Visualizzazione post con etichetta Juan Yanes. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Juan Yanes. Mostra tutti i post
giovedì
venerdì
La macchina del disincanto
(Foto: Richard Rasner)
Sai qual era la differenza fra loro e noi?, mi chiese. Io gli risposi che non lo sapevo. Allora mi disse: loro volevano cambiare le cose soltanto un po’, non volevano niente di più che un misero pezzettino di cielo. Noi volevamo l’universo.
Tornò a domandarmi, sai qual è la differenza, adesso, fra loro e noi? E io gli dissi che non la sapevo. Loro, seguitò, si sono appropriati di quella miseria, e noi siamo stati cacciati dal paradiso meschino nel quale essi vivono.
E finalmente mi chiese, sai quale continua a essere la differenza fra noi e loro? No, gli dissi. Loro si sono dimenticati di tutto e sono felici. Noi abbiamo il dolore e il desiderio. Siamo rimasti con la memoria, nudi.
Juan Yanes, La máquina del desencanto
(Una "macchina" — non a caso — tradotta dal blog Máquina de coser palabras)
Juan Yanes su Narcolessia delle giraffe
Tempus fugit
Il tempo finisce sempre per passare…,
è solo questione di tempo.
Jorge Wagensberg
è solo questione di tempo.
Jorge Wagensberg
Percezione
Lo angoscia guardare l’orologio. L’orologio è cosciente di questa sua angoscia e si ferma. Il tempo si trattiene. Ma non esistono altri paradisi se non i paradisi perduti, e così l’orologio, compassionevole, torna a segnare la fuga delle ore.
Deleterio
Lui sa che il tempo non è una linea. Lui sa che il tempo si ritorce, si acciambella, gira, si curva su se stesso. Allora è quando cade sopra l’aculeo distale dello scorpione, sul suo veleno.
Il bambino con la conchiglia
Prima il tempo non c’era. Allora il bambino poteva tirar fuori l’acqua del mare con una conchiglia, e svuotarlo. Soltanto la sua morte, repentina, trasforma l’opera in un esercizio sterile, e affretta castigo e assoluzione.
Foglie d’acanto
Non poteva toccare le foglie della memoria perché era un dolore vivo, tagliente. Che dolore?, domandò. Quello del tempo, disse. Il tempo del dolore della memoria che se ne sta immobile sotto le foglie d’acanto.
Rovesciamento
Le lancette degli orologi cominciarono a girare all’indietro. Il tempo smise di passare, non ci fu più futuro e le cose presero a muoversi verso il passato. Smise di esistere il corso del mondo. Tutto iniziò a indietreggiare e, come in un brutto sogno, restammo a galleggiare nel liquido amniotico dell’universo, dentro un tempo rovesciabile.
Clessidra
Il corpo si sviluppa e va in rovina con il tempo della clessidra ad acqua. Quindi la afferra con le mani e la scaglia a terra identico a colui che spezza la colonna vertebrale al messaggero. Appare il tempo come una successione acquosa di perplessità che scorre in modo iniquo.
Tempo trattenuto
Le foto, sì. Le foto conservano volti e oggetti trattenuti. Istanti di luce congelati… la pelle così liscia del viso della nonna. Ma la carta non ha potuto sopportare il peso inesorabile dei giorni, e via via ha acquisito tutte le gradazioni del pallore, fino al seppia. Il tempo continua, cieco, il suo lavoro di devastazione.
Quello che gioca con il tempo
Lui è l’unico che gioca davvero con il tempo. Lo accorcia, lo interrompe, lo allunga, lo fa impazzire, lo trasforma in un oggetto vibratile. Lui è l’unico che crea tempi simultanei, paralleli, tempi che subito si possono incrociare, annodare, distruggere. Spirali di tempo. Lui è l’unico che mescola i tempi, che assegna loro ritmi vertiginosi, che li blocca. Lui è quello che soppesa la loro profondità, conosce il grado di coscienza degli esseri lanciati sulla lama delle ore. Lui è quello che, in un attimo, li lascia cader giù e poi gioca con le generazioni, le genealogie e le saghe. Lui è quello che cambia le ore in giorni e notti e anni e secoli. Guardalo bene! Se ne sta seduto impunemente al tavolino, scrive, la lampadina accesa. Lui è il narratore onnisciente, quello che deve morire adesso perché tu ed io lo stiamo per uccidere. Questa è l’unica cosa che non sa.
Juan Yanes, Tempus fugit
(Un'altra meraviglia tradotta dal blog Máquina de coser palabras)
Juan Yanes su Narcolessia delle giraffe
Etichette:
Juan Yanes,
Letteratura spagnola,
Máquina de coser palabras,
Traduzione
giovedì
Il Circolo di Praga
All’epoca in cui studiavo, tutti i miei professori erano certi strutturalisti che lèvati. Questo diceva Policarpo. Policarpo ancora manteneva eretta la struttura ossea del cervello, ovverossia il corpo. Si studi la sostanza dell’espressione invece di attaccarsi alla forma del contenuto, saputone! Questo diceva Policarpo che gli diceva Polifemo quando lui tentava di parlare con eccessivo entusiasmo delle differenze fra il sostrato e la forma. Si studi Louis Hjelmslev, il Circolo di Copenhagen, il Circolo di Praga e i formalisti russi, animale! Questo diceva Policarpo che diceva il Polifemo rognoso, senza alcun giro di parole. A lui sembrava più un ippogrifo che un Polifemo.
Nessuno sapeva con certezza come si pronunciasse il nome di quel tal «Hjelmslev», cosicché a volte sembrava trattarsi d’una persona sola, altre volte di una moltitudine: «Yiemsliu», dicevano alcuni; «Hemsleh», aspirando l’acca, dicevano altri; «Hemsleff», dicevano i filosovietici dichiarati; «Liemsliu» i filocinesi… E sempre «circolo» di questo qua, «circolo» di quell’altro là. Circoli dappertutto. Questo diceva Policarpo. Oltre che strutturalista danese, il Polifemo era «cheista». Nel senso che incappava sistematicamente nella «cheùzie». Le sue frasi non finivano mai, solo subordinate e subordinate, e ognuna di quelle cominciava con un «che» impossibile, insopportabile, snervante. Questo diceva Policarpo.
Secondo Policarpo, Polifemo era più criptofascista che strutturalista, ma com’era furbo, capì che l’avevano scoperto e così in certi giorni si comportava da criptomarxista. I giorni nei quali il Polifemo si comportava da criptomarxista, veniva in classe senza cravatta. Questo diceva Policarpo. I giorni nei quali veniva in classe senza cravatta si parlava unicamente del contesto. Lasciava da parte la glossematica e si immergeva in un mare burrascoso di determinazioni socio-contestuali, politico-contestuali ed economico-contestuali. La letteratura cessava di essere lo stupore degli dèi o una di quelle «strutture» ossessive, e si convertiva in una «superstruttura», in una forma di «cosificazione o reificazione», in un bullone di uno degli «ingranaggi ideologici di Stato». Gli studenti erano obbligati a recitare la parte di quelli esaltati dal contesto, e dovevano comprenderlo da capo a fondo in maniera dialettica. Non si poteva parlare d’altro se non di un tal Lukács e dell’estetica di un altro che si chiamava Galvano della Volpe. Allucinante. Questo diceva Policarpo.
La cosa peggiore di tutte fu quando il Polifemo iniziò a fissarsi sulle questioni di tipo etnico e sul nazionalismo, diciamo così, identitario. A partire da allora ogni cosa, in classe, doveva esser messa in relazione con la tradizione orale e con l’invenzione della tradizione. Questo diceva Policarpo. Per provare le sue tesi, il Polifemo attraversò l’Atlantico e se ne andò a cercare le radici dei suoi antenati, fondatori di Cabaiguán, nella provincia di Santi Espíritus. A partire da allora si convertì definitivamente al credo etnometodologico della Scuola di Chicago. Da Cabaiguán se ne venne via con una morona che restavi a bocca aperta, e si scordò di sua moglie e dei figli, di Hjelmslev e del Circolo di Praga. Questo è ciò che diceva Policarpo, che ancora mantiene eretta la struttura ossea del cervello, ovverossia il corpo.
Juan Yanes, El Círculo de Praga
Un racconto "destrutturante" tradotto dal blog (molto ben strutturato) Máquina de coser palabras
Etichette:
Juan Yanes,
Letteratura,
Letteratura spagnola,
Máquina de coser palabras,
Racconto,
Traduzione
lunedì
La stanza buia
Di tutte le storie della Storia
la più triste è senza dubbio quella di Spagna,
la più triste è senza dubbio quella di Spagna,
perché finisce male.
Jaime Gil de Biedma
Jaime Gil de Biedma
Adesso sa perché non c'erano farfalle né colombe nella stanza di dietro, nella stanza buia. Perché non c'era aria né mare sulla scala posteriore. Perché non era possibile scendere, né arrivare fino in fondo e poi aprire la porta sbarrata. Adesso sa perché avevano occultato la chiave nel luogo più nascosto. Là dentro c'era il tradimento, il segreto, la delazione, la vergogna, la complicità, l'omissione, la codardia, l'infamia, i segreti inconfessabili... la memoria del sangue versato. Non c'erano piante rampicanti né fiori di buganvillea né finestre. Là dentro avevano rinchiuso i fantasmi dell'ultima guerra civile e tutto quello che era venuto dopo, come le spoglie di una razzia.
Juan Yanes
Un racconto breve sulla Guerra Civile Spagnola tradotto dal blog Máquina de coser palabras
giovedì
El hombre de los efectos especiales
Soy Strudel Bambumberhen, el hombre orquesta, el hombre de los efectos especiales. Mi nombre, en sí mismo, es una onomatopeya cacofónica, un efecto especial, entre máquina averiada que estornuda y elefante dentro de una cacharrería. Me dedico a los efectos especiales de sonido en toda su extensa gama y en todo tipo de grabaciones y eventos: radiofónicos, teatrales, cinematográficos, televisivos, titiriteros, funanbulescos... No necesito un instrumental muy sofisticado, ¡todos los sonidos imaginables que conozcan ustedes, están aquí, dentro de esta maleta!: lluvia, viento, pasos, galope de caballos, chirridos de puertas, portazos, relojes, tambores, timbales, grifos, cadenas que se arrastran, pajaritos, ranas, tormentas, truenos, ronroneos, suspiros, espirridos.
¡Miren, miren dentro de la maleta, para que vean!: tictac, tictac; cric, cric; clic, clic; zzzz, zzzz; guau, guau; ja, ja, ja; ji, ji, ji; hi, hi, hi; pipí, pipí; popó, popó; pupú; kikirikí; tachín, tachín; ¡ax, ax! (en desuso); ninó, ninó; ¡hu! ¡hu! ¡hu!; bla, bla, bla; muu, muu; tris, tras; tras, tras; ñaca, ñaca; fru, fru; muá, muá; muuuuuuá; ¡fos!; ¡puf!; buu; ssss, ssss; cataplón; plom; brrrum, brrrum; ¡uf!; uuuuh; tchssss, tchssss; cloc, cloc; ox, ox (ridículo); ¡uh!; plaf; talán, talán; tilín, tilín; cuá, cuá; tararí, tararí; ¡hummm!; chin, chin; beeee, beeee; suculúmmm; ¡aaaaaah, ooooooh!; gluglú; glup, glup; uyuyui; ¡achís!; ¡ayayay!; miau; fú, fú; cof, cof; ¡ejem, ejem!; ¡evohé! (cultismo); sssssshhhhh ¡pom!; iiiaaiieekkk; cucú, cucú; huaaauugg; plas, plas; raaam, raaam; ajijiiiií; pum, pum; pin pan pun; ¡toioioinnnggg!; rin, rin; booooooooom; toc, toc, toc; ratatatatatá; pío, pío, pío.
Estoy en paro.
Juan Yanes
Dallo splendido blog di Juan Yanes Máquina de coser palabras
Play it again, Sam. Variaciones
Toque de queda.
—Quédate, le dije. Y la toqué.
Omar Lara
—Quédate, le dije. Y la toqué.
Omar Lara
Tócala de nuevo, Sam
Pero Sam estaba acumulando odio en un tugurio del Bronx. No la tocó.
Tócala de nuevo, Sam
Sam, perdido en medio de las fusas confusas de otra partitura, no la tocó.
Tócala de nuevo, Sam
le dijimos al unísono. Sabíamos el extraordinario poder curativo de sus manos. Entonces la tocó.
Tócatela de nuevo, Sam
Y entonces, el pobre Sam reconoció, en medio de una cierta confusión, que seguía siendo un onanista profesional.
Tócala de nuevo, Sam
Sam no la tocó. Estaba últimamente triste. Su tío, el Tío Sam, no hacía más que vomitar bombas en Vietnam, en Corea, en Irak… No podía seguir tocando.
Tócala de nuevo, Sam
Pero Sam flotaba a esas horas en una burbuja del Rick's Café de Casablanca, cocido de whisky, entre el capitán Renault, la Bergman y el Bogart —cuyo grado de tolerancia era infinito—, y no le dió la gana de tocarla otra vez.
Tócala de nuevo, Sam
Sam se levantó, cogió la fender stratocaster, subió al escenario, pisó decibelios cien puntos por encima del umbral del dolor e hizo que estallaran todas las neuronas de nuestro cerebro. Imagínense cómo quedó el techo del Rick’s Café.
Tócala de nuevo, Sam
Pero Sam había perdido el piano. Andaba por las calles buscándolo enloquecido de la mano de Charlie Bird Parker que también había perdido su saxo, por enésima vez. ¿Cómo se puede perder un piano de cola, Sam, cómo? Los dos estaban tiritando desnudos debajo de una manta, persiguiendo al perseguidor de la belleza, como dos monos, y el larguirucho, tan joven, tan huesudo y hermoso, escribiendo sobre ellos en una mesita del Stéphane, en la rue Mallarmé, dime cómo se puede perder un piano de cola, Sam.
Tócala de nuevo, Sam
Quédate, le dijo, y la tocó en honor de Omar Lara. Esa noche tuvieron que salir pitando porque había toque de queda.
Juan Yanes
Dallo splendido blog di Juan Yanes Máquina de coser palabras
Iscriviti a:
Post (Atom)













