venerdì

Riciclato

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(Foto: Leprosina)

Immediatamente ogni cosa si illuminò. Era stato immerso nell’oscurità senza tempo e fu come un risveglio inatteso. Ma la scena non era quella che attendeva, se attendeva qualcosa di concreto. E l’ordine coprì tutto il resto.
— Fuoco!
Sparò prima di rendersi conto di ciò che faceva. Sono un soldato, crepitò un pensiero. Lo sono? Una nuova bordata di ordini: puntate, fuoco, coperti. Il fango lo accolse come un’amante piena di tenerezza. E allo stesso tempo, insieme alla risposta del nemico, arrivò una raffica di consapevolezze, una vita passata, completa, posizionata dall’altro lato di un muro di vetro. La pausa durò soltanto un secondo.
— Fuoco!
Obbedì, è chiaro, non poteva far altro. Ma contemporaneamente lasciò che la memoria penetrasse la superficie di quell’attimo. E allora ricordò. Aveva il cancro. Era morto. Ma la guerra aveva bisogno di soldati. E la tecnologia al giorno d’oggi fa meraviglie.
— Fuoco!

Sergio Gaut vel Hartman, Reciclado

(Traduzione dal blog Químicamente impuro)

L'inesauribile e magnifico lavoro di Sergio Gaut vel Hartman — direttore della rivista «Sinergia» — anche in:
Ráfagas, parpadeos e Breves no tan breves

Fotografia — Portfolio del mese

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Poppy de Villeneuve

giovedì

La ricetta democratica

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Un'immagine del maggio luttuoso del '77, quando Francesco Cossiga era ministro dell'Interno (vedi anche Giorgiana Masi)

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno.»

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...»

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città.»

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri.»

Nel senso che ...

«Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano.»

Anche i docenti?

«Soprattutto i docenti.»

Presidente, il suo è un paradosso, no?

«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!»

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.

«B
alle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio.»

(Dall'intervista a Francesco Cossiga — 23 ottobre 2008, «Quotidiano Nazionale»)

mercoledì

Buono, pulito, giusto, sacro...

... Terra Madre.



«... la comunità politica mondiale non è stata capace di trovare 30 miliardi chiesti dalla Fao per dimezzare il numero dei malnutriti, ma in due settimane è riuscita a versare 2 mila miliardi di dollari per salvare le banche.»

(Carlin Petrini alla III edizione di Terra Madre — Torino 23-26 ottobre 2008)

martedì

Il senzasenso

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(Foto: Veerle)

Niente di più assurdo di un telefono che squilla accanto a un cadavere. Chi è che vuol mettersi in contatto con l’assente? Perché lo chiamano quando ogni messaggio è solo un rimasuglio della vita? Perché qualcuno si impegna a continuare l’attesa, e, dietro il silenzio, ripete la chiamata una e un’altra volta?

Perché chiami adesso che è inutile? Perché adesso, che mi è impossibile allungare il braccio per dirti che va bene, che è meglio così, che in questi casi non ci sono colpe, che il piombo nella tempia è un ardore che dura appena un millesimo di secondo?

Ma tu chiami, continui a chiamare. E questo è il vero tormento.

Cristian Mitelman, El sinsentido

(Traduzione dal testo pubblicato da Sergio Gaut vel Hartman nel blog Químicamente impuro)

lunedì

E ancora sull'America (quasi con nostalgia)





This is not America, sha la la la la
A little piece of you
The little peace in me
Will die
[This is not a miracle]
For this is not America

Blossom fails to bloom
This season
Promise not to stare
Too long
[This is not America]
For this is not the miracle

There was a time
A storm that blew so pure
For this could be the biggest sky
And I could have the faintest idea
[For this is not America, sha la la la la,
sha la la la la, sha la la la la
This is not america, no,
this is not, sha la la la la]

Snowman melting
From the inside
Falcon spirals
To the ground
[This could be the biggest sky]
So bloody red
Tomorrow's clouds

A little piece of you
The little piece in me
Will die
[This could be a miracle]
For this is not America

There was a time
A wind that blew so young
For this could be the biggest sky
And I could have the faintest idea
[For this is not America, sha la la la]


David Bowie, Pat Metheny, Lyle Mays, This Is Not America, 1985
(Colonna sonora del film The Falcon and the Snowman)

Se tutto il mondo potesse votare

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(Global Electoral College — da Economist.com)

L'insostenibile vicinanza delle presidenziali

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26 ottobre: raid di elicotteri Usa in Siria. Tutte le vittime sono civili.

Leggi da Repubblica.it

(Video da AljazeerahEnglish)

venerdì

I bei giochi d'una volta

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Britain's Oldest Toy Found Buried with Stonehenge Baby?

(Fonte: National Geographic.com)

Il discepolo n° 1816

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«Il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli non è mai stato abbandonato. Una malattia non può considerarsi debellata fino a quando l'ultimo agente patogeno non sia stato stroncato. Da un solo ceppo resistente, l'infezione può sempre tornare a proliferare.

La malattia delle istituzioni si chiama P2. L'agente patogeno resistente al trattamento è la tessera n°1816 dell'albo: Silvio Berlusconi...»

Il seguito dell'articolo di Claudio Messora (da Byoblu.com)

Il video:

giovedì

Il Circolo di Praga

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All’epoca in cui studiavo, tutti i miei professori erano certi strutturalisti che lèvati. Questo diceva Policarpo. Policarpo ancora manteneva eretta la struttura ossea del cervello, ovverossia il corpo. Si studi la sostanza dell’espressione invece di attaccarsi alla forma del contenuto, saputone! Questo diceva Policarpo che gli diceva Polifemo quando lui tentava di parlare con eccessivo entusiasmo delle differenze fra il sostrato e la forma. Si studi Louis Hjelmslev, il Circolo di Copenhagen, il Circolo di Praga e i formalisti russi, animale! Questo diceva Policarpo che diceva il Polifemo rognoso, senza alcun giro di parole. A lui sembrava più un ippogrifo che un Polifemo.

Nessuno sapeva con certezza come si pronunciasse il nome di quel tal «Hjelmslev», cosicché a volte sembrava trattarsi d’una persona sola, altre volte di una moltitudine: «Yiemsliu», dicevano alcuni; «Hemsleh», aspirando l’acca, dicevano altri; «Hemsleff», dicevano i filosovietici dichiarati; «Liemsliu» i filocinesi… E sempre «circolo» di questo qua, «circolo» di quell’altro là. Circoli dappertutto. Questo diceva Policarpo. Oltre che strutturalista danese, il Polifemo era «cheista». Nel senso che incappava sistematicamente nella «cheùzie». Le sue frasi non finivano mai, solo subordinate e subordinate, e ognuna di quelle cominciava con un «che» impossibile, insopportabile, snervante. Questo diceva Policarpo.

Secondo Policarpo, Polifemo era più criptofascista che strutturalista, ma com’era furbo, capì che l’avevano scoperto e così in certi giorni si comportava da criptomarxista. I giorni nei quali il Polifemo si comportava da criptomarxista, veniva in classe senza cravatta. Questo diceva Policarpo. I giorni nei quali veniva in classe senza cravatta si parlava unicamente del contesto. Lasciava da parte la glossematica e si immergeva in un mare burrascoso di determinazioni socio-contestuali, politico-contestuali ed economico-contestuali. La letteratura cessava di essere lo stupore degli dèi o una di quelle «strutture» ossessive, e si convertiva in una «superstruttura», in una forma di «cosificazione o reificazione», in un bullone di uno degli «ingranaggi ideologici di Stato». Gli studenti erano obbligati a recitare la parte di quelli esaltati dal contesto, e dovevano comprenderlo da capo a fondo in maniera dialettica. Non si poteva parlare d’altro se non di un tal Lukács e dell’estetica di un altro che si chiamava Galvano della Volpe. Allucinante. Questo diceva Policarpo.

La cosa peggiore di tutte fu quando il Polifemo iniziò a fissarsi sulle questioni di tipo etnico e sul nazionalismo, diciamo così, identitario. A partire da allora ogni cosa, in classe, doveva esser messa in relazione con la tradizione orale e con l’invenzione della tradizione. Questo diceva Policarpo. Per provare le sue tesi, il Polifemo attraversò l’Atlantico e se ne andò a cercare le radici dei suoi antenati, fondatori di Cabaiguán, nella provincia di Santi Espíritus. A partire da allora si convertì definitivamente al credo etnometodologico della Scuola di Chicago. Da Cabaiguán se ne venne via con una morona che restavi a bocca aperta, e si scordò di sua moglie e dei figli, di Hjelmslev e del Circolo di Praga. Questo è ciò che diceva Policarpo, che ancora mantiene eretta la struttura ossea del cervello, ovverossia il corpo.

Juan Yanes, El Círculo de Praga

Un racconto "destrutturante" tradotto dal blog (molto ben strutturato) Máquina de coser palabras

Il secolo (caldo) delle città

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«Nel 2008 le città ospiteranno più della metà della popolazione mondiale e si troveranno a dover affrontare un forte inasprimento di fenomeni come sovraffollamento, povertà e degrado ambientale. E alcune di queste dovranno fare i conti anche con un crescente rischio legato alle ripercussioni del surriscaldamento del pianeta, come inondazioni, scarsità idrica e desertificazione, cicloni e tempeste.

Bangkok, Giacarta, Lagos, Shanghai, Rio de Janeiro, Dacca, Karachi, Il Cairo, Città del Messico, Mumbai: sono queste le “10 megalopoli a rischio che Legambiente ha indicato tra quelle più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici nel dossier "Città a effetto serra", presentato in occasione della conferenza sul clima di Bali.»

Un'analisi di quasi un anno fa (da Legambiente)

Leggi anche Johann Hari sulle pagine di Internazionale.it: Non uccidiamo il pianeta per salvare l'economia

mercoledì

martedì

Divenire

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(Foto: Sharad Haksar)

C
ome castigo degli dèi per la sua crudeltà, il re Tantalo, il cinereo e aspro Tantalo, fu condannato per l’eternità a patire la fame e la sete in una vallata lussureggiante d’acqua e di frutti: l’acqua svaniva attraverso cavità nel terreno, e i frutti fuggivano dalla portata della sua mano.
Stanco, stanchissimo per il suo supplizio, elevò la sua supplica, dalle profondità del Tartaro alle dimore degli Olimpici.
— Padre, padre mio, liberami da questo castigo se puoi, prescrivine un altro, nel quale io non debba soffrire né fame né sete.
Allora, dalle altezze divine, cadde giù il masso di Sisifo, proprio sul suo cranio.

José Eduardo Lopes, Devir

Una nuova versione del mito tradotta dal blog del mozambicano José Eduardo Lopes
Estrada de Santiago

L'e-book As Metamórfoses de ouvido

La Terra dei Fuochi



«Fuochi che non ci bruciano, ma ci avvelenano. Ogni giorno, centinaia di "piccoli" fuochi ardono in tutta la provincia tra Napoli e Caserta. In modo particolare, nei territori dei Comuni di Giugliano, Qualiano e Villaricca. Tristemente denominati la terra dei fuochi...»

Dal sito-denuncia La Terra dei Fuochi

Macchine & Anime

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La mostra Máquinas & Almas al museo Reina Sofía di Madrid: «la convergencia ciencia-arte-tecnología» del XXI secolo attraverso i lavori di 17 artisti.

(Clicca sopra per accedere alla gallery delle opere. Sotto: un video dell'esposizione con interviste ai partecipanti)

lunedì

Epifania

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(Immagine dal film Sunshine)

Era talmente splendido che decise di sorvegliarlo in modo che non fuggisse via. Si sedette su una pietra e non gli tolse gli occhi di dosso nemmeno per un secondo.

Quel giorno non mangiò, né bevve, né si preoccupò di ripararsi per attutire il calore.

Presto, il sole, stufo di sentirsi osservato, si precipitò a nascondersi nell’unico luogo dove non poteva esser visto dall’uomo; dentro di lui.

L’uomo, inondato di luce, restò accecato. E allora venne la notte ed entrambi, uomo e sole, poterono riposare. L’indomani l’uomo sapeva che, nonostante fosse cieco, non era solo.

Angélica Santa Olaya, Epifanía

(Una scintilla di purezza dalla messicana Angélica Santa Olaya — tradotta dal suo blog Alicia la necia)

venerdì

Provate l'ignoranza

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«Se l'istruzione vi sembra un costo, provate l'ignoranza.»

(Dalla manifestazione del 17 ottobre 2008 a difesa della scuola pubblica)

Processo penale al franchismo

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(Foto: Eloy Alonso)

114.266
desaparecidos tra il 17 di luglio del 1936 e dicembre del 1951.

Il giudice Baltasar Garzón dà inizio alla prima causa penale contro il regime franchista.

Proceso penal al franquismo e la galleria fotografica El dictador y sus cómplices (da Publico.es)

Quei treni leggendari

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Le affascinanti foto in bianco e nero di The Call of Trains, il nuovo libro di Jim Shaughnessy (fonte: Wired.com).

mercoledì

«Voglio una vita»

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«Voglio una vita. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni!»

Saviano: "Lascio l'Italia" dal sito de «La Stampa»

Classi d'inserimento

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Matematica, prima lezione.

La divisione.

La mozione della Lega delle «classi d'inserimento» per i figli degli immigrati — le reazioni

Storia spropositata

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M
entre mi preparano il tè (speriamo che sia ben caldo) voglio provare questo registratore; sarebbe un peccato se per mia negligenza o per un inconveniente meccanico le dichiarazioni del professor Haeckel andassero perdute. Siccome il teuccio si fa aspettare, dirò alcune parole che possono servire da introduzione.
Haeckel è un personaggio strano, sconosciuto al pubblico e rispettato da alcuni biologi, pochi, i più famosi. Posso assicurare che rifugge dai giornalisti. Quando il segretario di redazione, da Buenos Aires, mi ordinò di intervistarlo, iniziai un inseguimento per tutta l’Europa, che è durato un anno.
Oggi pomeriggio sono partito da Ginevra, sicuro che il professore non era in città, ma non sapendo di seguire una buona pista. Sono passato per Briga, mi sono inerpicato su per una strada di montagna, e, al crepuscolo, mi sono ritrovato quasi smarrito in una tempesta di neve. Alla mia sinistra sono comparse, d’improvviso, alcune luci. Leggendo «si vendono catene» ho fermato l’automobile.
Le catene me le ha vendute un individuo che stava sulla porta di un bar. Gli ho chiesto di montarle e sono entrato per bere un bicchiere di acquavite, con un’aspirina, perché avevo la febbre. Per di più, avevo mal di testa, avevo mal di gola, ero raffreddato. Arrivato al banco, mi sono visto circondato da avventori, sicuramente contadini, che mi guardavano di sottecchi, parlavano tra di loro e non nascondevano, di quando in quando, pesanti risate. “Questi sono i saggi del tango”, pensai. Chiesi loro consiglio su come guidare la macchina, attraverso la tormenta di neve, sulla montagna. Mi pare di ricordare che nessuno mi rispose. Mi tornarono alla mente storie raccontate da mio padre, di come i nostri gauchos si burlavano degli stranieri e, se potevano, li mandavano dalla parte sbagliata. Benché non mi aspettassi nessun aiuto, spiegai:
«Proseguirò lungo la strada del Sempione, fino a Domodossola e Locarno».
Uno chiese ad alta voce:
«Glielo diciamo che se comincia a sentirsi troppo solo sulla montagna, si fermi a Gabi?»
«A casa del professore — rispose un altro. — Lì troverà una buona compagnia».
Quell’uscita li divertì oltremodo. Tutti si misero a parlare; nessuno si ricordò più di me. Uscii da quel bar, tastai le catene per assicurarmi che fossero ben sistemate e continuai il viaggio, lungo strade strette fiancheggiate da precipizi, in mezzo a una tormenta di neve che non mi consentiva di vedere dove stavo andando.
Dopo un’interminabile ora di marcia lentissima, durante la quale attraversai gallerie, sentii il rumore delle cascate e mi parve di vedere edifici illuminati che dopo un attimo si dissolvevano nella notte, successe una cosa che non mi spiegai bene. Un’enorme massa bianca investì con forza il fianco destro dell’auto, la fece vacillare e sbandare verso la parete a picco della montagna. Se il colpo fosse venuto dal lato sinistro, non mi sarei salvato dal precipizio. Accelerai. Grazie alle catene, riacquistai il controllo della macchina, ripresi la strada. Non ebbi il coraggio di fermarmi e vedere che cosa era successo. Fu come se allora mi cogliesse tutta la paura di trovarmi da solo, in paraggi sconosciuti, in quella notte spaventosa. Avevo tanta febbre che sognavo ad occhi aperti e forse confondevo i sogni con la realtà. E pensare che mi ero vantato di non perdere mai la testa.
In una valle, apertasi d’un tratto nella montagna scoscesa intravidi una casa appena illuminata. Mi dissi: “Non ce la faccio più”, imboccai un sentiero laterale e fermai la macchina accanto alla casa. Era uno chalet, un villinotto svizzero, con il tetto a due spioventi. Sulla facciata, in caratteri colorati che si intrecciavano con gli angeli paffuti di un affresco, lessi la parola «Gabi».
Scossi il battente della porta. Alla fine venne scostata una tenda e, da dentro, mi scrutarono con una lanterna. Sentii poi un aprirsi di chiavistelli. Pochi istanti dopo provavo una graditissima sorpresa: mi trovavo davanti al professor Haeckel.
Il professore, esile, irrequieto, la testa troppo grande rispetto al corpo, mi invitò affabilmente ad entrare e, quando ubbidii, chiuse la porta con vari chiavistelli, «per non fare entrare anche il freddo». Mi ritrovai in un ingresso, privo di mobili, che nonostante venissi da fuori mi parve gelido. Una scala, di legno di quercia probabilmente, portava al piano di sopra. Haeckel disse:
«Che notte. Dalla sua faccia si vede che è stanco e ha freddo. Venga nel mio studio».
Ha aperto una porta, siamo passati, l’ha richiusa. Forse perché la stanza è piccola, o forse perché non ha altre aperture tranne questa porta, la finestra e il caminetto, dove bruciano tronchi di pino, per la prima volta nella notte mi sono sentito confortato e al sicuro. Mi sono avvicinato alla finestra, ho scostato le tende, ho visto il buio della notte, delle inferriate bianche, e, di traverso, lievi spruzzi di neve.
«Chiuda quella tenda. Fa venir freddo guardare nella notte — ha detto, sorridendo. — Per favore, si sieda accanto al fuoco, mentre vado a preparare un tè».
Rimasto solo, mi sono detto: “La notte, iniziata in modo minaccioso, va a finire bene”. Non voglio esagerare, ma a quanto pare ho dimenticato (il mio organismo ha dimenticato) l’influenza.
Adesso il professore mi porta il tè. Stiamo per cominciare l’intervista.
«Posso chiedere quello che voglio?»
«Quello che vuole».
«Lei pensa di essere un uomo contraddittorio?».
«Direi piuttosto volubile. Impulsivo».
«Per un anno mi è sfuggito e adesso, quando la incontro, sembra contento di vedermi».
«Gliel’ho già detto: sono impulsivo. Lei mi ha raggiunto e, per la fatica che le ho fatto fare, sento di doverle qualcosa. Invece di dispiacermi, accetto volentieri la nuova situazione».
«È ottimista?»
«Sono instabile e, anche, abbastanza indiscreto. Siccome credo che tutto sia precario, non dò molta importanza a nulla, il che spesso mi costa caro. Trovare il lato comico delle situazioni mi riconcilia con il mondo e con il mio destino».
«Si lamenta del suo destino?»
«No, anche se nel destino di un apprendista stregone ci sono alti e bassi».
«Pensa di essere un apprendista stregone?»
«Come qualsiasi ricercatore che contribuisce davvero al progresso della scienza».
«Perché rifiuta le interviste? È timido? O non vuole sottrarre tempo al suo lavoro?»
«Non vedo perché dovrebbero essere queste le ragioni».
«Non le chiami ragioni. Sono pretesti. Tanta gente al giorno d’oggi rifiuta le interviste, che mi domando se non si debba pensare a un’epidemia o a una moda».
«Non è il mio caso».
«A tutti dispiace ammettere di essere condizionati dall’istinto di imitazione. Secondo il sociologo Tarde, è questo il motore della società».
«Magari questo Tarde avrà ragione, ma io evito i giornalisti per un motivo serio. Per me almeno».
«Me lo dica».
«No, non posso».
«Mi pare che definendosi indiscreto sia venuto meno alla verità».
«Va bene. Siamo coerenti: nulla importa nulla. Glielo dirò: c’è qualcuno che mi vuole uccidere».
«Sicché mentre io la cercavo per intervistarla, lei fuggiva da un’altra persona».
«Esattamente».
«Come posso crederci?»
«Evito i giornalisti perché sono indiscreti proprio quanto me. Pur senza farlo apposta, danno indizi e orientano l’uomo che mi cerca».
«Un personaggio abbastanza incredibile».
«Lui sarà incredibile, ma lei è presuntuoso. Ha detto che sono stato contento di vederla. Perché dovrei essere contento di vedere una persona che non conosco?»
«Mi è sembrato che fosse contento».
«Forse, ma non di vedere lei. Di non vedere l’altro».
«E perché quest’altro la vuole uccidere?»
«Come è stato detto, le nostre colpe ci perseguitano. Prima ero medico e solo in seguito mi sono dedicato alla ricerca. Tra i miei pazienti, ce n’era uno che chiamavo il Bue. Era un uomo anziano, alto, forte, serio, di scarsa intelligenza e privo di senso dell’umorismo. Credeva fermamente in se stesso e in poche altre persone, tra cui me. Poiché era perseverante, con il tempo e il lavoro si costruì una situazione che poté dirsi solida quando però ormai non gli rimanevano più molti anni per goderne. Un giorno il Bue mi ricordò una frase che avrei detto in occasione della sua prima visita al mio studio: “In tutte le situazioni, anche in quelle che non hanno via d’uscita, l’intelligenza trova un forellino attraverso il quale riusciamo a fuggire”. Il Bue aggiunse che per quella frase era vissuto sperando».
«Non temeva di deludere un uomo così credulo?»
«A quanto pare, sempre in quel primo incontro, il Bue mi disse che la vecchiaia era una situazione senza via d’uscita, al che io risposi: “Il che non impedisce che un giorno anch’essa ce l’abbia”. Come se non bastasse, gli promisi di cercarla».
«Non si lamenti. Ha promesso troppo».
«Adesso vedrà. Un giorno gli annunciai di aver trovato la cura... Mi creda, anche oggi, dopo tutti i malintesi che ci hanno allontanato, ricordare l’espressione del pover’uomo in quell’ora di speranza mi commuove un po’. Per richiamarlo alla realtà, lo avvertii che non avevo ancora fatto esperimenti. Neanche con animali. Mi disse che non gli rimaneva tempo per aspettare, che provassi con lui. Quando gli parlai di possibili, sgradevoli effetti secondari, mi rivolse una domanda che avevo previsto. Disse: “Peggiori della morte?” Potei assicurargli di no».
«E trasformare il Bue in porcellino d’India. Ma, la cura esiste o no?»
«Anche lei vuole trasformarsi in porcellino d’India?»
«Per adesso mi accontenterei di sapere in che consiste la cura e come è riuscito a scoprirla».

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«Sono partito da una riflessione. Per riavere la gioventù, dovevo sapere dove trovarla. La gioventù splendente, senza traccia di deterioramento, esiste solo negli organismi in crescita. Quando finisce la crescita, inizia la discesa verso la vecchiaia. Anche se noi non lo notiamo, e neppure gli altri lo notano».
«Ha forse scoperto ormoni che non si ritrovano al di fuori del periodo della crescita?»
«Diciamo che ho isolato elementi che finita la crescita non sono più attivi».
«Li ha isolati e iniettati nel suo paziente?»
«Ho pensato che un organismo vecchio, benché solido, richiedeva una dose forte».
«Che cosa intende per dose forte?»
«L’equivalente di quella che agisce in qualsiasi bambino di due anni Mi segua: potevo scommettere sull’espansione o sulla giovinezza. Ho scommesso sulla giovinezza e ho vinto».
«Che sarebbe successo se vinceva l’espansione?»
«Il Bue sarebbe scoppiato come il rospo di La Fontaine».
«Non è scoppiato?»
«È prevalsa la giovinezza. L’organismo ha tollerato quell’impatto generalizzato. È vero che avevo avuto la precauzione di rafforzare le cartilagini».
«Devo concludere che il suo paziente ha recuperato la giovinezza ed è felice?»
«Felice, no. C’è stata una considerevole espansione che il Bue, come le ho detto, ha tollerato bene. Fisicamente, la prego di capirmi, perché quanto a stato d animo non si è più ripreso».
«Lei crede che si riprenderà?»
«Ne dubito».
«Il suo paziente non prende forse le cose troppo di petto?»
«Direi piuttosto che il cambiamento l’ha sorpreso».
«Un cambiamento in positivo?»
«Da un lato, quello del ringiovanimento, sì senz’altro, ma c’è l’altra faccia della medaglia. Si metta nei suoi panni. Consideri che un bambino di due anni triplica la sua statura».
«Non mi dica che l’ha fatto triplicare, quel poveraccio?»
«Ma che cosa le viene in mente? Per una cosa del genere dovranno passare diciotto o vent’anni; ne sono passati solo cinque. Già è enorme».
«Più di due metri?»
«Molto di più. Pensi che il Bue è cresciuto come un bambino di due anni che misurasse un metro e ottanta...».
«Pover’uomo. È seccato?»
«È veramente abbattuto. Forse credeva che gli effetti negativi di cui gli avevo parlato sarebbero stati vertigini o qualche sfogo della pelle. Come tutti, crede che il male che lo affligge sia il peggiore del mondo. Giunse a chiedermi di dargli qualcosa per frenare la crescita».
«Gliel’ha dato?»
«Gli ho prescritto dei placebo, dei rimedi innocui. Sa: “aqua fontis, panis naturalis”. Avevo già sperimentato abbastanza a spese delle sue ghiandole. Cercai, questo sì, di fargli compagnia, di confortarlo».
«Mi sembra bello da parte sua».
«Capirà, un gigantismo di quel genere equivale all’esilio. Per il mio paziente non ci sono donne, ne cinema, ne letti, ne automobili, ne case. Gli appartamenti moderni hanno i soffitti così bassi! E poi, il povero Bue è un timido. Si vergogna a farsi vedere».
«Ha avuto la fortuna di incontrare un medico compassionevole».
«Fino a un certo punto soltanto, fino a un certo punto. In questa vita precaria niente dura, neanche i nostri buoni sentimenti. Arrivò il giorno in cui mi stancai della compassione e buttai tutto a ridere».
«Davanti alla sua stessa vittima?»
«Sì, una bestialità. Il Bue, durante una delle mie visite, perché adesso ero io a visitarlo, mi disse che finché gli fossero bastati i soldi si sarebbe rinchiuso in casa, ma che probabilmente in un futuro non troppo lontano avrebbe dovuto lavorare».
«E quale lavoro avrebbe fatto?»
«La stessa cosa gli chiesi io. Mi disse: “II mostro in un circo”. La sua risposta mi parve così appropriata e così assurda, che mi venne voglia di ridere. Gli dissi: “A volte mi pare che lei ci provi gusto a lamentarsi. Molta gente soffre perché è nana. Nessuno soffre perché è alto”.Stava per rispondere, perché pensava che parlassi sul serio, ma vedendo la mia faccia esitò, quasi non potendo credere che scherzassi con la sua disgrazia. Dopo avermi guardato con aria sconcertata, mi prese per il collo e mi scrollò come un uccellino».
«Scrollato da un gigante simile, chi non sarebbe sembrato un uccellino?»
«Io più di altri. Per caso mi salvai dalla morte. Mi lasciò tutto pesto e dolorante».
«L’ha più rivisto?»
«Certo. Forse lei ha ragione a dire che sono un uomo contraddittorio. Prima faccio crescere il Bue e poi mi sento colpevole. Conosco i miei difetti, ma non sempre mi correggo».
«Siamo tutti uguali. Mi racconti come andarono questi incontri».
«Il Bue, che è un uomo ostinato, mantenne il suo risentimento. Gli incontri erano penosi per entrambi. Senza interromperli del tutto, ne diminuii la frequenza. Allora notai in me una reazione poco ammirevole».
«Che cosa notò?»
«Quando stavo con lui mi sentivo compunto, quasi vergognoso di aver provocato la sua disgrazia. Ma bastava che non lo vedessi per due o tre giorni, perché dimenticassi senso di colpa e dolore. Mi sentii perfino incline ad apprezzare il lato comico della storia».
«Anche se questo lato comico esiste, non credo che lei sia la persona più indicata per apprezzarlo».
«Se almeno lo avessi fatto nel segreto della mia coscienza...».
«L’ha offeso?»
«Venne un giornalista. Quando sono intelligenti, mi sento a mio agio con loro e mi pare una meschinità non parlar loro apertamente. La mia convinzione che tutto sia precario mi porta a pensare che anche il futuro lo sarà e che nulla ha importanza. Credo, questo sì, nel singolo momento, come se fosse un mondo a sé, l’unico mondo definitivo, e dico tutta la mia verità».
«Mi piacerebbe sapere in che modo queste riflessioni generali influirono sulla sua conversazione con il mio collega».
«In modo irreparabile. Feci scherzi e confidenze. Fui indiscreto. Scommettiamo che non indovina cosa dissi?»
«No».
«Dissi che fin dal principio avevo previsto la crescita del mio paziente e che, dominato dalla curiosità e perché la situazione mi divertiva, avevo portato l’esperimento fino alle sue ultime conseguenze».
«Il Bue le ha fatto causa?»
«No».
«Meno male».
«Molto peggio invece. Mi chiamò per dirmi che aveva letto sul giornale l’intervista e che mi avrebbe ucciso. Disse: “Siccome per buona parte della mia vita l’ho rispettata, adesso non voglio coglierla di sorpresa. Si ritenga avvisato”».
«E lei che fece?»
«Le valigie. Partii con il primo aereo. Il Bue mi seguì, a quanto mi dissero, in un aereo da trasporto. Percorremmo tutta l’Europa. Finora, io l’ho sempre preceduto, anche se inseguito da vicino, mi creda. Non sa con quale precipitazione ho dovuto abbandonare città in cui mi trovavo bene».
«Non è che qualche volta se ne sarà andato perché ero arrivato io e lei ha creduto che si trattasse del suo paziente?»
«Non è possibile confondersi. Per quante precauzioni prenda, il povero diavolo attira l’attenzione. È per questo che sono ancora vivo. Senta cosa è successo al Grand Hotel di Stoccolma. Insistevano a portarmi un giornale, scritto in svedese!, che facevano scivolare sotto la porta della mia stanza. Una mattina, mentre mi preparavo a una piacevole colazione, raccolsi il giornale e guardando una fotografia dissi a voce alta: “Non sapevo che a queste latitudini si festeggiasse il carnevale”. Mi misi gli occhiali, perché senza vedo tutto sfocato, e non riuscii a trattenere un gemito. La fotografia non mostrava, come avevo creduto, il gigante di un carro mascherato. Mostrava il mio gigante, il Bue, circondato da abitanti di Stoccolma, che lo guardavano sbalorditi».
«E lei fece di nuovo le valigie?»
«E presi il primo aereo, diretto alle Baleari. Da allora non passo un giorno, in qualsiasi posto mi trovi, senza domandare, nei ristoranti, negli alberghi, nei caffè, nei chioschi di giornali e riviste, dovunque sia!, se per caso non hanno visto un gigante».
«Non arriverà anche qui?»
«Oggi almeno, no. Viaggia a piedi e, quando un camionista si impietosisce, sul rimorchio del camion. Qualcuno mi ha detto che ieri lo hanno visto nella zona di Dolder, vicino a Zurigo. Anche se in questa casa non corro rischi (la porta è solidissima e ho fatto mettere le inferriate alle finestre), per maggiore sicurezza domani tolgo le tende e parto per l’Italia».
«Sarebbe meglio anticipare il viaggio».
«Crede?»
«Sto pensando che forse l’ho visto lungo la strada».
«Quel mostro non si stanca di perseguitarmi. Dove l’ha visto?»
«Qui vicino. Venivo da Ginevra, per la strada di Briga. A un tratto qualcosa colpisce il fianco destro dell’automobile e ho una visione stranissima».
«Com’è stato?»
«E durato solo un secondo. Ho creduto di sognare. Dalla tormenta di neve esce una gigantesca apparizione e cade sulla macchina, con le braccia aperte».
«L’avrà ucciso?»
«Credo di no».
«Allora è meglio andarcene subito».
«Ci metterà un po’ ad arrivare. Sicuro che l’urto l’ha lasciato malridotto».
«Ad ogni modo, lei ed io ce ne andiamo. Non appena avrò trovato il libro che stavo leggendo».
«Dove andiamo?»
«Lei mi segue, con la sua macchina, fino a Crevola, e di lì prende la strada che va a Locarno. Io andrò a Milano. Non voglio che per colpa mia le succeda qualcosa».
«E dopo, lei che cosa farebbe se fosse in me? Le pare un’imprudenza spedire la nostra conversazione perché venga pubblicata?»
«Faccia come vuole. Che cos’è?»
«Cosa?»
«Non sente? Bussano».
«Credo che abbia ragione».
«Bussano alla porta».
«Non apra».
«Non si preoccupi».
«Se non apriamo, dopo un po’ se ne andrà?»
«Meglio abituarci all’idea di un assedio. Abbiamo viveri per qualche giorno».
«Ha sentito? Come se spezzassero del legno. Avrà abbattuto un albero?»
«Ha abbattuto la porta. Vado a riceverlo. Meglio così: non posso passare la vita a fuggire. Lei rimane qui, tranquillo. Sono medico. So come calmare i pazzi furiosi».
Che faccio adesso? A poco servirà il mio aiuto contro un essere capace di abbattere una porta come quella. Fuggire dalla finestra è impossibile. Le inferriate sono troppo vicine tra loro. I gemiti del professore mi mettono il nervoso. Non riesco a pensare. Non importa: manterrò la calma. Questo colpo secco dev’essere un mobile che il gigante ha tirato contro il muro. No: nell’ingresso non ci sono mobili. Se non è stato un mobile, era il corpo del povero Haeckel. Adesso non si sente più nulla. È orribile questo silenzio. Mi sembra di vedere cosa sta succedendo dietro la porta. Il cadavere di Haeckel per terra, il gigante che si guarda intorno e si interroga sul da farsi. Benché gli costi fatica pensare, d’un tratto ricorda che un criminale non lascia testimoni. Perlustrerà la casa. Speriamo che non inizi da questa stanza. Sento scricchiolare i gradini. Li salgono passi lenti e pesantissimi. Magari riesco a scamparla. Non appena calcolerò che il gigante è arrivato al piano di sopra, corro fuori, prendo la macchina e me ne vado. Locarno è troppo vicina. Non mi fermerò fin quando non sarò arrivato in Italia. In Sicilia. Ho sempre desiderato conoscere la Sicilia. Mi guarderò bene, se riesco a salvarmi, dal pubblicare l’intervista. Il gigante non avrà nulla contro di me. I passi continuano. La scala non finisce mai. Non posso crederci. Sta scendendo. Ha cambiato idea e vuoi cominciare la perlustrazione dal piano di sotto. Nascondo il registratore, dietro alcuni libri, perché non lo distrugga, se arriva qui. I passi, che non vorrei sentire, si avvicinano. La porta si apre. Spengo il registratore.


Adolfo Bioy Casares (1914-1999), da Historias desaforadas, 1986
(L’orologiaio di Faust e altri racconti, Edizioni Studio Tesi 1990 — trad. italiana di Fausta Antonucci)

martedì

I signori della crisi

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«La cosa più assurda è che controllando il flusso degli investimenti delle banche italiane, si nota che molte, tante, troppe azioni e troppi milioni di euro, sono investiti in… banche inglesi e americane. Barclays, Rockfeller, Morgan Stanley, ecc., creando un conflitto di interessi pauroso. In altre parole, il nostro destino è legato a filo doppio alle sorti delle banche inglesi e americane. In questo modo si crea però un conflitto di interessi, perché le leggi o le manovre finanziarie che rafforzano l’Euro danneggiano le altre monete, ma rafforzando la nostra moneta paradossalmente allo stesso tempo danneggiamo anche le nostre banche e i nostri investimenti, e viceversa. Analizzando quindi i flussi di capitali e la ricchezza ci si accorge che tutto il potere del mondo è concentrato in poche mani, di pochi gruppi bancari e industriali il cui destino è legato a filo doppio dalle stesse vicende. A questo punto si capisce perché la politica sia assoggettata alle banche e perché chi prova a toccare le banche muore. Si capisce cioè perché, gira e rigira, tutti quelli che si sono avvicinati alla massoneria e/o alle banche sono morti, da Falcone, ad Ambrosoli, a persone meno conosciute come Arrigo Molinari che avevano provato a portare alla luce il problema del Signoraggio...»

La Gestapo, proprio qui a fianco

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Il racconto di Corrado Augias alla Banca della Memoria.

Un collegio cattolico che confina con la sede della Gestapo.

Gli echi dal carcere di via Tasso e i ricordi di un bambino durante l'occupazione nazista di Roma.

venerdì

Do you speak Gelmini?

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«Grembiulini, maestre, voti di condotta. Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha moltiplicato direttive e proclami. Ma sull'insegnamento delle lingue tutto tace. Eppure in Italia (fonte Censis) un terzo della popolazione non parla alcuna lingua straniera; meno del 20 per cento è bilingue; il 50,1 ritiene scolastico il proprio grado di preparazione, il 23,9 lo giudica buono e solo il 7,1 molto buono. Inoltre, il 55,9 per cento degli italiani ritiene lo studio delle lingue a scuola scarso o gravemente insufficiente, tant'è che i debiti formativi nelle superiori si attestano al secondo posto con il 32,7 per cento, subito dopo matematica...»

Leggi il seguito dell'articolo Do you speak Gelmini? sul sito de «L'Espresso»

giovedì

Die Welt ist meine Vorstellung

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(Foto: Sharad Haksar)

«Il mondo è una mia rappresentazione»: ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante, benché l'uomo soltanto possa averne coscienza astratta e riflessa. E quando l'uomo abbia di fatto tale coscienza, lo spirito filosofico è entrato in lui. Allora, egli sa con certezza di non conoscere né il sole né la terra, ma soltanto un occhio che vede un sole, e una mano che sente il contatto d'una terra; egli sa che il mondo circostante non esiste se non come rappresentazione, cioè sempre e soltanto in relazione con un altro essere, con il percipiente, con lui medesimo.

Incipit da Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819

Una canzone d'amore




Every breath you take
Every move you make
Every bond you break
Every step you take
I'll be watching you

Every single day
Every word you say
Every game you play
Every night you stay
Ill be watching you

Oh, cant you see
You belong to me
How my poor heart aches
With every step you take

Every move you make
Every vow you break
Every smile you fake
Every claim you stake
I'll be watching you

Since you've gone I been lost without a trace
I dream at night I can only see your face
I look around but its you I cant replace
I feel so cold and I long for your embrace
I keep crying baby, baby, please...

Oh, cant you see
You belong to me
How my poor heart aches
With every breath you take

Every move you make
Every vow you break
Every smile you fake
Every claim you stake
I'll be watching you

Every move you make
Every step you take
I'll be watching you

I'll be watching you
I'll be watching you
I'll be watching you
I'll be watching you...

The Police, Every Breath You Take, 1986

mercoledì

Sulla scuola

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«Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).

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(Il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini accanto a Silvio Berlusconi)

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: 1) ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest'ultimo è il metodo più pericoloso...»

Dal discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950 (fonte: Retescuole.net)

Torturatori e procedure

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«La giustizia urugaiana non potrà giudicare il repressore Jorge Troccoli.
La Corte Suprema italiana ha rifiutato ieri la nuova richiesta di estradizione presentata dal governo di Tabaré Vazquez, dopo il fallimento della prima per ritardi amministrativi nell’ambasciata uruguayana a Roma.
Il tribunale italiano ha ratificato la liberazione dell’ex marinaio, sostenendo che Montevideo non l’aveva formulata nei tempi e nella forma giusta. Pertanto, secondo la sentenza, non c’è motivo per cui non possa circolare liberamente in territorio italiano...»

Leggi tutto l'articolo di «Página/12» Italia rechaza enviar a un represor, tradotto in italiano da Italiadallestero.info
Un torturatore in Italia — vita e opere di Jorge Tróccoli su Prensa-latina.it

martedì

Due anni

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Anna Politkovskaja — 7 ottobre 2006-7 ottobre 2008

Sed magis amica veritas: a due anni dalla morte di Anna Politkovskaja: l'analisi del blog Mirumir

«La Cecenia è stata dimenticata come Anna Politkovskaya» (
intervista a Eliza Mussaeva)

L'Occidente non vincerà questa guerra

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L'Afghanistan, il terrorismo, la guerra infinita.

Le opinioni della stampa mondiale su Internazionale.it: Trattare con i taliban

Il nuovo Eroe

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(Immagine tratta dall'Uranographia di Johannes Hevelius, 1690)

Prima di discendere nell’antro di Medusa, Perseo ricevette dalle divinità una fotocamera digitale e un pc portatile. Incantata dai ritocchi di Photoshop alla sua immagine, la gorgone non riuscì più a togliere gli occhi da se stessa. Restò pietrificata.

Angela Schnoor, O novo Herói

Un altro affascinante microconto della brasiliana Angela Schnoor (tradotto da Na barca de Caronte)

I blog di Angela Schnoor: Microargumentos e Ideália

lunedì

Tubercolosi 2.0

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Faccia a faccia con la Xdr-TB.

Le foto di James Nachtwey da Xdrtb.og.

Che cos'è la Xdr-TB

Nessun referendum

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«La democrazia in Italia è “un auspicio irrealizzabile”.
Il referendum sulla nuova base americana a Vicenza nell’area Dal Molin, indetto dal sindaco Variati per il 5 Ottobre e approvato dal Tar del Veneto è stato bocciato dal Consiglio di Stato. La motivazione addotta contro il referendum sostiene che non occorrono sondaggi per accertare il fatto che i cittadini sono favorevoli ad aumentare il patrimonio del Comune in cui vivono. Sarebbe come chiedere loro se sono favorevoli ad aumentare il loro patrimonio personale. “E’ un auspicio irrealizzabile”.
Meglio usare l’area Dal Molin per realizzare la più grande base militare americana in Europa...»

Leggi il seguito da Beppegrillo.it

Vota il referendum on line per la base militare Dal Molin (a lato)

venerdì

Un buon titolo è tutto

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Come defecare nei boschi. Oppure: Riutilizzare vecchie tombe.

I 15 titoli più assurdi da dare a un libro (su Oddee.com).

Moderatamente fascisti

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Il “fascismo moderato” dei politici italiani

Roma. Gianni Alemanno, proprio in occasione di un viaggio in Israele durante il quale ha anche fatto visita allo Yad Vashem, il museo israeliano sull’Olocausto, ha esposto al meglio le sue considerazioni in merito al fascismo. «Non sono e non sono nemmeno mai stato convinto che il fascismo sia stato il male assoluto, esso è stato un fenomeno complesso», ha dichiarato il sindaco di Roma, che si colloca tra le file politiche del partito nazionalista di destra Alleanza Nazionale (AN). Molti, continua Alemanno, si sarebbero associati al fascismo «con delle buone intenzioni». «Il male assoluto sono state le leggi razziali che dal fascismo hanno avuto origine e che ne hanno decretato la fine politica e culturale»...


Leggi tutto l'articolo di Dominik Straub per il «Frankfurter Rundschau», Armer Mussolini, tradotto in italiano da Italiadallestero.info

giovedì

Sortilegio

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Hai creduto che le mosche fossero state invitate da papà a vedere il calcio, ma subito dopo il calcio hanno trasmesso le pubblicità dei tagliaerba, le pubblicità di canne da pesca e di rimedi infallibili contro l’insonnia; e poi la tele è diventata solamente righe e un ronzio che si confondeva col canto delle mosche. Allora hai visto che alcune di loro passeggiavano piano piano sulla faccia di papà e papà non si muoveva, gli occhi fissi sulle righe immobili, le mosche volavano e due di quelle sono entrate nella sua bocca aperta che adesso non gridava per chiederti dell’altra birra e ti sei accorta di un odore fantasma, dolce e strano; un odore che forse avevano inventato le mosche. Papà, mi ascolti?, ma lui se ne stava serio, tutto concentrato sulle righe, e hai temuto che si sarebbe infuriato se lo avessi interrotto e così sei andata a dormire ché già era passata mezzanotte. Il giorno dopo ti sei svegliata quando il sole ti ha inchiodato le sue unghie lunghe nelle palpebre, giuro che non ho sognato nulla, dieci di mattina e non hai fatto colazione e sei corsa via con il cuore mandarino che ti si apriva a spicchi nel petto, e il fatto che in cima alle scale continuavano a ronzare le mosche e tuo papà era un’enorme barca verde camaleonte violaceo che stava guardando alla tele azzurra il notiziario degli incidenti stradali, e le mosche gli entravano nella bocca, sempre più numerose e sempre leccando le loro proboscidine labbra fauci minuscole di mosche affamate che in realtà, allora te ne sei resa conto, erano una maschera nera che si cuciva da sola. Papà, vado subito a scuola, hai detto con voce di pulcino, però lui non ha risposto e hai notato che c’era dell’acqua violetta che infangava i suoi terribili pantaloni militari, ciao papà, hai pensato, e hai visto la tua immagine nello specchio dell’ingresso, i capelli arruffati e pieni di cenere, gli occhi gonfi da così tanto affondarti nella palude degli incubi, le labbra grigie fiorendo spaccature, e sei uscita in punta di piedi perché papà non pronunciasse quelle parole di ghiaccio che dice quando non sei come lui immagina che tu sia: una bambina buona e dolce, ormai ho cinquant’anni, papà, e a scuola l’uomo col camice non mi dice più niente, e il latte non mi sa più di acido, e non piango più quando mi ricordo di mamma che se n’è andata in un’altra casa dove vive con un papà diverso che dice parole diverse, parole che le hanno fatto scordare di te, scordarsi di quest’altro papà che continuava a vedere la tele quando sei tornata, dopo essere stata chissà dove, e l’odore era aumentato, furioso, pronto a frugarti la memoria con uncini invisibili. Papà, vuoi mangiare qualcosa? Silenzio. Ma papà, non è possibile che tu stia ancora guardando la tele, oltretutto non ti sono mai piaciute le comiche, e adesso i suoi occhi hanno perduto quel brillio mercuriale che hanno sempre quando lui si muove feroce, e ti insegue, e ti chiude nell’angolo, no papà, no, e col suo rasoio ti taglia via i vestiti, no papino, e adesso i suoi occhi, con quelle loro ali che vibrano, non possono più vederti, non saprai mai più dove mi sono nascosta, non mi spierai mai più mentre faccio il bagno. Ti avvicini piano, l’odore ti colpisce in volto come un alito di inferno, spegni la tele e le mosche cantano liriche nervose attorno al silenzio di tuo padre così quieto, e tu alla fine ti azzardi a toccargli la spalla e gli affondi le dita nella carne molle come fosse plastilina, e chiudi gli occhi, e dentro di te vedi un triciclo che si arrugginisce nel cortile sotto la pioggia; vedi bambole senza testa sotto il lettino. Ritiri la mano e vedi un paio di vermetti che si arrampicano lenti lungo il tuo dito indice, papà non hai più la lingua, solo vermi che ti brulicano fuori dalla bocca, vermi che ti fanno avanti e indietro sulle rughe, che ti esplorano le articolazioni sotto la carne in cerca del bambino che sei stato tanto tempo fa, il bambino che giocherà con me a marito e moglie e mi porterà in un regno di pozzanghere e fango dove io sarò principessa per sempre, e per sempre resteranno in questa casa le mosche, tristi di vedere e rivedere i nostri ritratti sulle pareti di polvere, e dopo aver giocato io dormirò con te, papà, senza paura, senza rancori, dormirò fra le tue braccia amorose finché morte non ci separi.

Ricardo Bernal

Dal Messico una delle inquietanti, imperdibili visioni di Ricardo Bernal (tradotta su gentile concessione dell'autore)

mercoledì

Due foto al giorno, ogni giorno



Due foto al giorno.

Ogni giorno.

Qualsiasi cosa pur di non scomparire.

Caro Spike Lee...

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«Gentile regista,

mi chiamo Didala Ghilarducci. Sono una vecchia partigiana. Mio marito, Chittò, fu ucciso dai nazisti sui monti versiliesi alcune settimane dopo la strage di Sant’Anna di Stazzema, in quel terribile agosto del 1944. Mi sono risolta a scriverle perché quello che leggo sui giornali a proposito del film che lei sta girando mi fa sentire il cuore pesante come un macigno. Pare infatti che nel film si avvalori la falsa tesi che la strage venga compiuta a causa della ricerca di partigiani presenti in paese. È una falsa tesi, che i detrattori della Resistenza hanno sempre sostenuto per dare ai partigiani la colpa di quella strage...»

Leggi tutta la lettera di Didala Ghirarducci a Spike Lee
Una scheda di Spike Lee
I partigiani e il regista

Abbecedario del ritorno

Abbecedario del ritorno.

Perché, pure se sono state via, le giraffe non sono mica guarite: continuavano a cadere addormentate e a sognare a occhi aperti.

E
dunque:


A come Apocalisse dell'Occidente e Alitalia. In altre parole: non tutte le apocalissi vengono per nuocere. Ma si veda meglio alla lettere C, L e P.

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C come Crac(k) o Capitalismo (Inizio della fine del).

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E come Eccidio. O anche Castel Volturno (cfr. la lettera seguente).

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G come Gomorra. Che sta sempre più sostituendo Camorra. Con gran fastidio – si presume – dei gomorristi (cioè: camorristi). Viva Saviano. Viva i libri. (Nota: i camorristi non è che leggano molto. Di sicuro detestano chi legge. Soprattutto chi legge a proposito di loro.)

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L come Lehman Brothers. Ovverossia: l’inizio della fine del Capitalismo (ed ecco spiegate C e A parte I).





M come Manhattan (Comprarsi 60 metri quadri a). D'altra parte Walter Veltroni è o non è il nostro Obama?...

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P come Povertà. Non quella dell’uomo comune, è chiaro. Quella, invece, dei miseri piloti e delle sventurate hostess della nostra compagnia di bandiera — queste ultime già a soli 2.500 euro mensili di base (e poi pretendete anche di volare tranquilli e sicuri…).

Ma anche la povertà della novella CAI dei Colaninno, Benetton e Tronchetti-Provera. La CAI per permettere la cui formazione è stata sospesa la vigente legislazione antitrust.
(Le giraffe, comunque, sono felici: non s’è mai vista una giraffa che vola…)

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S come Scuola italiana (C’era una volta la). Include anche voci come Maestro unico, Riforma, Libro Cuore, Punizioni corporali.

(Lettera aperta di Simonetta Salacone, dirigente scolastico della scuola elementare romana «Iqbal Masih», al Ministro Gelmini — Roma, 23 settembre 2008. Tratto da qui)