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martedì

Epidemia

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(Illustrazione: Stephen Elvidge)


I semafori passano dal verde al giallo, dal giallo al rosso con il ritmo monotono e fuori sincronia di sempre. L'autobus ormai non investe più nessuno. La gente non si ammassa alle fermate né si schiaccia contro i vetri delle porte. I taxi non litigano con i minibus, i minibus con il mondo. Non ci sono auto in doppia fila. Nessun ingorgo. Agli incroci non si sentono i clacson né i soliti improperi. Si sente solo il vento, gli uccelli curiosi e lo stridio di una radio che qualcuno ha dimenticato di spegnere. Il Circuito Bicentenario riluce inutile, nudo, il suo nuovo asfalto. L'aria è trasparente come ai tempi di Fuentes. Sono giorni che non ci sono rapine. Nessun poliziotto. Sono fuggiti tutti. Tutti. Dall'epidemia, dalla città, dal paese. Si possono vedere ancora sulle strade, vicino alla frontiera, i più sbandati. Molti non hanno nemmeno sepolto i loro morti. Negli ospedali e nelle case, sopra i letti sudici, cani, scarafaggi, gatti, mosche e topi si spartiscono i corpi. Nessun maiale. Quei pochi che alcune persone ingrassavano nei cortili hanno mangiato i resti dei loro padroni. Sono tutti morti di influenza umana. Non c'è animale che porti via i propri cadaveri.


Mónica Sánchez Escuer, Epidemia

(Tradotto dal blog dell'autrice Historias baldías)

Mónica Sánchez Escuer su Narcolessia delle giraffe

giovedì

Dedalo

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(Immagine: xportebois)

Siamo tempo, niente dura e vivere è un continuo separarsi.
Octavio Paz

Il mare continua a colpire la riva graffiata, divora la roccia, trascina via il suo sale, disfa tutti i suoi gradini. Il profilo del paesaggio muta lentamente. Già essiccata la tristezza, l’uomo vede come si attenuano i contorni, come si scuriscono, si combinano con il cielo nero. Ancora un giorno sul punto di cadergli sulle spalle, lunghe ore di colpa che gli precipitano addosso il loro peso di lapide. A che serve esser scampato alla prigione?, si domanda. Mesi, anni di pietra, come i muri immani del suo labirinto. Lui, l’inventore del cuneo, dell’ascia e delle vele delle navi, non sa in che modo riottenere il tempo, per suo figlio, coprire il sole, essere di nuovo uccello. Inutile, si afferra al polso inerme, cerca un battito, il calore lieve della carne che è un ricordo del suo braccio. Gli sanguina sabbia annerita dalle nocche. Tra le dita scivolano via i frammenti di un paio di ali rotte, quelle che lui costruì, quelle che portarono Icaro su in alto, fino al sole, e poi sciolsero il suo sogno di volare. E lui, lì, solo, una statua su quel lido senza luci, abbandonato, avverte sotto la sua mano il corpo di suo figlio che si cambia in polvere.

Mónica Sánchez Escuer, Dédalo

Il lirismo duro e palpitante della messicana Mónica Sánchez Escuer (tradotto dal suo blog Historias baldías)