguez Peña. Solo un corridoio con la sua massiccia porta di rovere isolava quella parte dall’ala frontale dove si trovavano un bagno, la cucina, le nostre camere da letto e il living centrale, con il quale comunicavano le camere da letto e il corridoio. Si entrava nella casa attraversando un atrio con maioliche, e la porta finestra dava sul living. Di modo che si entrava attraverso l’atrio, si apriva il cancello e si passava nel living; si avevano allora sui due lati le porte delle nostre camere da letto, e di fronte il corridoio che conduceva nella parte più interna; continuando per il corridoio, si oltrepassava la porta di rovere e più oltre cominciava l’altro lato della casa, oppure si poteva girare a sinistra proprio davanti alla porta e proseguire per un corridoio più stretto che portava in cucina e in bagno. Quando la porta era aperta ci si accorgeva subito che la casa era molto grande; altrimenti dava l’impressione di uno di quegli appartamenti che si costruiscono adesso, fatti per muoversi appena; Irene ed io vivevamo sempre in questa parte della casa, quasi mai oltrepassavamo la porta di rovere, salvo che per fare le pulizie, perché è incredibile quanta terra si accumuli sui mobili. Buenos Aires sarà una città pulita, ma lo deve ai suoi abitanti e non ad altro. C’è troppa terra nell’aria, appena soffia un po’ di vento si palpa la polvere sui marmi delle consolle e fra i rombi dei centrini di macramè; è una vera fatica toglierla bene con il piumino, vola e resta sospesa in aria, un momento dopo si deposita di nuovo sui mobili e sui ripiani.

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Lo ricorderò sempre con precisione perché fu semplice e senza particolari inutili. Irene stava lavorando a maglia in camera sua, erano le otto di sera e all’improvviso mi venne in mente di mettere sul fuoco il bricco del mate. Mi avviai per il corridoio fino a trovarmi davanti alla porta di rovere che era socchiusa, e stavo girando verso la cucina quando sentii qualcosa nella sala da pranzo o nella biblioteca. Il suono arrivava indistinto e sordo, come il rovesciarsi di una sedia sul tappeto o un soffocato sussurro di conversazione. Lo udii anche, nello stesso momento o un secondo più tardi, in fondo al corridoio che andava da quelle stanze alla porta. Mi gettai contro la porta prima che fosse troppo tardi, la chiusi di colpo appoggiandomici con il corpo; fortunatamente la chiave era infilata dalla nostra parte e inoltre feci scorrere il grande chiavistello per maggior sicurezza.
Andai in cucina, scaldai il bricco, e quando fui di ritorno con il vassoio del mate dissi a Irene:
– Ho dovuto chiudere la porta del corridoio. Hanno occupato la parte in fondo.
Lasciò cadere il lavoro a maglia e mi guardò con i suoi gravi occhi stanchi.
– Ne sei sicuro?
Annuii.
– Allora, – disse raccogliendo i ferri, – dovremo vivere da questo lato.
Io preparavo il mate con molta cura, ma lei tardò un istante a riprendere il suo lavoro. Ricordo che stava facendo una sottoveste grigia; mi piaceva quella sottoveste.
I primi giorni ci sembrò penoso perché entrambi avevamo lasciato nella parte occupata molte cose che amavamo. I miei libri di letteratura francese, per esempio, erano tutti nella biblioteca. Irene sentiva la mancanza di certe tovagliette, di un paio di pantofole che le tenevano tanto caldo in inverno. Io rimpiangevo la mia pipa di ginepro e credo che Irene pensasse a una bottiglia di Esperidina oramai antica. Frequentemente (ma questo accadde solo nei primi giorni) chiudevamo qualche cassetto dei comò e ci guardavamo con tristezza.
– Qui non c’è.
Ed era una cosa in più di tutto quel che avevamo perduto all’altro lato della casa.
Ma ne fummo anche avvantaggiati. Le pulizie furono talmente semplificate che anche alzandoci tardissimo, alle nove e mezzo per esempio, non erano ancora suonate le undici che già ce ne stavamo con le mani in mano. Irene si abituò a venire con me in cucina e ad aiutarmi a preparare il pranzo. Ci pensammo bene, e decidemmo così: mentre io preparavo il pranzo, Irene avrebbe cucinato piatti da mangiare freddi la sera. Ce ne rallegrammo perché è sempre seccante dover abbandonare le proprie camere sul far della sera e mettersi a cucinare. Adesso ci bastava la tavola in camera di Irene e i piatti freddi.
Irene era contenta perché le restava più tempo per lavorare a maglia. Io mi sentivo un po’ smarrito senza i libri, ma per non rattristare mia sorella presi a sfogliare la collezione di francobolli di papà, e questo mi servì ad ammazzare il tempo. Ci divertiamo molto, ciascuno occupato nelle cose sue, quasi sempre riuniti nella camera d’Irene, che era più comoda. A volte Irene diceva:
– Guarda il punto che mi è venuto. Non ti sembra il disegno di un trifoglio?
Un momento dopo ero io che le mettevo sotto gli occhi un quadratino di carta affinché ammirasse il valore di un francobollo di Eupen-et-Malmèdy. Stavamo bene, e a poco a poco cominciavamo a non pensare. Si può vivere senza pensare.

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(Quando Irene sognava ad alta voce io mi svegliavo subito. Non mi sono mai potuto abituare a quella voce da statua o da pappagallo, voce che viene dai sogni e non dalla gola. Irene diceva che i miei sogni erano fatti di grandi scossoni che qualche volta facevano cadere la coperta. Le nostre camere da letto erano divise dal living, ma di notte si sentiva tutto nella casa. Ci sentivamo respirare, tossire, presentivamo il gesto che conduce all’interruttore della lampadina, le mutue e frequenti insonnie.
A parte questo, tutto era silenzioso nella casa. Di giorno, solo i rumori domestici, lo strofinio metallico dei ferri da cucito, uno scricchiolio nel voltare le pagine dell’album filatelico. La porta di rovere, credo di averlo già detto, era massiccia. Nella cucina e nel bagno, che erano contigui alla parte occupata, ci mettevamo a parlare a voce più alta oppure Irene cantava qualche ninna-nanna. In una cucina c’è troppo rumore di stoviglie e bicchieri perché altri suoni vi irrompano. Quasi mai permettevamo lì il silenzio, ma quando tornavamo alle camere da letto e al living, allora la casa si faceva silenziosa e in penombra, camminavamo persino più piano per non darci noia a vicenda. Credo fosse per questa ragione che di notte, quando Irene cominciava a sognare ad alta voce, io mi svegliavo subito).
È quasi come ripetere la stessa cosa, salvo le conseguenze. Di notte mi viene sete, e prima di andare a letto dissi a Irene che andavo in cucina a prendere un bicchiere d’acqua. Dalla porta alla camera da letto (lei lavorava a maglia) udii il rumore in cucina; forse nella cucina o forse nel bagno perché il gomito del corridoio spegneva i suoni. Irene fu colpita dal modo brusco con cui mi fermai, e venne accanto a me senza dire una parola. Restammo ad ascoltare i rumori, notando distintamente che provenivano da questa parte della porta di rovere, nella cucina e nel bagno, o nello stesso corridoio, dove incominciava il gomito quasi al nostro fianco.
Non ci guardammo neppure. Strinsi il braccio di Irene e la feci correre con me fino alla porta finestra, non ci voltammo indietro. I rumori si udivano sempre più forti ma sempre sordi, alle nostre spalle. Chiusi d’un colpo la porta e restammo nell’atrio. Ora non si udiva nulla.
– Hanno occupato questa parte, – disse Irene. Il lavoro a maglia le pendeva dalle mani e i fili arrivavano fino alla porta e vi si perdevano sotto. Quando vide che i gomitoli erano rimasti dall’altro lato lasciò cadere il lavoro senza guardarlo.
– Hai avuto tempo di portare via qualcosa? – le domandai inutilmente.
– No, niente.
Restavamo con quel che avevamo indosso. Mi ricordai dei quindicimila pesos nell’armadio della mia camera da letto. Troppo tardi ormai.
Poiché mi era rimasto l’orologio da polso, vidi che erano le undici di sera. Cinsi con un braccio la vita di Irene (credo che lei stesse piangendo) e uscimmo in strada. Prima che ci allontanassimo, ebbi pietà, chiusi bene la porta d’entrata e gettai la chiave nel tombino. Che a un povero diavolo non venisse in mente di rubare e di entrare in casa, a quell’ora e con la casa occupata.

Julio Cortázar, Casa tomada, 1951

(Tratto da Bestiario, Einaudi 1974 — trad. italiana di Flaviarosa Nicoletti Rossini)

venerdì

Breve lettera dal deserto

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(Immagine: Measant)


Il vento ha portato un fantasma salmastro. Ti ho riconosciuto in quel gusto pungente.

Le crepe che hanno fatto strada al fuoco. L’ardore che provoca e calma. La torcia che palpita tra fiamme brusche.
Tutto ti tradisce.

Il deserto prosegue invivibile. Gli sciacalli ululano alla tua magia di sabbia. I miraggi invidiano l’autenticità della tua bellezza.

Mi metto in cammino. Cerco una zona di pini, di menta, di acqua.
Lotto per scoprirti in un pugno di terra fertile.


Gilda Manso,
Breve carta desde el desierto


La poesia al di là dei versi della scrittrice e giornalista argentina Gilda Manso (testo tradotto dal suo blog El arcángel mirón)

lunedì

Moebius

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(Maurits Cornelis Escher, Striscia di Moebius, 1961)


Sogno una donna che sogna che mi invita a visitare il suo sogno. Mi offre pietanze e bevande deliziose. Facciamo l’amore. Tuttavia, a un certo momento, capisco che tutto è una trappola per trattenermi; adesso io sono il suo prigioniero. Mi lega e mi imbavaglia. Di repente mi ricordo di avere a disposizione il mio sogno, invariato e a portata di mano, che non sono obbligato a sottomettermi ai suoi capricci; taglio i legacci e fuggo. Ciò nonostante, quando arrivo nel mio sogno mi rendo conto che in quello di lei continuo a essere prigioniero. Intuisco che la soluzione è svegliarmi e farla finita una volta per tutte, ma la donna mi anticipa, e nel suo sogno si procura un revolver e mi uccide. Dico a me stesso che, per fortuna, sono al sicuro dentro il mio sogno, nel quale non posso morire, ma scopro, troppo tardi, che nessun risveglio sarà possibile.

Sergio Gaut vel Hartman, Moebius


Il sogno inevadibile di Sergio Gaut vel Hartman (tradotto dal suo blog
Químicamente impuro)

L'argentino Sergio Gaut vel Hartman: la rivista
«Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Sergio Gaut vel Hartman su Narcolessia delle giraffe

mercoledì

Dialogo tra Asmodeo e il russo Salzman

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(Foto: Urbain Calestroupat)

Asmodeo: Sono Asmodeo, ispiratore di giocatori e signore di tutte le fiches del mondo. Conosco a memoria tutte le mani che sono state distribuite nella storia dei mazzi di carte. Conosco pure quelle che verranno date in futuro. I dadi e la roulette mi obbediscono. La mia faccia è su tutte le figure. E posseggo la cifra segreta e fatale che dovrai sommare agli altri tuoi lanci quando arriverai alla fine della tua esistenza.

Salzman: Non ti va di giocare a ramino?

Asmodeo: No, Salzman, sono venuto a offrirti il trionfo perpetuo. Solo con l’adorarmi, vincerai sempre, a qualsiasi gioco.

Salzman: Non lo so mica se voglio vincere.

Asmodeo: Imbecille! Forse vuoi perdere?

Salzman: No, non voglio nemmeno perdere.

Asmodeo: E che vuoi allora?

Salzman: Giocare. Voglio giocare, maestro… Facciamoci un ramino.


Alejandro Dolina, Diálogo entre Asmodeo y el Ruso Salzman (da Crónicas del Ángel Gris, 1987)


(È stata l'amica Gilda Manso, giornalista e scrittrice porteña, a diffondere questo testo di Alejandro Dolina e a spingere le giraffe a tradurlo)

venerdì

Numero di occhi e superiorità nel genere femminile

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La signorina Nicole Reuman vide un ragnetto su un angolo della casa e restò paralizzata dall’orrore. Il ragno vide otto signorine in una signorina e restò paralizzato dall’orrore. La signorina versava le sue donazioni a Greenpeace con moderna religiosità, e così non ammazzò il ragnetto, per preservare l’equilibrio ecologico. Durante la notte, il ragnetto Lactrodectus mactans — o Vedova nera — morse la signorina e la ammazzò, per preservare l’equilibrio ecologico.

María Cristina Rolnik, La cantidad de ojos y la superioridad en las hembras

Tradotto dal blog letterario di Sergio Gaut vel Hartman Químicamente impuro

martedì

Perdita

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(Foto: the_astronaut)


– Morirò senza… Come farò a rimpiazzarla? – balbettava l’uomo guardando la sabbia.
Che tipo questo qui!, pensava l’altro uomo che lo ascoltava; ci siamo salvati da un naufragio del genere e lui si preoccupa per una donna.
– E se non la trovo come potrò vivere? – continuava a lamentarsi il primo.
– Senta… non le pare che su quest’isola deserta ci siano cose più importanti a cui pensare del ricordo della sua donna? Per esempio… cercare qualcosa da mangiare.
– Di questo si tratta, idiota! Come riuscirò a mangiare senza la mia dentiera?

Patricia Kieffer, Pérdida

Un divertente microcuento dell'argentina Patricia Kieffer (tradotto dal blog di Sergio Gaut vel Hartmann Químicamente impuro)

mercoledì

Traiettoria

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Adolf Hitler (1189-1965) è stato un pittore di acquerelli che ha goduto di una certa celebrità dopo la sua morte grazie al capriccio dei collezionisti. Giusto ieri, durante un’asta bandita alla Galleria Sobiewski di Varsavia, il suo acquerello Forno crematorio a Dachau è stato battuto per 42 milioni di zloty dopo un’intensa gara al rilancio fra l’armatore Karol Wojtyla e l’industriale avicolo Arnold Schwarzenegger. Il principato di Linz ha presentato un reclamo formale dinanzi al governo polacco, adducendo che la citata tela era stata rubata da ufficiali di quella nazione durante la Grande Guerra Esteuropea del 1948, ma la protesta non è stata presa in considerazione. Quando Hitler è morto nella sua casa di Malibu, dopo una lunga carriera come scenografo di film di serie B, non era riuscito a vendere nessuno dei suoi dipinti.

Sergio Gaut vel Hartman, Trayectoria

Un'eccentrica traiettoria temporale dell'argentino Sergio Gaut vel Hartman (tradotta dal suo blog Químicamente impuro)

Sergio Gaut vel Hartman: la rivista «Sinergia» e gli altri due blog: Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Sergio Gaut vel Hartman su Narcolessia delle giraffe

venerdì

Riciclato

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(Foto: Leprosina)

Immediatamente ogni cosa si illuminò. Era stato immerso nell’oscurità senza tempo e fu come un risveglio inatteso. Ma la scena non era quella che attendeva, se attendeva qualcosa di concreto. E l’ordine coprì tutto il resto.
— Fuoco!
Sparò prima di rendersi conto di ciò che faceva. Sono un soldato, crepitò un pensiero. Lo sono? Una nuova bordata di ordini: puntate, fuoco, coperti. Il fango lo accolse come un’amante piena di tenerezza. E allo stesso tempo, insieme alla risposta del nemico, arrivò una raffica di consapevolezze, una vita passata, completa, posizionata dall’altro lato di un muro di vetro. La pausa durò soltanto un secondo.
— Fuoco!
Obbedì, è chiaro, non poteva far altro. Ma contemporaneamente lasciò che la memoria penetrasse la superficie di quell’attimo. E allora ricordò. Aveva il cancro. Era morto. Ma la guerra aveva bisogno di soldati. E la tecnologia al giorno d’oggi fa meraviglie.
— Fuoco!

Sergio Gaut vel Hartman, Reciclado

(Traduzione dal blog Químicamente impuro)

L'inesauribile e magnifico lavoro di Sergio Gaut vel Hartman — direttore della rivista «Sinergia» — anche in:
Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

martedì

Il senzasenso

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(Foto: Veerle)

Niente di più assurdo di un telefono che squilla accanto a un cadavere. Chi è che vuol mettersi in contatto con l’assente? Perché lo chiamano quando ogni messaggio è solo un rimasuglio della vita? Perché qualcuno si impegna a continuare l’attesa, e, dietro il silenzio, ripete la chiamata una e un’altra volta?

Perché chiami adesso che è inutile? Perché adesso, che mi è impossibile allungare il braccio per dirti che va bene, che è meglio così, che in questi casi non ci sono colpe, che il piombo nella tempia è un ardore che dura appena un millesimo di secondo?

Ma tu chiami, continui a chiamare. E questo è il vero tormento.

Cristian Mitelman, El sinsentido

(Traduzione dal testo pubblicato da Sergio Gaut vel Hartman nel blog Químicamente impuro)

mercoledì

Storia spropositata

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M
entre mi preparano il tè (speriamo che sia ben caldo) voglio provare questo registratore; sarebbe un peccato se per mia negligenza o per un inconveniente meccanico le dichiarazioni del professor Haeckel andassero perdute. Siccome il teuccio si fa aspettare, dirò alcune parole che possono servire da introduzione.
Haeckel è un personaggio strano, sconosciuto al pubblico e rispettato da alcuni biologi, pochi, i più famosi. Posso assicurare che rifugge dai giornalisti. Quando il segretario di redazione, da Buenos Aires, mi ordinò di intervistarlo, iniziai un inseguimento per tutta l’Europa, che è durato un anno.
Oggi pomeriggio sono partito da Ginevra, sicuro che il professore non era in città, ma non sapendo di seguire una buona pista. Sono passato per Briga, mi sono inerpicato su per una strada di montagna, e, al crepuscolo, mi sono ritrovato quasi smarrito in una tempesta di neve. Alla mia sinistra sono comparse, d’improvviso, alcune luci. Leggendo «si vendono catene» ho fermato l’automobile.
Le catene me le ha vendute un individuo che stava sulla porta di un bar. Gli ho chiesto di montarle e sono entrato per bere un bicchiere di acquavite, con un’aspirina, perché avevo la febbre. Per di più, avevo mal di testa, avevo mal di gola, ero raffreddato. Arrivato al banco, mi sono visto circondato da avventori, sicuramente contadini, che mi guardavano di sottecchi, parlavano tra di loro e non nascondevano, di quando in quando, pesanti risate. “Questi sono i saggi del tango”, pensai. Chiesi loro consiglio su come guidare la macchina, attraverso la tormenta di neve, sulla montagna. Mi pare di ricordare che nessuno mi rispose. Mi tornarono alla mente storie raccontate da mio padre, di come i nostri gauchos si burlavano degli stranieri e, se potevano, li mandavano dalla parte sbagliata. Benché non mi aspettassi nessun aiuto, spiegai:
«Proseguirò lungo la strada del Sempione, fino a Domodossola e Locarno».
Uno chiese ad alta voce:
«Glielo diciamo che se comincia a sentirsi troppo solo sulla montagna, si fermi a Gabi?»
«A casa del professore — rispose un altro. — Lì troverà una buona compagnia».
Quell’uscita li divertì oltremodo. Tutti si misero a parlare; nessuno si ricordò più di me. Uscii da quel bar, tastai le catene per assicurarmi che fossero ben sistemate e continuai il viaggio, lungo strade strette fiancheggiate da precipizi, in mezzo a una tormenta di neve che non mi consentiva di vedere dove stavo andando.
Dopo un’interminabile ora di marcia lentissima, durante la quale attraversai gallerie, sentii il rumore delle cascate e mi parve di vedere edifici illuminati che dopo un attimo si dissolvevano nella notte, successe una cosa che non mi spiegai bene. Un’enorme massa bianca investì con forza il fianco destro dell’auto, la fece vacillare e sbandare verso la parete a picco della montagna. Se il colpo fosse venuto dal lato sinistro, non mi sarei salvato dal precipizio. Accelerai. Grazie alle catene, riacquistai il controllo della macchina, ripresi la strada. Non ebbi il coraggio di fermarmi e vedere che cosa era successo. Fu come se allora mi cogliesse tutta la paura di trovarmi da solo, in paraggi sconosciuti, in quella notte spaventosa. Avevo tanta febbre che sognavo ad occhi aperti e forse confondevo i sogni con la realtà. E pensare che mi ero vantato di non perdere mai la testa.
In una valle, apertasi d’un tratto nella montagna scoscesa intravidi una casa appena illuminata. Mi dissi: “Non ce la faccio più”, imboccai un sentiero laterale e fermai la macchina accanto alla casa. Era uno chalet, un villinotto svizzero, con il tetto a due spioventi. Sulla facciata, in caratteri colorati che si intrecciavano con gli angeli paffuti di un affresco, lessi la parola «Gabi».
Scossi il battente della porta. Alla fine venne scostata una tenda e, da dentro, mi scrutarono con una lanterna. Sentii poi un aprirsi di chiavistelli. Pochi istanti dopo provavo una graditissima sorpresa: mi trovavo davanti al professor Haeckel.
Il professore, esile, irrequieto, la testa troppo grande rispetto al corpo, mi invitò affabilmente ad entrare e, quando ubbidii, chiuse la porta con vari chiavistelli, «per non fare entrare anche il freddo». Mi ritrovai in un ingresso, privo di mobili, che nonostante venissi da fuori mi parve gelido. Una scala, di legno di quercia probabilmente, portava al piano di sopra. Haeckel disse:
«Che notte. Dalla sua faccia si vede che è stanco e ha freddo. Venga nel mio studio».
Ha aperto una porta, siamo passati, l’ha richiusa. Forse perché la stanza è piccola, o forse perché non ha altre aperture tranne questa porta, la finestra e il caminetto, dove bruciano tronchi di pino, per la prima volta nella notte mi sono sentito confortato e al sicuro. Mi sono avvicinato alla finestra, ho scostato le tende, ho visto il buio della notte, delle inferriate bianche, e, di traverso, lievi spruzzi di neve.
«Chiuda quella tenda. Fa venir freddo guardare nella notte — ha detto, sorridendo. — Per favore, si sieda accanto al fuoco, mentre vado a preparare un tè».
Rimasto solo, mi sono detto: “La notte, iniziata in modo minaccioso, va a finire bene”. Non voglio esagerare, ma a quanto pare ho dimenticato (il mio organismo ha dimenticato) l’influenza.
Adesso il professore mi porta il tè. Stiamo per cominciare l’intervista.
«Posso chiedere quello che voglio?»
«Quello che vuole».
«Lei pensa di essere un uomo contraddittorio?».
«Direi piuttosto volubile. Impulsivo».
«Per un anno mi è sfuggito e adesso, quando la incontro, sembra contento di vedermi».
«Gliel’ho già detto: sono impulsivo. Lei mi ha raggiunto e, per la fatica che le ho fatto fare, sento di doverle qualcosa. Invece di dispiacermi, accetto volentieri la nuova situazione».
«È ottimista?»
«Sono instabile e, anche, abbastanza indiscreto. Siccome credo che tutto sia precario, non dò molta importanza a nulla, il che spesso mi costa caro. Trovare il lato comico delle situazioni mi riconcilia con il mondo e con il mio destino».
«Si lamenta del suo destino?»
«No, anche se nel destino di un apprendista stregone ci sono alti e bassi».
«Pensa di essere un apprendista stregone?»
«Come qualsiasi ricercatore che contribuisce davvero al progresso della scienza».
«Perché rifiuta le interviste? È timido? O non vuole sottrarre tempo al suo lavoro?»
«Non vedo perché dovrebbero essere queste le ragioni».
«Non le chiami ragioni. Sono pretesti. Tanta gente al giorno d’oggi rifiuta le interviste, che mi domando se non si debba pensare a un’epidemia o a una moda».
«Non è il mio caso».
«A tutti dispiace ammettere di essere condizionati dall’istinto di imitazione. Secondo il sociologo Tarde, è questo il motore della società».
«Magari questo Tarde avrà ragione, ma io evito i giornalisti per un motivo serio. Per me almeno».
«Me lo dica».
«No, non posso».
«Mi pare che definendosi indiscreto sia venuto meno alla verità».
«Va bene. Siamo coerenti: nulla importa nulla. Glielo dirò: c’è qualcuno che mi vuole uccidere».
«Sicché mentre io la cercavo per intervistarla, lei fuggiva da un’altra persona».
«Esattamente».
«Come posso crederci?»
«Evito i giornalisti perché sono indiscreti proprio quanto me. Pur senza farlo apposta, danno indizi e orientano l’uomo che mi cerca».
«Un personaggio abbastanza incredibile».
«Lui sarà incredibile, ma lei è presuntuoso. Ha detto che sono stato contento di vederla. Perché dovrei essere contento di vedere una persona che non conosco?»
«Mi è sembrato che fosse contento».
«Forse, ma non di vedere lei. Di non vedere l’altro».
«E perché quest’altro la vuole uccidere?»
«Come è stato detto, le nostre colpe ci perseguitano. Prima ero medico e solo in seguito mi sono dedicato alla ricerca. Tra i miei pazienti, ce n’era uno che chiamavo il Bue. Era un uomo anziano, alto, forte, serio, di scarsa intelligenza e privo di senso dell’umorismo. Credeva fermamente in se stesso e in poche altre persone, tra cui me. Poiché era perseverante, con il tempo e il lavoro si costruì una situazione che poté dirsi solida quando però ormai non gli rimanevano più molti anni per goderne. Un giorno il Bue mi ricordò una frase che avrei detto in occasione della sua prima visita al mio studio: “In tutte le situazioni, anche in quelle che non hanno via d’uscita, l’intelligenza trova un forellino attraverso il quale riusciamo a fuggire”. Il Bue aggiunse che per quella frase era vissuto sperando».
«Non temeva di deludere un uomo così credulo?»
«A quanto pare, sempre in quel primo incontro, il Bue mi disse che la vecchiaia era una situazione senza via d’uscita, al che io risposi: “Il che non impedisce che un giorno anch’essa ce l’abbia”. Come se non bastasse, gli promisi di cercarla».
«Non si lamenti. Ha promesso troppo».
«Adesso vedrà. Un giorno gli annunciai di aver trovato la cura... Mi creda, anche oggi, dopo tutti i malintesi che ci hanno allontanato, ricordare l’espressione del pover’uomo in quell’ora di speranza mi commuove un po’. Per richiamarlo alla realtà, lo avvertii che non avevo ancora fatto esperimenti. Neanche con animali. Mi disse che non gli rimaneva tempo per aspettare, che provassi con lui. Quando gli parlai di possibili, sgradevoli effetti secondari, mi rivolse una domanda che avevo previsto. Disse: “Peggiori della morte?” Potei assicurargli di no».
«E trasformare il Bue in porcellino d’India. Ma, la cura esiste o no?»
«Anche lei vuole trasformarsi in porcellino d’India?»
«Per adesso mi accontenterei di sapere in che consiste la cura e come è riuscito a scoprirla».

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«Sono partito da una riflessione. Per riavere la gioventù, dovevo sapere dove trovarla. La gioventù splendente, senza traccia di deterioramento, esiste solo negli organismi in crescita. Quando finisce la crescita, inizia la discesa verso la vecchiaia. Anche se noi non lo notiamo, e neppure gli altri lo notano».
«Ha forse scoperto ormoni che non si ritrovano al di fuori del periodo della crescita?»
«Diciamo che ho isolato elementi che finita la crescita non sono più attivi».
«Li ha isolati e iniettati nel suo paziente?»
«Ho pensato che un organismo vecchio, benché solido, richiedeva una dose forte».
«Che cosa intende per dose forte?»
«L’equivalente di quella che agisce in qualsiasi bambino di due anni Mi segua: potevo scommettere sull’espansione o sulla giovinezza. Ho scommesso sulla giovinezza e ho vinto».
«Che sarebbe successo se vinceva l’espansione?»
«Il Bue sarebbe scoppiato come il rospo di La Fontaine».
«Non è scoppiato?»
«È prevalsa la giovinezza. L’organismo ha tollerato quell’impatto generalizzato. È vero che avevo avuto la precauzione di rafforzare le cartilagini».
«Devo concludere che il suo paziente ha recuperato la giovinezza ed è felice?»
«Felice, no. C’è stata una considerevole espansione che il Bue, come le ho detto, ha tollerato bene. Fisicamente, la prego di capirmi, perché quanto a stato d animo non si è più ripreso».
«Lei crede che si riprenderà?»
«Ne dubito».
«Il suo paziente non prende forse le cose troppo di petto?»
«Direi piuttosto che il cambiamento l’ha sorpreso».
«Un cambiamento in positivo?»
«Da un lato, quello del ringiovanimento, sì senz’altro, ma c’è l’altra faccia della medaglia. Si metta nei suoi panni. Consideri che un bambino di due anni triplica la sua statura».
«Non mi dica che l’ha fatto triplicare, quel poveraccio?»
«Ma che cosa le viene in mente? Per una cosa del genere dovranno passare diciotto o vent’anni; ne sono passati solo cinque. Già è enorme».
«Più di due metri?»
«Molto di più. Pensi che il Bue è cresciuto come un bambino di due anni che misurasse un metro e ottanta...».
«Pover’uomo. È seccato?»
«È veramente abbattuto. Forse credeva che gli effetti negativi di cui gli avevo parlato sarebbero stati vertigini o qualche sfogo della pelle. Come tutti, crede che il male che lo affligge sia il peggiore del mondo. Giunse a chiedermi di dargli qualcosa per frenare la crescita».
«Gliel’ha dato?»
«Gli ho prescritto dei placebo, dei rimedi innocui. Sa: “aqua fontis, panis naturalis”. Avevo già sperimentato abbastanza a spese delle sue ghiandole. Cercai, questo sì, di fargli compagnia, di confortarlo».
«Mi sembra bello da parte sua».
«Capirà, un gigantismo di quel genere equivale all’esilio. Per il mio paziente non ci sono donne, ne cinema, ne letti, ne automobili, ne case. Gli appartamenti moderni hanno i soffitti così bassi! E poi, il povero Bue è un timido. Si vergogna a farsi vedere».
«Ha avuto la fortuna di incontrare un medico compassionevole».
«Fino a un certo punto soltanto, fino a un certo punto. In questa vita precaria niente dura, neanche i nostri buoni sentimenti. Arrivò il giorno in cui mi stancai della compassione e buttai tutto a ridere».
«Davanti alla sua stessa vittima?»
«Sì, una bestialità. Il Bue, durante una delle mie visite, perché adesso ero io a visitarlo, mi disse che finché gli fossero bastati i soldi si sarebbe rinchiuso in casa, ma che probabilmente in un futuro non troppo lontano avrebbe dovuto lavorare».
«E quale lavoro avrebbe fatto?»
«La stessa cosa gli chiesi io. Mi disse: “II mostro in un circo”. La sua risposta mi parve così appropriata e così assurda, che mi venne voglia di ridere. Gli dissi: “A volte mi pare che lei ci provi gusto a lamentarsi. Molta gente soffre perché è nana. Nessuno soffre perché è alto”.Stava per rispondere, perché pensava che parlassi sul serio, ma vedendo la mia faccia esitò, quasi non potendo credere che scherzassi con la sua disgrazia. Dopo avermi guardato con aria sconcertata, mi prese per il collo e mi scrollò come un uccellino».
«Scrollato da un gigante simile, chi non sarebbe sembrato un uccellino?»
«Io più di altri. Per caso mi salvai dalla morte. Mi lasciò tutto pesto e dolorante».
«L’ha più rivisto?»
«Certo. Forse lei ha ragione a dire che sono un uomo contraddittorio. Prima faccio crescere il Bue e poi mi sento colpevole. Conosco i miei difetti, ma non sempre mi correggo».
«Siamo tutti uguali. Mi racconti come andarono questi incontri».
«Il Bue, che è un uomo ostinato, mantenne il suo risentimento. Gli incontri erano penosi per entrambi. Senza interromperli del tutto, ne diminuii la frequenza. Allora notai in me una reazione poco ammirevole».
«Che cosa notò?»
«Quando stavo con lui mi sentivo compunto, quasi vergognoso di aver provocato la sua disgrazia. Ma bastava che non lo vedessi per due o tre giorni, perché dimenticassi senso di colpa e dolore. Mi sentii perfino incline ad apprezzare il lato comico della storia».
«Anche se questo lato comico esiste, non credo che lei sia la persona più indicata per apprezzarlo».
«Se almeno lo avessi fatto nel segreto della mia coscienza...».
«L’ha offeso?»
«Venne un giornalista. Quando sono intelligenti, mi sento a mio agio con loro e mi pare una meschinità non parlar loro apertamente. La mia convinzione che tutto sia precario mi porta a pensare che anche il futuro lo sarà e che nulla ha importanza. Credo, questo sì, nel singolo momento, come se fosse un mondo a sé, l’unico mondo definitivo, e dico tutta la mia verità».
«Mi piacerebbe sapere in che modo queste riflessioni generali influirono sulla sua conversazione con il mio collega».
«In modo irreparabile. Feci scherzi e confidenze. Fui indiscreto. Scommettiamo che non indovina cosa dissi?»
«No».
«Dissi che fin dal principio avevo previsto la crescita del mio paziente e che, dominato dalla curiosità e perché la situazione mi divertiva, avevo portato l’esperimento fino alle sue ultime conseguenze».
«Il Bue le ha fatto causa?»
«No».
«Meno male».
«Molto peggio invece. Mi chiamò per dirmi che aveva letto sul giornale l’intervista e che mi avrebbe ucciso. Disse: “Siccome per buona parte della mia vita l’ho rispettata, adesso non voglio coglierla di sorpresa. Si ritenga avvisato”».
«E lei che fece?»
«Le valigie. Partii con il primo aereo. Il Bue mi seguì, a quanto mi dissero, in un aereo da trasporto. Percorremmo tutta l’Europa. Finora, io l’ho sempre preceduto, anche se inseguito da vicino, mi creda. Non sa con quale precipitazione ho dovuto abbandonare città in cui mi trovavo bene».
«Non è che qualche volta se ne sarà andato perché ero arrivato io e lei ha creduto che si trattasse del suo paziente?»
«Non è possibile confondersi. Per quante precauzioni prenda, il povero diavolo attira l’attenzione. È per questo che sono ancora vivo. Senta cosa è successo al Grand Hotel di Stoccolma. Insistevano a portarmi un giornale, scritto in svedese!, che facevano scivolare sotto la porta della mia stanza. Una mattina, mentre mi preparavo a una piacevole colazione, raccolsi il giornale e guardando una fotografia dissi a voce alta: “Non sapevo che a queste latitudini si festeggiasse il carnevale”. Mi misi gli occhiali, perché senza vedo tutto sfocato, e non riuscii a trattenere un gemito. La fotografia non mostrava, come avevo creduto, il gigante di un carro mascherato. Mostrava il mio gigante, il Bue, circondato da abitanti di Stoccolma, che lo guardavano sbalorditi».
«E lei fece di nuovo le valigie?»
«E presi il primo aereo, diretto alle Baleari. Da allora non passo un giorno, in qualsiasi posto mi trovi, senza domandare, nei ristoranti, negli alberghi, nei caffè, nei chioschi di giornali e riviste, dovunque sia!, se per caso non hanno visto un gigante».
«Non arriverà anche qui?»
«Oggi almeno, no. Viaggia a piedi e, quando un camionista si impietosisce, sul rimorchio del camion. Qualcuno mi ha detto che ieri lo hanno visto nella zona di Dolder, vicino a Zurigo. Anche se in questa casa non corro rischi (la porta è solidissima e ho fatto mettere le inferriate alle finestre), per maggiore sicurezza domani tolgo le tende e parto per l’Italia».
«Sarebbe meglio anticipare il viaggio».
«Crede?»
«Sto pensando che forse l’ho visto lungo la strada».
«Quel mostro non si stanca di perseguitarmi. Dove l’ha visto?»
«Qui vicino. Venivo da Ginevra, per la strada di Briga. A un tratto qualcosa colpisce il fianco destro dell’automobile e ho una visione stranissima».
«Com’è stato?»
«E durato solo un secondo. Ho creduto di sognare. Dalla tormenta di neve esce una gigantesca apparizione e cade sulla macchina, con le braccia aperte».
«L’avrà ucciso?»
«Credo di no».
«Allora è meglio andarcene subito».
«Ci metterà un po’ ad arrivare. Sicuro che l’urto l’ha lasciato malridotto».
«Ad ogni modo, lei ed io ce ne andiamo. Non appena avrò trovato il libro che stavo leggendo».
«Dove andiamo?»
«Lei mi segue, con la sua macchina, fino a Crevola, e di lì prende la strada che va a Locarno. Io andrò a Milano. Non voglio che per colpa mia le succeda qualcosa».
«E dopo, lei che cosa farebbe se fosse in me? Le pare un’imprudenza spedire la nostra conversazione perché venga pubblicata?»
«Faccia come vuole. Che cos’è?»
«Cosa?»
«Non sente? Bussano».
«Credo che abbia ragione».
«Bussano alla porta».
«Non apra».
«Non si preoccupi».
«Se non apriamo, dopo un po’ se ne andrà?»
«Meglio abituarci all’idea di un assedio. Abbiamo viveri per qualche giorno».
«Ha sentito? Come se spezzassero del legno. Avrà abbattuto un albero?»
«Ha abbattuto la porta. Vado a riceverlo. Meglio così: non posso passare la vita a fuggire. Lei rimane qui, tranquillo. Sono medico. So come calmare i pazzi furiosi».
Che faccio adesso? A poco servirà il mio aiuto contro un essere capace di abbattere una porta come quella. Fuggire dalla finestra è impossibile. Le inferriate sono troppo vicine tra loro. I gemiti del professore mi mettono il nervoso. Non riesco a pensare. Non importa: manterrò la calma. Questo colpo secco dev’essere un mobile che il gigante ha tirato contro il muro. No: nell’ingresso non ci sono mobili. Se non è stato un mobile, era il corpo del povero Haeckel. Adesso non si sente più nulla. È orribile questo silenzio. Mi sembra di vedere cosa sta succedendo dietro la porta. Il cadavere di Haeckel per terra, il gigante che si guarda intorno e si interroga sul da farsi. Benché gli costi fatica pensare, d’un tratto ricorda che un criminale non lascia testimoni. Perlustrerà la casa. Speriamo che non inizi da questa stanza. Sento scricchiolare i gradini. Li salgono passi lenti e pesantissimi. Magari riesco a scamparla. Non appena calcolerò che il gigante è arrivato al piano di sopra, corro fuori, prendo la macchina e me ne vado. Locarno è troppo vicina. Non mi fermerò fin quando non sarò arrivato in Italia. In Sicilia. Ho sempre desiderato conoscere la Sicilia. Mi guarderò bene, se riesco a salvarmi, dal pubblicare l’intervista. Il gigante non avrà nulla contro di me. I passi continuano. La scala non finisce mai. Non posso crederci. Sta scendendo. Ha cambiato idea e vuoi cominciare la perlustrazione dal piano di sotto. Nascondo il registratore, dietro alcuni libri, perché non lo distrugga, se arriva qui. I passi, che non vorrei sentire, si avvicinano. La porta si apre. Spengo il registratore.


Adolfo Bioy Casares (1914-1999), da Historias desaforadas, 1986
(L’orologiaio di Faust e altri racconti, Edizioni Studio Tesi 1990 — trad. italiana di Fausta Antonucci)