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venerdì

Come fu che il leopardo si procurò le macchie

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Nei giorni in cui tutto ebbe inizio, Tesoro Mio, il Leopardo abitava in un luogo chiamato «Prateria Alta». Ricorda, non la «Prateria Bassa» o la «Prateria Selvaggia» e nemmeno la «Prateria Brulla», ma la calda, spoglia e luminosa Prateria Alta, dove vi era esclusivamente sabbia, roccia color della sabbia e ciuffi di erba giallognola-rossiccia. Lì vivevano anche la Giraffa, la Zebra, l'Antilope, il Cudù e l'Antilope sudafricana. Ed erano tutti dello stesso colore marroncino-giallo-rossiccio. Ma il più marroncino-giallognolo-rossiccio di tutti era il Leopardo: un grande felino il cui pelo si mimetizzava perfettamente con l'unico colore marroncino-giallognolo-grigiastro della Prateria Alta. E questo era un bel guaio per la Giraffa, la Zebra e tutti gli altri, perché il Leopardo si appostava dietro a una roccia o a un ciuffo d'erba marroncino-giallognolo-grigiastro e, non appena la Giraffa o la Zebra o l'Antilope o il Cudù o il Cervo o il Camoscio passavano nei pressi, li sorprendeva con un balzo e li azzannava. E non c'era proprio via di scampo! C'era anche un Etiope con archi e frecce (allora era un uomo dal colorito giallognolo-marroncino-grigiastro), che viveva nella Prateria Alta col Leopardo. I due andavano sempre a caccia insieme, l'Etiope con i suoi archi e le sue frecce, e il Leopardo unicamente con i suoi artigli e i suoi denti ... tanto che la Giraffa, l'Antilope, il Cudù, la Quagga e tutti gli altri animali non sapevano più dove rifugiarsi, Tesoro Mio. Proprio non lo sapevano!

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Molto tempo dopo - allora le cose restavano immutate per lungo tempo - gli animali trovarono il modo per sfuggire a tutto ciò che somigliava a un Leopardo o a un Etiope. E uno alla volta, la Giraffa per prima perché aveva le zampe più lunghe, abbandonarono la Prateria Alta. Fuggirono per giorni e giorni, finché non giunsero a una grande foresta, ricca di alberi, cespugli e strane ombre a quadri, a righe e a macchie, e lì si nascosero. Col trascorrere dei giorni, chi esponendosi per metà alla luce del sole e per metà all'ombra, chi lasciandosi scivolare addosso le ombre proiettate dagli alberi, i nostri animali si trasformarono. E così la Giraffa divenne a chiazze, la Zebra a strisce, il manto dell'Antilope e del Cudù si scurì e si coprì di piccole linee ondulate sul dorso, come quelle della corteccia su un tronco di albero. In questo modo, anche se si poteva udirli e fiutarli, difficilmente li si riusciva a vedere, e solo se si sapeva con precisione in che punto guardare. Essi vivevano felici e beati nelle ombre a chiazze e strisce della foresta, mentre il Leopardo e l'Etiope continuavano a correre di qua e di là nella loro rossiccia-giallognola-oro-rossiccia-giallognola-grigiastra Prateria Alta, domandandosi dove fossero finite tutte le loro colazioni, i loro pranzi e le loro merende. Erano a tal punto affamati che finirono col mangiare ratti, scarafaggi e iraci; e così venne a tutti e due il grande Mal-di-Pancia. Fu allora che incontrarono Baviaan, il Babbuino dalla testa di cane, che abbaia, e che è considerato l'Animale Più Saggio di tutto il Sudafrica. Il Leopardo chiese a Baviaan (ed era una giornata davvero calda!): "Dov'è andata tutta la selvaggina?" Baviaan sogghignò, poiché lui lo sapeva. Allora l'Etiope domandò: "Mi sai dire qual' è l'attuale habitat della Fauna aborigena?" (che era la stessa cosa, ma l'Etiope usava sempre gran paroloni, era un adulto lui!) E Baviaan ghignò di nuovo: lui sì che lo sapeva. Poi rispose: "La selvaggina si è data alla macchia e, se vuoi un consiglio, Leopardo, datti alla macchia anche tu senza indugio". "Tutto ciò è molto interessante," replicò l'Etiope "ma io vorrei sapere dove è migrata la Fauna aborigena." Allora Baviaan spiegò: "La Fauna aborigena ha raggiunto la Flora aborigena perché era giunta l'ora di un cambiamento e, se vuoi un consiglio, Etiope, fa in modo di cambiare anche tu quanto prima." La risposta di Baviaan lasciò il Leopardo e l'Etiope piuttosto perplessi; tuttavia decisero di partire alla ricerca della Flora aborigena.

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Finalmente, dopo lunghi giorni, avvistarono una grande e fitta foresta, i cui alberi erano tutti immersi in strane ombre a chiazze, a pallini, a spruzzi, a strisce, a righe e a diagonali. (Prova a ripeterlo ad alta voce e vedrai come doveva essere piena di ombre quella foresta!) "Che razza di posto è questo, tutto buio e allo stesso tempo inondato di fasci di luce?", disse il Leopardo. "Non lo so, disse l'Etiope, ma dev'essere la Flora aborigena. Sento l'odore della Giraffa e la sento muoversi, ma non riesco a vederla." "È curioso", - replicò il Leopardo - "suppongo che sia dovuto al fatto che veniamo dalla luce abbagliante del sole. Io sento l'odore della Zebra e la sento muoversi, ma non riesco a vederla." "Aspetta un attimo," - disse l'Etiope - "forse ci siamo scordati come sono fatte, è da tanto tempo che non diamo loro la caccia!" "Sciocchezze!" - disse il Leopardo - "me le ricordo perfettamente, come erano nella Prateria Alta, e soprattutto ricordo bene il sapore delle loro ossa. La Giraffa è alta circa cinque metri e ha un pelo tutto giallo-oro-fulvo, dalla testa ai piedi, e la Zebra è alta circa un metro e trenta ed è tutta ricoperta di un manto grigio-fulvo." "Hmm," - disse l'Etiope guardando le ombre a chiazze della foresta aborigena - "se così fosse, in un posto così buio, le si dovrebbe vedere come banane mature in un affumicatoio". Ma non si vedevano affatto. Il Leopardo e l'Etiope cacciarono tutto il giorno e, benché sentissero il rumore e l'odore degli animali, non riuscirono a vederne nessuno. "Per l'amor di Dio" - disse il Leopardo all'ora di merenda - "è proprio una vergogna: abbiamo cacciato tutto il giorno senza alcun risultato. Proviamo ad aspettare che faccia buio!" Così attesero pazienti il calare della notte e, a un certo punto, il Leopardo udì accanto a sé un respirare profondo e vide, nel chiarore stellare, qualcosa tutto a strisce precipitare in mezzo ai rami. Il rumore lo fece sobbalzare: sentì l'odore della Zebra, ebbe l'impressione di toccare la Zebra e, quando la atterrò, riconobbe i calci della Zebra, ma non riusciva a vederla. Allora disse: "Non ti muovere, corpo senza forma! Starò seduto sulla tua testa fin quando farà giorno, perché qui c'è qualcosa che non mi convince."

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Di lì a poco udì un grugnito, uno schianto e un parapiglia, e poi sentì l'Etiope gridare: "Ho acchiappato qualcosa che non vedo: ha l'odore della Giraffa e mena calci come la Giraffa, ma non ha alcuna forma." "Non fidarti!" - lo ammonì il Leopardo - "Fa come me. Siediti sulla sua testa finché non farà giorno. Sono tutti senza forma, questi strani esseri!" E così si tennero saldamente seduti sulle loro prede fino a che non fu giorno fatto. Allora il Leopardo disse: "Allora, cosa hai lì sotto, Fratello?" L'Etiope si grattò la testa e rispose: "Sembrerebbe un essere dal folto pelo fulvo-arancio, dalla testa ai piedi, e sembrerebbe essere la Giraffa, ma è tutta coperta di macchie castane. E tu, cos'hai sotto i tuoi artigli?" Il Leopardo si grattò la testa e disse: "Ha l'aria di essere qualcosa completamente fulvo-grigiastro e dovrebbe essere la Zebra, ma è tutta coperta di strisce nere e violacee. Che cosa diavolo ti sei combinata, Zebra? Lo sai che nella Prateria Alta potevo avvistarti a dieci miglia di distanza? Ora sei completamente senza forma." "Lo so," - rispose la Zebra - "ma qui non siamo nella Prateria Alta, non capisci?" "Ora sì che ho capito, ma tutto ieri ho faticato a raccapezzarmi. Come hai fatto?" "Lascia la presa," - disse la Zebra - "e te lo mostreremo." I due liberarono la Zebra e la Giraffa. Allora la Zebra andò verso dei cespugli spinosi, dove la luce filtrava tutta a strisce e la Giraffa si avvicinò a degli alberi piuttosto alti, le cui ombre ricadevano a chiazze. "Adesso guarda come si fa." - dissero la Zebra e la Giraffa - "Un-due-tre! La vostra colazione dov'è?" Il Leopardo sgranò gli occhi, e l'Etiope pure, ma non riuscivano a vedere altro che ombre a chiazze e a strisce nella foresta. Della Zebra e della Giraffa nessuna traccia. Se l'erano svignata e si erano nascoste nelle ombre della foresta. "Ehi, ehi!" - disse l'Etiope - "questo sì che è un bello scherzo. Impara la lezione, Leopardo. In questo buio ti si vede come un pezzo di sapone dentro a una secchia per il carbone." "Oh, oh!" - disse il Leopardo - "Ti sorprenderebbe alquanto sapere che in questa oscurità sembri un semino di senape in mezzo a tanti pezzi di carbone?" "Basta, insultandoci non ci procureremo da mangiare. Il problema è che non siamo affatto intonati a questo sfondo. Seguirò il consiglio di Baviaan. Mi ha detto che devo cambiare e, poiché l'unica cosa che posso cambiare è il colore della mia pelle, cambierò quella." "Come?" - chiese il Leopardo con grande eccitazione. "Mi farò di un bel colore marroncino-nerastro, con un po' di porpora e qualche tocco di blu ardesia. Sarà proprio quello che ci vuole per nascondersi dentro le cavità e dietro agli alberi". E così, in un attimo, si cambiò il colore della pelle.

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Il Leopardo era più che mai eccitato, perché non gli era mai capitato prima di allora di vedere un uomo cambiar colore. "E io che faccio?" - disse infine, una volta che l'Etiope ebbe completato la sua opera, trasformando il suo ultimo mignolo in un beldito nero. "Segui anche tu il consiglio di Baviaan. Ti ha suggerito di darti allamacchia." "Ma l'ho già fatto, mi sono messo in cammino senza indugio. Sono venuto fin qui insieme a te, e guarda cosa ci ho guadagnato." "Oh, ma cos'hai capito?" - l'Etiope scosse la testa - "Baviaan non intendeva dire di rifugiarti in qualche altra regione del Sudafrica. Con 'darti alla macchia' intendeva dire procurarti le macchie sul tuo manto." "E a cosa mi servono?" chiese il Leopardo. "Pensa alla Giraffa," - disse l'Etiope - "oppure, se preferisci le strisce, pensa alla Zebra. Loro sembrano perfettamente soddisfatte delle loro macchie e delle loro strisce" "Hmm..." - disse il Leopardo - "non vorrei proprio somigliare a una Giraffa, per nulla al mondo!" "Beh, deciditi!" - disse l'Etiope - "perché mi seccherebbe andare a caccia senza di te, ma sarò costretto a farlo se tu insisti nel voler sembrare un girasole sullo sfondo di uno steccato spalmato di catrame." "D'accordo, allora mi farò le macchie" - disse il Leopardo - "ma non farmele troppo grossolane. Non voglio proprio somigliare a una giraffa." "Te le farò con la punta delle mie dita." - soggiunse l'Etiope - "C'è rimasto ancora abbastanza nero sulla mia pelle. Non muoverti!" Così l'Etiope avvicinò le sue cinque dita (c'era rimasto ancora nero a sufficienza sulla sua nuova pelle) e le premette su tutto il manto del Leopardo e là dove le cinque dita si appoggiavano lasciavano cinque piccole impronte nere, una vicina all'altra. Puoi vederle chiaramente sul manto di qualsiasi Leopardo, Tesoro Mio. A volte le dita scivolavano un po' e allora le macchie erano un pò sbavate; ma se tu ora guardi bene da vicino qualsiasi Leopardo, vedrai che ci sono sempre cinque macchie, il segno di cinque grossi polpastrelli neri. "Ora sei una meraviglia!" - esclamò l'Etiope - "Puoi startene sdraiato sul nudo terreno e sembrare un mucchio di sassi. Puoi sdraiarti sulle rocce spoglie e sembrare un ciottolo multicolore. Puoi stenderti su un ramo frondoso e sembrare la luce del sole che filtra in mezzo alle foglie. Oppure puoi sdraiarti proprio nel mezzo di un sentiero e non sembrare proprio niente. Pensa a tutto questo e fai le fusa!" "Ma se io sono tutte queste cose," - dichiarò il Leopardo - "perché non ti sei fatto anche tu le macchie?" "Oh, il semplice nero è la cosa migliore per un uomo di colore." - rispose l'Etiope - "E adesso muoviti, vediamo se possiamo saldare i conti con il signor Un-Due-Tre-La-Vostra-Colazione-Dov'è!" Così se ne andarono e da quel momento vissero felici e contenti, Tesoro Mio. E qui finisce la storia.

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Oh, certamente, ti capiterà di sentire qualche grande chiedere: "Può l'Etiope cambiarsi la pelle o il Leopardo le macchie?" Non penso che gli adulti continuerebbero a porsi una domanda così sciocca se il Leopardo e l'Etiope non l'avessero già fatto una volta, non credi? Ma non succederà un'altra volta, Tesoro Mio. Loro sono soddisfatti di essere così come sono. Io sono il Baviaan più saggio, che conosce le più sagge canzoni, "Immergiamoci nel paesaggio, solo noi due, noi due soli" Son venuti in carrozza a chiamarmi. Ma la mamma non è qui.... Sì, vengo anch'io se mi porti con te. La tata ha detto di sì Andiamo fino al porcile e sediamoci nell'aia, sullo steccato! Parliamo ai coniglietti e guardiamo il loro correre agitato! Facciamo... oh, qualsiasi cosa, papà, purché siamo io e te, Andiamo ad esplorare qua e là, stiamo a zonzo fino all'ora del tè! Eccoti gli stivali, te li ho portati, ecco il cappello e il bastone, qui c'è la pipa con il tuo tabacco. Svelto, esci! Ho aperto il portone.

Rudyard Kipling (1865-1936), How the Leopard Got His Spots (da Just So Stories for Little Children, 1902)

(Immagini: Nick Brandt)

mercoledì

Nineteen Eighty-Four

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8 giugno 1949: viene pubblicato il romanzo Nineteen Eighty-Four di George Orwell.

Alcune sequenze dal film Orwell 1984 di Michael Radford

lunedì

Crash

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(Immagine: Orankutanki)


Ripensando a lui, immerso nel suo sangue sotto le luci ad arco della polizia, ricordo gli innumerevoli disastri immaginari da lui descritti mentre giravamo insieme sulle superstrade dell'aeroporto. Vauhan sognava di berline ambasciatoriali schiantatisi contro autobotti inarcate, di tassì pieni di bambini festosi scontratisi frontalmente sotto le vetrine sfolgoranti di supermercati deserti. Sognava di fratelli e sorelle alienati, incontratisi per caso su rotte di collisione lungo le rampe d'accesso di industrie petrolchimiche, il loro inconsapevole incesto reso esplicito dallo scontro fra metalli, dalle emorragie di tessuto cerebrale fiorenti sotto camere alluminizzate di compressione e vasi di reazione. Immaginava tamponamenti immani di nemici giurati, morti di essere odiosi celebrate tra le fiamme del carburante lingueggianti nelle cunette laterali, in un ribollire di vernice sullo sfondo dello smorto sole pomeridiano di città provinciali. Visualizzava gli scontri speciali di criminali evasi, e quelli di ricevitrici d'albergo fuori servizio intrappolate tra i volanti e i grembi degli amanti da esse masturbati. E pensava agli scontri di coppie in luna di miele, sedute insieme dopo gli impatti contro le sospensioni posteriori di autocisterne-pirata adibite al trasporto dello zucchero; e alle morti più astratte in assoluto - gli scontri di stilisti d'auto, feriti nelle loro macchine insieme con laboratoriste dalle abitudini promiscue.
Su queste collisioni, Vaughan elaborava variazioni infinite. Per prima cosa, immaginava una successione di scontri frontali: un molestatore di bambini e un medico stressato in atto di provare le rispettive morti prima in un urto frontale, poi in un cappottamento; la prostituta al termine della professione in quello di schiantarsi contro un parapetto autostradale di cemento - il corpo sovrappeso scagliato attraverso il parabrezza frantumato, i menopausati lombi dilacerati sulla mascotte cromata del cofano, il sangue rigante il cemento ultrabianco della banchina serale e ossessionante poi per sempre, nel ricordo, il meccanico della polizia incaricato di raccogliere le membra sparse in un lenzuolo di plastica giallo. In alternativa, immaginava la prostituta investita da un camion in retromarcia in un'area di servizio autostradale - schiacciata contro la portiera sinistra della macchina mentre si chinava per allacciarsi la scarpa destra, i contorni del corpo impressi in sanguinolenta impronta sul pannello della portiera. Oppure la vedova superare il parapetto del cavalcavia e morire come sarebbe morto lui, in un tuffo attraverso il tetto di un pullman aeroportuale, che trovava così moltiplicato il proprio carico di compiaciute destinazioni dalla morte di una miope di mezz'età. O la vedova infine investita da un tassì lanciato in velocità nel momento in cui usciva dalla sua macchina per fare i suoi bisogni in una latrina litoranea, e ne immaginava il corpo scagliato a trenta metri di distanza in uno schizzo d'urina e di sangue.
Ripenso agli altri scontri da noi visualizzati, alle morti assurde di gente ferita, menomata, impazzita. Ripenso agli scontri di psicopatici, a incidenti non plausibili provocati senza animosità o disgusto di sé, a collisioni multiple perfidamente provocate di sera, in auto rubate, fra stanchi impiegati su autostrade senza pedaggio. Ripenso agli scontri assurdi fra massaie nevrasteniche, di ritorno dalle loro cliniche per malattie veneree, e macchine parcheggiate in viali periferici. Ripenso agli scontri frontali tra eccitati schizofrenici e camioncini di lavanderia bloccati in strade a senso unico; a maniaco-depressivi schiacciati nel corso di insensate convergenze a U su rampe d'accesso autostradali; a sfortunati paranoici lanciati a tutta velocità contro muri di mattoni in fondo a strade senza uscita note a tutti; a bambinaie sadiche decapitate in scontri invertiti a incroci complessi; a direttrici lesbiche di supermercati bruciati a morte nello scheletro rovinato delle loro minuscole auto sotto lo sguardo stoico di pompieri di mezz'età; a bambini autistici schiacciati in tamponamenti, gli occhi meno feriti nella morte; ad autobus pieni di deficienti mentali in atto d'annegare stoicamente insieme in canali industriali a lato delle strade.
Molto prima della morte di Vaughan, avevo cominciato a pensare alla mia, di morte. Con chi morire, e in quale ruolo - psicopatico, nevrastenico, criminale in fuga? Vaughan andava incessantemente, nei suoi sogni, alle morti di gente famosa, per la quale inventava scontri immaginari. Intorno alle morti di James Dean e Albert Camus, Jayne Mansfield e John Kennedy, aveva intessuto elaborate fantasie. La sua immaginazione era una galleria di tiro al bersaglio piena di attrici cinematografiche, uomini politici, grandi della finanza e dirigenti televisivi. Vaughan seguiva costoro ovunque con la sua macchina fotografica, lo zoom puntato dalla piattaforma d'osservazione del Terminal Oceanico dell'aeroporto, dai mezzanini degli alberghi e dai parcheggi del teatro di posa. Per ciascuno di loro Onassis e consorte sarebbero morti in una ricreazione dell'assassino della Dealey Plaza. Reagan moriva invece in un tamponamento complesso, di una morte stilizzata che rifletteva l'ossessione di Vaughan per gli organi genitali di lui - un'ossessione simile all'altra sua per gli squisiti passaggi del pube dell'attrice cinematografica attraverso i coprisedili vinilici delle berline da nolo.Dopo il suo ultimo tentativo di uccidere mia moglie Catherine, mi resi conto che egli si era finalmente ritirato in se stesso. Nell'abbagliato reame di violenza e tecnologia ch'era il suo cervello, egli guidava ora perennemente a oltre centosessanta all'ora lungo un'autostrada deserta, oltrepassando vuote stazioni di servizio ai margini di ampie campagna, in attesa di una singola macchina che gli venisse incontro. Nella sua mente, vedeva così il mondo intero morire in un disastro automobilistico simultaneo: milioni di veicoli lanciati l'uno contro l'altro in un congresso finale tutto schizzi di lombi e liquido refrigerante...


James G. Ballard (15 novembre 1930-19 aprile 2009), brano dal romanzo Crash, 1973

(Traduzione italiana di Gianni Pilone Colombo, Bompiani 1999 — tratto da Sagarana.it)

giovedì

Il pene


Alfie stava facendo colazione con sua moglie al tavolo della cucina.
Non doveva avere dormito più di tre ore, perché la notte prima era uscito.
Lavorava con le forbici — era un parrucchiere — e doveva andare al negozio.
Una volta lì, oltre a dovere sopportare i rumori e le code di clienti, doveva fare conversazione tutto il giorno.
"Ti sei divertito ieri notte?" chiese sua moglie. Si erano sposati l'anno prima a Las Vegas.
"Credo di sì," disse lui.
"Dove sei andato?" Lo stava osservando. "Non lo sai?"
"Mi ricordo la prima parte della serata. Ci siamo incontrati al pub. Poi siamo andati in un locale notturno e c'erano un mucchio di persone. Poi c'è stato un film porno."
"Era buono?"
"Non era umano. Era come una macelleria. Dopodiché... diventa tutto un po' confuso."
Sua moglie lo guardò sorpresa.
"Questo non è mai successo prima. Ti è sempre piaciuto raccontarmi quello che avevi fatto. Spero che non sia l'inizio di qualcosa."
"Non lo è," disse Alfie. "Aspetta un minuto e ti dico cosa ho fatto."
Prese la sua giacca da dove l'aveva lasciata, sullo schienale di una sedia.
Aveva intenzione di esaminare il suo portafogli e controllare quanti soldi aveva speso, se gli era rimasta della cocaina, o se aveva preso numeri di telefono, biglietti o ricevute di taxi che potessero aiutare la sua memoria.
Stava frugando nella tasca interna quando trovò qualcosa di strano.Lo tirò fuori.
"Cos'è questo?" disse sua moglie. Si avvicinò. "È un pene," disse.
"Sei tornato a casa con il pene di un uomo — completo di palle e peli pubici — nella tasca. Dove l'hai preso?"
"Non lo so," disse lui.
"Meglio che me lo dici," disse lei.
Lui lo mise sulla tavola.
"Non ho l'abitudine di raccogliere peni smarriti." Aggiunse: "Non è eretto".
"E se comincia a diventare duro? È già abbastanza grosso così." Lei osservò più da vicino. "Più grosso del tuo. Più grosso della maggior parte di quelli che abbia visto io."
"Basta così," disse lui frettolosamente. "Non credo che dovremmo continuare a guardarlo. Avvolgiamolo in qualcosa. Prendi della carta da cucina e una busta di plastica.
"Quando il pene si mosse, lo stavano fissando entrambi.
"Togli quel coso dal mio tavolo da cucina!" disse lei. Stava per diventare isterica. "Viene mia madre a pranzo! Portalo fuori di qui!""Penso che lo farò," disse lui.
Pochi minuti più tardi, con sua grande meraviglia, camminava per la strada con un pene in tasca.
Il suo istinto era quello di farlo cadere in un cestino e andarsene dritto al lavoro, ma dopo averci pensato un po', gli venne in mente di portarlo a un artista a cui tagliava i capelli, uno scultore che di solito lavorava con feci e sangue. Lo scultore prima lavorava con parti anatomiche, ma aveva avuto dei problemi con le autorità. Tuttavia poteva trovare irresistibile l'opportunità di lavorare con un pene. I mercanti d'arte, che smaniavano per effetti sempre più orribili, ne sarebbero stati conquistati. Alfie sarebbe stato pagato; sua moglie gli aveva detto che doveva "orientare la mente agli affari". Più che altro, lei voleva che lui apparisse in televisione.
Alfie si stava dirigendo a casa dell'amico quando vide un poliziotto che camminava verso di lui. Velocemente, estrasse il pene impacchettato dalla tasca e lo fece cadere sul selciato. La gente butta a terra rifiuti in continuazione. Non è un vero crimine.
Aveva fatto poche decine di metri quando una studentessa gli corse dietro, sventolando la busta e dicendogli che aveva fatto cadere la sua colazione. Ringraziandola, lo ficcò di nuovo nella tasca.
Gli battevano i denti. Non voleva "quel coso" nella tasca un minuto di più.
Svoltò un angolo e si ritrovò ad attraversare il fiume. Accertandosi che nessuno lo stesse guardando, lanciò il pene oltre il parapetto e lo guardò cadere.
Poi si accorse che sotto il ponte stava passando una barca che portava i turisti lungo il fiume. Una voce commentava al megafono: "A sinistra possiamo vedere... e alla vostra destra c'è un monumento di particolare interesse storico".
Nel frattempo il pene, emergendo dal suo involucro stava atterrando sul ponte.
Alfie scappò.

A meno di un miglio di distanza, Doug, un attore, si alzò dal letto e si trascinò nel suo bagno nuovo. Aveva poco più di quarant'anni, e un aspetto straordinario.
Il giorno successivo avrebbe cominciato a lavorare al film più grosso della sua carriera. Era un dramma in costume, una produzione di classe, il che significava che non avrebbe dovuto tirar fuori il cazzo dalle brache prima del decimo minuto. Il regista era eccellente e lo stesso Doug aveva scelto le sue partner femminili, per il loro talento e per le loro misure. Doug aveva intenzione di passare la giornata in palestra. Dopo si sarebbe fatto tagliare i capelli e curare le unghie, prima di andare a letto presto con il copione.
Fu solo quando superò lo specchio andando verso la doccia e si guardò per la prima volta quel giorno, che si accorse che il suo pene non c'era. Non c'era più niente, il pene, lo scroto, perfino i suoi peli pubici.
Doug credette di svenire. Si mise a sedere sul bordo della vasca con la testa fra le gambe, ma la posizione gli faceva solo ricordare la sua perdita.
Era stato "nella" pornografia da quando era un ragazzino, ma di recente il mercato aveva cominciato a esplodere. La pornografia era entrata nel mercato delle persone di cultura media e lui, insieme a Cazzo Lungo — il nome professionale che aveva dato al suo pene — stava diventando una star riconosciuta.
Doug era apparso in talkshow e in riviste e giornali a larga diffusione. Credeva di avere diritto alla gratitudine e al rispetto che gli attori comici, i cantanti e i rappresentanti politici ricevevano. Dopo tutto, distrarre un pubblico dai gusti mutevoli era difficile e richiedeva talento e fascino. La particolarità era che Doug offriva quello che la maggior parte delle coppie non vedeva mai: l'opportunità di assistere alla copulazione altrui; fascino e intossicazione attraverso gli occhi.
Molti uomini invidiavano il lavoro di Doug e alcuni avevano anche cercato di emularlo. Quanti di loro potevano farcela, sotto il calore delle luci e con una troupe cinematografica intorno, per ore e ore, giorno dopo giorno? Doug poteva mantenere un'erezione tutto il giorno e intanto cantare un'aria del Don Giovanni mentre controllava le sue azioni sul Financial Times. Centinaia di migliaia di spettatori non avevano forse visto il suo bastone di roccia e i getti zampillanti ed erompenti che atterravano sui volti delle sue coprotagoniste?
Se avesse perso la sua virilità, avrebbe perso anche la sua vita.


Cercando di pensare in fretta, Doug ipotizzò se, a tarda notte, avesse tirato fuori Cazzo Lungo da qualche parte e lo avesse schiaffato su un tavolo. Nei bar e alle feste, dovunque nel mondo, al pubblico piaceva porre domande sul suo lavoro. Come la gran parte delle star, lui adorava rispondere. A un certo punto qualcuno, di solito una donna, chiedeva di vedere Cazzo Lungo. Se il tempo e il luogo erano giusti — Doug aveva imparato a stare attento a non rendere gli uomini invidiosi e a non causare attrito fra le coppie — lui lasciava che dessero uno sguardo. La chiamava "L'Ottava Meraviglia del Mondo".Comunque, prima d'ora non aveva mai smarrito la sua più grande qualità — la sua unica qualità, diceva qualcuno.
Doug andò nei bar e nei club dove era stato la notte prima. Stavano facendo le pulizie; le sedie erano a testa in giù sui tavoli e le luci erano forti. Qualcuno aveva perso una scarpa, una pistola, un paio di ciglia finte e una mappa della Cina. Non era stato ritrovato nessun pene.
Sconcertato, se ne stava sulla strada, quando vide, di fronte a lui, il suo pene che usciva da un caffè insieme a una coppia di giovani donne. Il pene, alto, eretto, con gli occhiali scuri e una giacca nera di buon taglio, stava sorridendo.
"Ehi!" urlò Doug mentre il suo pene saliva su un taxi, facendo educatamente passare prima le donne.
Doug prese un altro taxi e disse all'autista di seguire il primo.
Davanti poteva vedere la punta del suo pene. Le ragazze lo stavano baciando e lui rideva e parlava tutto eccitato.
C'era traffico e persero di vista il taxi davanti a loro.
Dopo avere girato in auto, Doug decise di andare in un bar e valutare cosa fare. Era furioso con il suo pene che si pavoneggiava così per la città.
Aveva ordinato da bere, quando il barman disse: "Oggi è così tranquillo qui perché quel pene che fa tutti i film è andato in un altro bar lungo la strada".
"Davvero?" disse Doug saltando in piedi. "Dove?"
II barman glielo indicò.
Pochi minuti dopo era lì. Ormai era ora di pranzo e il posto era così affollato che Doug riuscì a stento a passare dalla porta.
"Che succede qui?" chiese."È arrivato Cazzo Lungo," disse un uomo di una troupe televisiva. "Io ho visto tutti i suoi film - a casa di un amico, naturalmente. Testa di cazzo è il mio preferito. Quel cosone lì è una star."
"È vero?" disse Doug.
"Lei è un fan?"
"Non in questo momento."
Doug cercò di farsi largo tra la folla ma le donne non lo lasciavano passare. Alla fine sali su una sedia e riuscì a vedere il suo pene che stava in piedi al bar, accettava drink, firmava autografi e rispondeva alle domande come un vero professionista.
"Siete stati voi, il mio pubblico, a farmi arrivare dove sono oggi," stava dicendo pomposamente. "Sento di dovervi ripagare tutti. Cosa volete bere?"
Tutti furono contenti e ordinarono ad alta voce.
"E io allora?" urlò Doug. "Chi ti ha fatto?"
A questa uscita, Cazzo Lungo guardò in su e incrociò lo sguardo del suo padrone. In fretta fece le sue scuse e fuggì. Quando Doug riuscì ad aprirsi un varco tra la folla, il suo pene era già scomparso. Doug corse fuori in strada, ma di lui non c'era traccia.
Tutto il giorno, dovunque andasse, sentiva storie dell'incredibile pene, non solo della sua misura e della sua potenza, ma anche di quanto fosse affettuoso con le persone che non conosceva.
La sola persona in cui Doug si imbatté fu Alfie, che beveva da solo nell'angolo buio di un pub poco frequentato. Alfie era distrutto, convinto che la polizia lo stesse cercando non solo per avere rubato e tentato di vendere un pene, ma per averlo fatto cadere sulla testa di un turista giapponese che passava sotto il Tower Bridge su una barca.
"Ci siamo conosciuti da qualche parte," disse Doug.
"Sì, sì," disse Alfie. "Forse. Ho l'impressione che fossimo insieme ieri sera."
"Che stavamo facendo?"
"Chi lo sa? Senta..."
Alfie spiegò che si sentiva male per tutta la storia. Se Doug voleva un taglio di capelli gratis, sarebbe stato il benvenuto. Si offrì anche di farglielo all'istante.
"Un'altra volta," disse Doug.
Non aveva tempo adesso per questo genere di cose. Si era imbarcato nella ricerca della sua vita.
"Mi faccia solo sapere quando vuole una spuntatina," disse Alfie. "L'offerta è sempre valida.
"Solo quella sera, vagando senza meta per la città, Doug scorse di nuovo il suo pene, questa volta seduto in un caffè frequentato da impiegati. Adesso era in incognito, con un cappello calato ben bene sulla testa e il bavero all'insù. Doug capiva che stava soffrendo da stress da celebrità e voleva restare solo.
Doug scivolò sulla sedia accanto alla sua. "Preso," disse.
"Ci hai messo un bel po'," disse il pene. "Che vuoi?"
Doug disse: "A che gioco credi di stare giocando? Perché ti metti in mostra in questo modo?"
"Perché non dovrei?"
"Dobbiamo muoverci lentamente. Se c'è una cosa che rende tutti nervosi, è un cosone grassoccio e felice come te."
"Ne ho abbastanza delle tue stupidaggini," disse il pene.
"Senza di me, non sei niente," disse Doug. "Ah! È il contrario. Ho capito qual è la verità." "Che verità?"
"Tu sei un pene con un uomo attaccato. Voglio uscirne."
"Uscirne per andare dove?"
"Mi metto in proprio. Sono stato sfruttato per anni. Voglio la mia carriera. Farò film più seri."
Doug disse: "Film seri! Cominciamo il seguito di Piccole Donne domani. Si chiama Grandi Donne anzi Enormi".
"Voglio interpretare Amleto," disse il pene. "Nessuno ha veramente capito la relazione con Ofelia. Potresti farmi da assistente. Potresti portare il copione e tenere lontani i fan."
Doug disse: "Vuoi dire che non saremo mai più fisicamente legati?"
Il pene disse: "Sarei pronto a ritornare sotto la tua guida, perché mi piaci. Ma se lo faccio, gli accordi devono essere diversi. Voglio stare attaccato alla tua faccia".
Doug disse: "Dove esattamente vorresti stare? Dietro l'orecchio?"
"Dove adesso c'è il tuo naso. Voglio essere riconosciuto, come le altre star."
"Ti stancherai," lo avvertì Doug. "Si stancano tutti, e poi diventano matti."
"Questo dipende da me," disse Cazzo Lungo. "Ci saranno delle attenzioni da seguire per evitare questo e le seguirò."
Il pene prese una salsiccia dal piatto davanti a lui e la mise al centro del volto di Doug.
"Sarà così, solo più grande. La chirurgia estetica è in espansione. In futuro ci saranno tutti i tipi di strani accostamenti. Che ne pensi di lanciare una moda?"
"E che ne sarà del mio scroto? Mi... ehm... penderebbe sulla bocca."
"Ci penserei io a parlare. Ti do un'ora per decidere," disse il pene con arroganza. "Sto aspettando altre offerte da agenti e produttori."
Doug vedeva che Cazzo Lungo si stava rattrappendo. Era stata una giornata stancante. Quando alla fine gli si chiusero gli occhi, Doug prese il pene, se lo ficcò nella tasca e la chiuse.
Doug corse per la città da un chirurgo estetico che conosceva, un uomo avido con una faccia liscia come una pallina di plastica. Aveva rifatto molti dei colleghi di Doug, inserendo estensioni nei peni degli uomini e gonfiando seni, labbra e natiche delle sue colleghe donne. Pochi tra questi attori sarebbero stati riconosciuti dai loro stessi genitori.
Il chirurgo era a cena con alcuni vecchi clienti. Doug lo interruppe e camminarono insieme nel bel giardino del medico. Doug mise il pene addormentato nella mano del chirurgo.
Spiegò quello che era successo e disse: "Deve essere ricucito stanotte".
Il chirurgo si rifiutò.
Disse: "Ho allungato peni e clitoridi. Ho impiantato diamanti nelle palle degli uomini e messo luci nelle teste della gente. Non ho mai ricucito un pene. Potresti morire sul tavolo operatorio. Potresti farmi causa. Dovrei avere un corrispettivo adeguato per questi rischi".
Mentre le obiezioni continuavano, Doug pregò l'uomo di ricostruirlo. Alla fine, il chirurgo disse una cifra. Fu quasi il peggior colpo del giorno. Doug era stato ben pagato nel corso degli anni, ma il denaro che viene dal sesso, come quello che viene dalla droga, tende a sciogliersi come neve.
"Portami i soldi stanotte," disse il chirurgo, "altrimenti sarà troppo tardi; il tuo pene si abituerà alla sua libertà e non ti obbedirà più."
La sola persona che Doug conoscesse con una tale somma in contanti era il produttore di Grandi Donne anzi Enormi, che quella notte stava ospitando alcune prostitute nella sua suite. Le donne conoscevano Doug e gli fecero capire che la notizia della sua sciagura si era diffusa. Lui adesso arrossiva e soffriva quando le donne lo chiamavano "ragazzone".
Con sollievo di Doug, il produttore acconsentì a dargli i soldi. Passandoglieli, gli disse degli interessi. Era una somma alta, che sarebbe cresciuta ogni giorno, così come avrebbe dovuto fare il pene di Doug. L'uomo gli fece firmare un contratto, obbligandolo a fare film praticamente per il resto dei suoi giorni.
Ritornando dal chirurgo, Doug pensò a come poteva essere la sua vita senza pene. Forse era stato graziato e liberato da un idiota, e potevano prendere strade separate. Ma senza il pene, come poteva guadagnarsi da vivere? Era troppo vecchio per cominciare una nuova carriera.
Il chirurgo lavorò tutta la notte.
Il mattino dopo, quando Doug si svegliò, la prima cosa che fece fu guardare in basso. Come un incantatore di serpenti nervoso, fischiettò un'aria del Don Giovanni. Alla fine, il pene cominciò ad allungarsi, allargarsi e crescere. Ben presto puntava al sole. Era in piedi, anche se non correva ancora. Lui e il suo amore erano stati ricongiunti.
Qualche ora dopo, Doug era sul set. Il suo pene gli dondolava tra le gambe, battendo sulle cosce con un soddisfacente "smack".
Doug era contento di essere stato ricongiunto alla parte più importante che avesse; ma, quando pensò ai numerosi sforzi che lo aspettavano, si sentì già stanco.

Hanif Kureishi, da Midnight All Day, 1999
(Mezzanotte tutto il giorno, Bompiani — trad. italiana di Ivan Cotroneo)