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venerdì

Il racconto del lupo mannaro

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(Immagine: Sleeping Windfish)


L’amico ed io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, particolarmente donne avvolte in bianchi sudari, l’aria si colma d’ombre verdognole e talvolta s’affumica d’un giallo sinistro, tutto c’è da temere, ogni erbetta ogni fronda ogni animale, una notte di luna. E quel che è peggio, essa ci costringe a rotolarci mugolando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pagliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti! Con cieca furia lo sbraneremmo, ammenoché egli non ci pungesse, più ratto di noi, con uno spillo. E, anche in questo caso, rimaniamo tutta la notte, e poi tutto il giorno, storditi e torpidi, come uscissimo da un incubo infamante. Insomma l’amico ed io non possiamo patire la luna. Ora avvenne che una notte di luna io sedessi in cucina, ch’è la stanza più riparata della casa, presso il focolare; porte e finestre avevo chiuso, battenti e sportelli, perché non penetrasse filo dei raggi che, fuori, empivano e facevano sospesa l’aria. E tuttavia sinistri movimenti si producevano entro di me, quando l’amico entrò all’improvviso recando in mano un grosso oggetto rotondo simile a una vescica di strutto, ma un po’ più brillante. Osservandola si vedeva che pulsava alquanto, come fanno certe lampade elettriche, e appariva percorsa da deboli correnti sottopelle, le quali suscitavano lievi riflessi madreperlacei simili a quelli di cui svariano le meduse. – Che è questo? – gridai, attratto mio malgrado da alcunché di magnetico e, dirò, nel comportamento della vescica. – Non vedi? Sono riuscito ad acchiapparla… – rispose l’amico guardandomi con un sorriso incerto. – La luna! – esclamai allora. L’amico annuì tacendo. Lo schifo ci soverchiava: la luna fra l’altro sudava un liquido giallino che gocciava di tra le dita dell’amico. Questi però non si decideva a deporla. – Oh mettila in quell’angolo – urlai, – troveremo il modo di ammazzarla! – No, – disse l’amico con improvvisa risoluzione, e prese a parlare in gran fretta, – ascoltami, io so che, abbandonata a se stessa, questa cosa schifosa farà di tutto per tornarsene in mezzo al cielo (a tormento nostro e di tanti altri); essa non può fare a meno, è come i palloncini dei fanciulli. E non cercherà davvero le uscite più facili, no, su sempre dritta, ciecamente e stupidamente: essa, la maligna che ci governa, c’è una forza irresistibile che regge anche lei. Dunque hai capito la mia idea: lasciamola andare qui sotto la cappa, e, se non ci libereremo di lei, ci libereremo del suo funesto splendore, giacché la fuliggine la farà nera quanto uno spazzacamino. In qualunque altro modo è inutile, non riusciremo ad ammazzarla, sarebbe come voler schiacciare una lacrima d’argento vivo. Così lasciammo andare la luna sotto la cappa; ed essa subito s’elevò colla rapidità d’un razzo e sparì nella gola del camino. – Oh, – disse l’amico – che sollievo! Quanto faticavo a tenerla giù, così viscida e grassa com’è! E ora speriamo bene; – e si guardava con disgusto le mani impiastricciate. Udimmo per un momento lassù un rovellio, dei flati sordi al pari di trulli, come quando si punge una vescica, persino dei sospiri: forse la luna, giunta alla strozzatura della gola, non poteva passare che a fatica, e ci sarebbe detto che sbuffasse. Forse comprimeva e sformava, per passare, il suo corpo molliccio; gocce di liquido sozzo cadevano friggendo nel fuoco, la cucina s’empiva di fumo, giacché la luna ostruiva il passaggio. Poi più nulla e la cappa prese a risucchiare il fumo. Ci precipitammo fuori. Un gelido vento spazzava il cielo terso, tute le stelle brillavano vivamente; e della luna non si scorgeva traccia. Evviva urràh, gridammo come invasati, è fatta! E ci abbracciavamo. Io poi fui preso da un dubbio: non poteva darsi che la luna fosse rimasta appiattata nella gola del mio camino? Ma l’amico mi rassicurò, non poteva essere, assolutamente no, e del resto m’accorsi che né lui né io avremmo avuto il coraggio d’andare a vedere; così ci abbandonammo, fuori, alla nostra gioia. Io, quando rimasi solo, bruciai sul fuoco, con grande circospezione, sostanze velenose, e quei suffumigi mi tranquillizzarono del tutto. Quella notte medesima, per gioia, andammo a rotolarci un po’ in un posto umido nel mio giardino, ma così, innocentemente e quasi per sfregio, non perché vi fossimo costretti. Per parecchi mesi la luna non ricomparve in cielo e noi eravamo liberi e leggeri. Liberi no, contenti e liberi dalle triste rabbie, ma non liberi. Giacché non è che non ci fosse nel cielo, lo sentivamo bene invece che c’era e ci guardava; solo era buia, nera, troppo fuligginosa per potersi vedere e poterci tormentare. Era come il sole nero e notturno che nei tempi antichi attraversava il cielo a ritroso, fra il tramonto e l’alba. Infatti, anche quella nostra misera gioia cessò presto; una notte la luna ricomparve. Era slabbrata e fumosa, cupa da non si dire, e si vedeva appena, forse solo l’amico ed io potevamo vederla, perché sapevamo che c’era; e ci guardava rabbuiata di lassù con aria di vendetta. Vedemmo allora quanto l’avesse danneggiata il suo passaggio forzato per la gola del camino; ma il vento degli spazi e la sua corsa stessa l’andavano gradatamente mondando della fuliggine, e il suo continuo volteggiare ne riplasmava il molle corpo. Per molto tempo apparve come quando esce da un eclisse, pure ogni giorno un po’ più chiara; finché ridivenne così, come ognuno può vederla, e noi abbiamo ripreso a rotolarci nei braghi. Ma non s’è vendicata, come sembrava volesse, in fondo è più buona di quanto non si crede, meno maligna più stupida, che so! Io per me propendo a credere che non ci abbia colpa in definitiva, che non sia colpa sua, che lei ci è obbligata tale e quale come noi, davvero propendo a crederlo. L’amico no, secondo lui non ci sono scuse che tengano. Ed ecco ad ogni modo perché io vi dico: contro la luna non c’è niente da fare.


Tommaso Landolfi (1908-1979), Il racconto del lupo mannaro — da Le più belle pagine di Tommaso Landolfi, a cura di Italo Calvino, Rizzoli 1982

martedì

Le città e la memoria. 2

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(Immagine: Deyan Stefanov)


All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.


Italo Calvino, Le città e la memoria. 2., 1972 (da Le città invisibili, Mondadori 1993)

venerdì

La memoria del mondo

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È per questo che l’ho fatta chiamare, Müller. Ora che le mie dimissioni sono state accettate, lei sarà il mio successore: la sua nomina a direttore è imminente. Non finga di cadere dalle nuvole: è da parecchio che la voce circola tra noi, e certo sarà arrivata anche al suo orecchio. Del resto, non c’è dubbio che tra i giovani quadri della nostra organizzazione, lei Müller è il più preparato, quello che conosce – si può dire – tutti i segreti del nostro lavoro. In apparenza, almeno. Mi lasci dire: nonè di mia iniziativa che le parlo, ma per incarico dei nostri superiori. Solo di alcune questioni lei non è ancora al corrente, ed è venuto il momento che lei sappia, Müller. Lei crede, come tutti del resto, che la nostra organizzazione stia da molti anni preparando il più grande centro di documentazione che sia mai stato progettato, uno schedario che raccolga e ordini tutto quello che si sa d’ogni persona e animale e cosa, in vista d’un inventario generale non solo del presente ma anche del passato, di tutto quello che c’è stato dalle origini, insomma una storia generale di tutto contemporaneamente, o meglio un catalogo di tutto momento per momento. Effettivamente, è a questo che lavoriamo, e possiamo dire di essere a buon punto: non solo il contenuto delle più importanti biblioteche del mondo, degli archivi e dei musei, delle annate dei giornali d’ogni paese è già nelle nostre schede perforate, ma anche una documentazione raccolta ad hoc, persona per persona, luogo per luogo. E tutto questo materiale passa attraverso un processo di riduzione all’essenziale, condensazione, miniaturizzazione, che non sappiamo ancora a che punto s’arresterà; così come tutte le immagini esistenti e possibili vengono archiviate in minuscole bobine di microfilm, e microscopici rocchetti di filo magnetico racchiudono tutti i suoni registrati e registrabili. È una memoria centralizzata del genere umano quella che noi siamo intenti a costruire, cercando d’immagazzinarla in uno spazio il più ristretto possibile, sul tipo delle memorie individuali dei nostri cervelli.
Ma è inutile che ripeta queste cose proprio a lei che è entrato qui da noi vincendo il concorso d’ammissione col progetto «Tutto il British Museum in una castagna». Lei è tra noi da relativamente pochi anni, ma conosce ormai il funzionamento dei nostri laboratori quanto me che ho occupato il posto di direttore dalla fondazione. Non l’avrei mai lasciato, questo posto, gliel’assicuro, se m’avessero sorretto le forze. Ma dopo la misteriosa scomparsa di mia moglie, m’ha preso una crisi di depressione da cui non riesco a rimettermi. È giusto che i nostri superiori – accogliendo del resto quello che è anche un mio desiderio – abbiano pensato a sostituirmi. Tocca quindi a me metterla al corrente dei segreti d’ufficio che finora le sono stati taciuti.
Quello che lei non sa è il vero scopo del nostro lavoro. È per la fine del mondo, Müller. Lavoriamo in vista d’una prossima fine della vita sulla Terra. È perché tutto non sia stato inutile, per trasmettere tutto quello che sappiamo ad altri che non sappiamo chi sono né cosa sanno.
Posso offrirle un sigaro? La previsione che la Terra non resterà abitabile per molto tempo ancora – almeno per il genere umano – non può farci troppa impressione. Già sapevamo tutti che il Sole è arrivato alla metà della sua vita: per bene che andasse, tra quattro o cinque miliardi d’anni tutto sarebbe finito. Di qui a un po’, insomma, il problema si sarebbe posto in ogni modo; la novità è che le scadenze sono molto più ravvicinate, che non abbiamo tempo da perdere, ecco tutto. L’estinzione della nostra specie è certo una prospettiva triste, ma piangervi sopra non è che una ben vana consolazione, come recriminare una morte individuale. (È sempre alla scomparsa della mia Angela che penso, perdoni la mia commozione). In milioni di pianeti sconosciuti vivono certamente degli esseri simili a noi; poco importa se a ricordarci e a continuarci saranno i loro discendenti anziché i nostri. L’importante è comunicare loro la nostra memoria, la memoria generale messa a punto dall’organizzazione di cui lei Müller sta per esser nominato direttore.
Non si spaventi; l’ambito del suo lavoro resterà quello che è stato finora. Il sistema per comunicare la nostra memoria ad altri pianeti è studiato da un’altra branca dell’organizzazione; noi abbiamo già il nostro daffare, e nemmeno ci riguarda se saranno ritenuti più idonei mezzi ottici o acustici. Può anche darsi che non si tratterà di trasmetterli, i messaggi, ma di depositarli al sicuro, sotto la crosta terrestre: il relitto del nostro pianeta vagante per lo spazio potrebbe un giorno essere raggiunto ed esplorato da archeologi extragalattici. Nemmeno il codice o i codici che saranno prescelti sono affar nostro: c’è pure una branca che studia solo questo, il modo di rendere intellegibile il nostro stock d’informazioni, qualsiasi sistema linguistico usino gli altri. Per lei, ora che sa, non è cambiato nulla, le assicuro, tranne che nella responsabilità che l’aspetta. È di questo che volevo discorrere un po’ con lei.

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Cosa sarà il genere umano al momento dell’estinzione? Una certa quantità d’informazione su se stesso e sul mondo, una quantità finita, dato che non potrà più rinnovarsi e aumentare. Per un certo tempo, l’universo ha avuto una particolare occasione di raccogliere ed elaborare informazione; e di crearla, di far saltar fuori informazione là dove non ci sarebbe stato niente da informare di niente: questo è stata la vita sulla Terra e soprattutto il genere umano, la sua memoria, le sue invenzioni per comunicare e ricordare. La nostra organizzazione garantisce che questa quantità d’informazione non si disperda, indipendentemente dal fatto che essa venga o no ricevuta da altri. Sarà scrupolo del direttore far sì che non resti fuori niente, perché quel che resta fuori è come se non ci fosse mai stato. E nello stesso tempo sarà suo scrupolo fare come se non ci fosse mai stato tutto ciò che finirebbe per impastoiare o mettere in ombra altre cose più essenziali, cioè tutto quello che anziché aumentare l’informazione creerebbe un inutile disordine e frastuono. L’importante è il modello generale costituito dall’insieme delle informazioni, dal quale potranno essere ricavate altre informazioni che noi non diamo e che magari non abbiamo. Insomma non dando certe informazioni se ne danno di più di quante non se ne darebbe dandole. Il risultato fìnale de1 nostro lavoro sarà un modello in cui tutto conta come informazione, anche ciò che non c’è. Solo allora si potrà sapere, di tutto ciò che è stato, cos’è che contava davvero, ossia cos’è che c’è stato veramente, perché il risultato finale della nostra documentazione sarà insieme ciò che è, è stato e sarà, e tutto il resto niente.
Certo capitano dei momenti nel nostro lavoro – anche lei ne avrà avuti Müller – in cui si è tentati di pensare che solo ciò che sfugge alla nostra registrazione è importante, che solo ciò che passa senza lasciar traccia esiste veramente, mentre tutto quel che i nostri schedari ritengono è la parte morta, i trucioli, la scoria. Viene il momento in cui uno sbadiglio, una mosca che vola, un prurito ci paiono il solo tesoro appunto perché assolutamente inutilizzabile, dato una volta per tutte e subito dimenticato, sottratto al destino monotono dell’immagazzinamento nella memoria del mondo. Chi può escludere che l’universo consista nella rete discontinua degli attimi non registrabili, e che la nostra organizzazione non ne controlli altro che lo stampo negativo, la comice di vuoto e d’insignificanza?
Ma la nostra deformazione professionale è questa: appena ci fissiamo su qualcosa, subito vorremmo comprenderla nei nostri schedari; e così mi è spesso accaduto, le confesso, di catalogare sbadigli, foruncoli, associazioni d’idee sconvenienti, fischiettii, e di nasconderli nel pacco delle informazioni più qualificate. Perché il posto di direttore cui lei sta per essere chiamato ha questo privilegio: di poter dare un’impronta personale alla memoria del mondo. Mi segua, Müller: non le sto parlando d’un arbitrio e d’un abuso di poteri, ma d’una componente indispensabile del nostro lavoro. Una massa d’informazioni freddamente oggettive, incontrovertibili, rischierebbe di fornire un’immagine lontana dal vero, di falsare quel che è più specifico d’ogni situazione. Supponiamo che ci arrivi da un altro
pianeta un messaggio di puri dati di fatto, d’una chiarezza addirittura ovvia: non gli presteremmo attenzione, non ce ne accorgeremmo nemmeno; solo un messaggio che contenesse qualcosa di inespresso, di dubbioso, di parzialmente indecifrabile forzerebbe la soglia della nostra coscienza, imporrebbe d’esser ricevuto e interpretato. Dobbiamo tener conto di questo: compito del direttore è dare all’insieme dei dati raccolti e selezionati dai nostri uffici quella lieve impronta soggettiva, quel tanto d’opinabile, d’arrischiato, di cui hanno bisogno per essere veri. Dì questo volevo avvertirla, prima di farle le consegne: nel materiale finora raccolto si nota qua e là l’intervento della mia mano – d’un’estrema delicatezza, intendiamoci –; vi sono disseminati giudizi, reticenze, anche menzogne.
La menzogna esclude solo in apparenza la verità; lei sa che in molti casi le menzogne – per esempio, per il psicoanalista quelle del paziente – sono indicative quanto o più della verità; e così sarà per coloro che si troveranno a interpretare il nostro messaggio. Müller, dicendole quel che le dico ora non è più per incarico dei nostri superiori che parlo ma in base alla mia personale esperienza, da collega a collega, da uomo a uomo. Mi ascolti: la menzogna è la vera informazione che noi abbiamo da trasmettere. Perciò non mi sono voluto vietare un uso discreto della menzogna, là dove essa non complicava il messaggio, anzi lo semplificava. Soprattutto nelle notizie su me stesso, mi sono creduto autorizzato ad abbondare in particolari non veri (la cosa non credo possa dar disturbo a nessuno). Per esempio, la mia vita con Angela: l’ho descritta come avrei voluto che fosse, una grande storia d’amore, in cui Angela e io appaiamo come due eterni innamorati, felici in mezzo ad avversità d’ogni sorta, appassionati, fedeli. Non è stato esattamente così, Müller: Angela mi sposò per interesse e subito se ne pentì, la nostra vita fu un seguito di meschinità e sotterfugi. Ma cosa conta quello che è stato giorno per giorno? Nella memoria del mondo l’immagine d’Angela è definitiva, perfetta, nulla può scalfirla e io sarò per sempre lo sposo più invidiabile che sia mai esistito.
Dapprincipio non avevo che da compiere un abbellimento dei dati che mi forniva la nostra vita quotidiana. A un certo punto questi dati che mi trovavo sotto gli occhi nell’osservare Angela giorno per giorno (e poi nello spiarla, nel pedinarla, alla fine) cominciarono a diventare sempre più contraddittori, ambigui, tali da giustificare sospetti infamanti. Cosa dovevo fare, Müller? Confondere, rendere inintelligibile quell’immagine di Angela così chiara e trasmissibile, così amata e amabile, offuscare il messaggio più splendente di tutti i nostri schedari? Eliminavo questi dati giorno per giorno, senza esitare. Ma avevo sempre paura che intorno all’immagine definitiva di Angela restasse qualche indizio, qualche sottinteso, una traccia da cui si potesse dedurre quello che lei – quello che l’Angela nella vita effimera – era e faceva. Passavo le giornate in laboratorio a selezionare, a cancellare, a omettere. Ero geloso, Müller: non geloso dell’Angela effìmera – quella ormai era per me una partita perduta – ma geloso di quell’Angela-informazione che sarebbe sopravvissuta per tutta la durata dell’universo.

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La prima condizione perché l’Angela-informazione non fosse toccata da nessuna macchia era che l’Angela vivente non continuasse a sovrapporsi alla sua immagine. Fu allora che Angela scomparve e tutte le ricerche furono vane. Sarebbe inutile che adesso io le raccontassi, Müller, di come riuscii a disfarmi del cadavere pezzo a pezzo. Resti pur calmo, questi particolari non hanno nessuna importanza ai fini del nostro lavoro, perché nella memoria del mondo io resto lo sposo felice e poi il vedovo inconsolabile che tutti voi conoscete. Ma non ho trovato la pace: l’Angela-informazione restava pur sempre parte d’un sistema d’informazioni, alcune delle quali potevano prestarsi a essere interpretate, – per disturbi nella trasmissione, o per malignità del decodificatore – come supposizioni equivoche, insinuazioni, illazioni. Decisi di distruggere nei nostri schedari ogni presenza di persone con cui Angela poteva aver avuto rapporti intimi. Mi è molto dispiaciuto, perché di alcuni dei nostri colleghi non resterà traccia nella memoria del mondo, come se non fossero mai esistiti.
Lei crede che le dica queste cose per chiedere la sua complicità, Müller. No, non è questo il punto. Devo informarla delle misure estreme che sono obbligato a prendere per far sì che l’informazione d’ogni possibile amante di mia moglie resti esclusa dagli schedari. Non mi preoccupo delle conseguenze per me; gli anni che mi restano da vivere sono pochi rispetto all’eternità con cui sono abituato a fare i conti; e quello che io sono stato veramente l’ho già stabilito una volta per tutte e consegnato alle schede perforate.
Se nella memoria del mondo non c’è niente da correggere, la sola cosa che resta da fare è correggere la realtà dove essa non concorda con la memoria del mondo. Come ho cancellato l’esistenza dell’amante di mia moglie dalle schede perforate così devo cancellare lui dal mondo delle persone viventi. È per questo che ora estraggo la pistola, la punto contro di lei, Müller, schiaccio il grilletto, l’uccido.


Italo Calvino (1923-1985), La memoria del mondo, 1968

(Tratto da Tutte le cosmicomiche, a cura di Claudio Milanini, Mondadori 1997)

La nascita

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(Immagine: Nick Schiavulli)


Un sacco cieco, una tana delicata. Inutile aprire gli occhi, non vedrebbe che tenebra. Ugualmente il corpicciolo matura un’indistinta certezza di sé; e di essere sé dentro un altro. Galleggia, irrisorio isolotto, in un bagno di misterioso tepore. Vi nuota e ristagna, elastico e inerte a un tempo, sotto la vernice di grasso che lo protegge. Se ne unge, abbevera e nutre, così come d’una stilla d’acqua una zolla di terra in un vaso. Solo che a lui la focaccia della placenta garantisce ogni giorno ulteriori sughi e umori lungo un cordone infallibile. Ne cresce, se ne ingrossa, si fa da moncone creatura. Fino all’istante in cui, nel suo esilio intoccabile, un lampo brilla, un alito soffia: “Io, io, io!”; un alito che non è ancora voce, coscienza, pensiero, ma solo infinitesimo, opaco, stuporoso sprigionamento dal Nulla… “Io, io, io!”… se così possa chiamarsi il trasalimento confuso, in lui, di remotissimi suoni e remotissimi moti; e l’ancor più ignara alleanza col mostro nelle cui viscere sta: quel Leviatano di morbida, montuosa carne di cui sente battere il cuore all’unisono col suo.
Poi, un mattino, nella strettura dov’è, si sente eccessivo e smania di scatenarsene. Nel grembo, ch’era finora una patria, indovina un ostacolo e lo sforza duramente col capo, cercando in basso l’uscita. Spasimi senza legge, infrenabili come quelli che una notte voluttuosamente lo accolsero seme, assecondano la sua rivolta. Un’agonia - la prima e la penultima agonia della sua vita - con sudore e sangue lo dirige verso la luce. Ode grida sopra di sé, alte grida. E un altissimo croscio di cataratte. Ma lui, impavido, per emergere usa precocemente astuzia e violenza; allunga, appiattisce la testa, ne impicciolisce le fontanelle; attenua l’ingombro dell’ossa; s’induce a strisciare, a sgusciare lungo il cunicolo come meglio non saprebbe fra le sbarre il più slogabile evaso. Attenzione: lo sbocco è imminente. Dall’orifizio, fra due gambe spalancate e convulse, il grinzoso vecchietto s’affaccia, tutto pieghe, la pelle timida e blu. Uno gnomo miserabile e piangente, un ennesimo, effimero fuoco, ma anche una buccia e polpa di barbara vitalità, un testimonio senza confronto che in un semplice vagito assolve e certifica il mondo.
Guardatelo: già insegna ai polmoni le meraviglie del respiro, li espande, li contrae, torna a espanderli; inaugura gloriosamente l’aria e le sue misture nutrienti…
È nato. Ha cominciato a vivere. Ha cominciato a morire.


Gesualdo Bufalino, La nascita (da Calende greche, 1990)

(Tratto dall'edizione Bompiani, 1992)

Nonsò

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C’era una volta un Principe che ritornando dalla caccia vide nella polvere, sul margine della via, un bimbo di forse otto anni che dormiva tranquillo. Scese da cavallo, lo svegliò:
— Che fai qui piccolino?
— Non so — rispose quegli, fissandolo senza timidezza.
— E tuo padre?
— Non so.
— E tua madre?
— Non so.
— Di dove sei?
— Non so.
Qual è il tuo nome?
— Non so.
Preso il bimbo in groppa, il Principe lo portò al suo castello e lo consegnò alla servitù, perché ne avesse cura.
E gli fu dato il nome Nonsò.
Quando ebbe vent’anni, il Principe lo prese per suo scudiero. Un giorno passando in città gli disse:
— Sono contento di te e voglio regalarti un cavallo, per tuo uso particolare.
Andarono alla fiera. Nonsò esaminava gli splendidi cavalli, ma nessuno gli piaceva e se ne andarono senza aver nulla comperato. Passando dinanzi ad un mulino videro una vecchia giumenta quasi cieca, che girava la macina. Nonsò guardò attentamente la bestia e disse:
— Signore, quello è il destriero che mi abbisogna!
— Tu scherzi!
— Signore, compratemelo e ne sarò felice.
Il Principe si sdegnò quasi, poi vedendo Nonsò supplicante, cedette alle sue preghiere e comperò la giumenta. Il mugnaio, consegnando la bestia a Nonsò, gli disse all’orecchio:
— Vedete questi nodi nella criniera della cavalla? Ogni volta che ne sfarete uno, essa vi porterà sull’istante a cinquecento leghe lontano.
Ritornarono a casa.
Pochi giorni dopo il Principe venne invitato dal Re, e Nonsò fu ospite col suo signore nel palazzo reale. Una notte di plenilunio passeggiava nel parco e vide appesa ad un albero una collana di diamanti che scintillava alla luna.

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— Prendiamola, dunque... — disse ad alta voce.
— Guardati bene o te ne pentirai! — fece una voce ignota e vicina.
Si guardò intorno. Chi aveva parlato era il suo cavallo. Esitò un poco, ma poi si lasciò vincere dal desiderio e prese la collana.
Il Re aveva affidato a Nonsò la cura di alcuni suoi cavalli e di notte egli illuminava la sua scuderia con la collana sfavillante. Gli altri stallieri, gelosi di lui, cominciarono ad insinuare che nella scuderia di Nonsò splendeva una luce sospetta, che egli si dava a stregonerie misteriose. Il Re volle spiarlo; e una notte, entrando di subito nella scuderia, vide che la luce veniva dalla collana abbagliante, appesa ad una mangiatoia. Fece arrestare il giovane e convocò i saggi della capitale perché decifrassero una parola scritta sul fermaglio della collana. Uno studioso decrepito scoperse che il monile era della Bella dalle Chiome Verdi, la principessa più sdegnosa del mondo.
— Bisogna che tu mi conduca la principessa dalle Chiome Verdi — disse il Sovrano — o non c’è che la morte per te.
Nonsò era disperato.
Andò a rifugiarsi dalla vecchia giumenta e piangeva sulla sua magra criniera.
— Conosco la causa del tuo dolore — gli disse la bestia fedele, — è venuto il giorno del pentimento per la collana presa contro mio consiglio. Ma fa’ cuore ed ascoltami. Chiedi al Re molta avena e molto danaro, e mettiamoci in viaggio.
Il Re diede avena e danaro e Nonsò si mise in viaggio con la sua cavalla sparuta. Arrivarono al mare. Nonsò vide un pesce prigioniero fra le alghe.
— Libera quel poveretto! — gli consigliò la cavalla.
Nonsò ubbidì, e il pesce, emergendo con la testa sull’acqua, disse:
— Tu mi hai salvata la vita e il tuo benefizio non sarà dimenticato. Se tu abbisognassi di me, chiamami e verrò.
Poco dopo videro un uccello preso alla pania.
— Libera quel poveretto! — gli consigliò la giumenta.
Nonsò ubbidì e l’uccello disse:
— Grazie, Nonsò; quando ti sia necessario, chiamami e saprò sdebitarmi.
Giunsero dinanzi al castello della principessa.
— Entra — disse la giumenta — e non temere di nulla. Quando vedrai la Bella, invitala ad accompagnarti qui. Io danzerò per lei danze meravigliose.
Nonsò bussò al palazzo. Aprì una dama bellissima, ch’egli prese per la principessa in persona.
— Principessa...
— Non son io la principessa.
E l’accompagnò in un’altra sala dove l’attendeva una fanciulla più bella ancora.
E questa a sua volta l’accompagnò in una sala attigua da una compagna più bella di lei; e così di sala in sala, da una dama all’altra, sempre più bella, per abituare gli occhi di Nonsò alla bellezza troppo abbagliante della Bella dalle Chiome Verdi.
Questa lo accolse benevolmente, e dopo un giorno accondiscese a vedere la giumenta danzatrice.
— Saltatele in groppa, principessa, ed essa danzerà con voi danze meravigliose.
La Bella, un poco esitante, ubbidì.
Nonsò le balzò accanto, sciolse uno dei nodi della criniera e si trovarono di ritorno dinanzi al palazzo del Re.
— M’avete ingannata — gridava la principessa, — ma non mi do per vinta, e prima d’essere la sposa del Re vi farò piangere più d’una volta...
Nonsò sorrideva soddisfatto.
— Sire, eccovi la Bella dalle Chiome Verdi!
Il Re fu abbagliato di tanta bellezza e voleva sposarla all’istante.
Ma la principessa chiese che le si portasse prima una forcella d’oro tempestata di gemme che aveva dimenticato nello spogliatoio del suo castello.
E Nonsò fu incaricato dal Re della ricerca, pena la morte. Il giovane non osava ritornare al castello della Bella dalle Chiome Verdi, dopo il rapimento, e guardava la sua giumenta, accorato.
— Ti ricordi — disse questa — d’aver salvata la vita all’uccello impaniato? Chiamalo e t’aiuterà.

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N
onsò chiamò e l’uccello comparve.
— Tranquillati, Nonsò! La forcella ti sarà portata.
E adunò tutti gli uccelli conosciuti, chiamandoli a nome. Comparvero tutti, ma nessuno era abbastanza piccolo per entrare dalla serratura nello spogliatoio della Bella. Vi riuscì finalmente il reattino, perdendovi quasi tutte le penne, e portò la forcella al desolato Nonsò. Nonsò presentò la forcella alla principessa.
— Al presente — disse il Re — voi non avete più motivo per ritardare le nozze.
— Sire, una cosa mi manca ancora e senza di essa non vi sposerò mai.
— Parlate, principessa, e ciò che vorrete sarà fatto.
— Un anello mi manca, un anello che mi cadde in mare, venendo qui...
Venne ingiunto a Nonsò di ritrovare l’anello, e quegli si mise in viaggio con la giumenta fedele. Giunto in riva al mare chiamò il pesce e questo comparve.
— Ritroveremo l’anello, fatti cuore!
E il pesce avvertì i compagni; la notizia si sparse in un attimo per tutto il mare e l’anello venne ritrovato poco dopo, tra i rami d’un corallo.
La principessa dovette acconsentire alle nozze.
Il giorno stabilito s’avviarono alla cattedrale con gran pompa e cerimonia.
Nonsò e la cavalla seguivano il corteo regale ed entrarono in chiesa con grave scandalo dei presenti.
Ma quando la cerimonia fu terminata, la pelle della giumenta cadde in terra e lasciò vedere una principessa più bella della Bella dalle Chiome Verdi. Essa prese Nonsò per mano:
— Sono la figlia del re di Tartaria. Vieni con me nel regno di mio padre e sarò la tua sposa.
Nonsò e la principessa presero congedo dagli astanti stupefatti, né più se n’ebbe novella.


Guido Gozzano (1183-1916), Nonsò

(Tratto da La danza degli gnomi e altre fiabe, Editoriale Opportunity Book, 1995 — illustrazioni: Sergey Tyukanov)

giovedì

L'uscita dall'arca ovvero Il disinganno

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Attraverso la fessura del fasciame la luce a pelo dell’acqua apparve fosca, vischiosa, una poltiglia così densa da potersi toccare, se non si fosse sparpagliata e franta solo a tentarla con l’occhio. Luce... ma che luce è mai una luce che non è di sole né di luna, ma è solo una verdeoliva oleosa evanescenza, un ondoso olio d’aria rappreso attorno allo scafo? Veniva voglia di batterla con un remo, di pungerla con un arpione: una cosa nemica, fra le tante nuvole che sorgevano dai gorghi e vi esitavano sopra a galleggiare, prima scomparse che apparse: tronchi bruni d’alberi, flotte di gonfi annegati, brandelli di nuvola nera prigionieri fra due creste, minacciose fate morgane...
Noè era stanco di sbarrare giorno e notte le pupille fra l’uno e l’altro sguancio della feritoia come da un secondo astuccio di palpebre; stanco di dover fissare sempre lo stesso riquadro di cataclisma dalla sua seggiola di sentinella, mai lasciandosi distrarre dal pandemonio di voci animali e umane che gli tuonava dietro
le spalle...
Non aveva voluto saperne sin dal principio, di mischiarsi con l’immane ciurma, nemmeno coi più intimi ch’erano carne e sangue suoi; meno che mai con le nature più estranee. Mangiassero, copulassero, dormissero pure a piacere, giù nella pancia dell’arca... Lui s’era accucciato in una gabbia da gabbiere, con solamente una ciotola accanto, dove silenziosamente al mattino la sua donna sarebbe venuta a deporre la razione del mangiare e del bere. Qui s’era alloggiato e vegliava, incidendo con un ferruzzo una tacca nel legno, per ogni giorno di diluvio che la Voce aveva annunziato. Ora alla fine di quella notte le tacche sarebbero state centocinquanta.


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Quantunque non ci fosse modo in quel frangente di pilotarla, l’imbarcazione era a regola d’arte e Noè se ne sentiva umilmente orgoglioso. Così agile come robusta, calafatata dentro e di fuori, lunga trecento cubiti, larga cinquanta, alta trenta... E mandava, sferzata dall’uragano, un aroma di resina così pungente da convincere il cuore a durare. Gli bastava, a Noè, quando più fosse cupa l’aria, e più fischiassero i venti, e più sembrasse approssimarsi la fine, sdraiarsi sul fondo della chiglia, dove appena un breve spessore resisteva fra la sua carne e l’abisso, gli bastava respirare a piene narici quell’odore di legno, ch’era odore di bosco e d’altura, e di vita ancora viva, domestica e innocente, per esilararsene il cuore. Una casa era l’arca, e sorvolava il fiume di tenebre, irrisoria e inaffondabile come una piuma d’uccello.
Più che una piuma, in verità, ai suoi occhi di capitano. Piuttosto, uno sprone di monte natante, una fortezza a più piani, con un tetto di travi in croce, e una porta sigillata di doppia pece. L’arca! L’uomo quasi l’amava dopo tanti giorni. E per farsene meglio padrone, s’era costruita una scala di corda, con cui arrampicarsi da un piano all’altro, svelto a onta degli anni, ch’erano innumerevoli, e sempre in moto, su e giù, qui a osservare da uno spiraglio l’onda, come ruggiva e si muoveva torbida e ostile, lì, dalla specola più alta, legato a un palo, se mai gli giungesse dall’orizzonte un indizio di remissione. Senza mai scorgere, a vista d’occhio, che un incombere e franare di cataratte di piombo, muraglie cieche che solo all’ultimo momento s’aprivano davanti al guscio di pino, salvo a riagguantarlo subito e giocare a rilanciarselo, mentre lui nella sua gabbia vegliava, oscuramente pago di abitare entro la liquida furia, come un tempo, prima di sgusciarne per vivere, nel lago del grembo materno.
Ora fra l’uomo e quel corpo d’acqua, quella bestia sterminata, da centocinquanta giorni una fatidica sfida vigeva. Non anche una pace, domani? Lui non sapeva cosa rispondersi, sebbene ogni tanto, meno per offa che per disprezzo, rapisse da bordo una provvista qualunque da lanciare in bocca al nemico, godendo di vederla un istante ballare in tondo sul vortice, prima di sprofondare e sparire...
Tese l’orecchio, un tumulto di voci giungeva da un luogo invisibile, alle sue spalle. I tre figli stavano certo giocando ai soliti dadi, davanti alla solita platea delle mogli. Mentre il resto dell’equipaggio giaceva, le bestie impure e le pure, ciascuna coppia stivata nel suo spicchio di cella, sepolta in un’ottusa ignavia di succubi. Meglio così. Avrebbe saputo badare da solo alla poca manovra possibile, come in tutti questi mesi aveva fatto, numerando i giorni e le notti, in assenza d’astri, secondo le vicende del vegliare e dormire, a cui fortunatamente le sue membra obbedivano ancora.
Reliquia dell’esistere, malleveria del riesistere, questa fedeltà delle membra alla veneranda tregua del sonno... Non senza sogni: sogni di quiete presso una siepe, e una musica li guidava. Sogni di terra, di stagioni e stelle, come può ricordarsele un morto. Della terra com’era stata una volta, con spighe e grappoli e brezze e scioltezza d’acque correnti che un barbaglio di sole d’improvviso ferisce. Sogni ch’erano lucine accese, lucine di lucciola accese nel buio di una sola memoria terrena, sopra una tremula tavola, in balia di un oceano; di una sola memoria pulsante in un globo deserto, in corsa attraverso i campi del silenzio eterno da cui la prima volta la Voce era giunta alle sue orecchie…
L’uomo cercò nel cielo un punto che sapeva lui solo, ma sulla sua testa non scorse che una caverna di buio, un crepaccio d’occhio piangente, donde il diluvio sembrava cascare a dirotto, come una piena di lacrime senza sponde. Era Lui, Jahvè, in persona, che piangeva così dall’unico occhio crepato, e il Suo pianto erano il nembo e la notte, il precipizio e la morte. Si sarebbero mai placati, quella collera e quel dolore? Sarebbe mai tornata a parlare la Voce? La stessa che Noè aveva creduto d’udire un mattino, inaudibile agli altri, e vi aveva inteso un giuramento, un’alleanza, un amore… La salvezza, la resurrezione, la vita...
Per la centocinquantesima volta tornò a tuffare lo scandaglio nell’acqua, benché sapesse ch’era vano pretendere di misurarne il livello. Sceglieva per la bisogna le rare pause fra due meteore, quando all’intemperie più clamorosa subentrava la povertà della pioggia, quella diaccia, livida, immutabile caduta... Allora, se per avventura la nave era tornata a rollare nei paraggi di taluna alpe sommersa, di cui attraverso i flutti s’intravvedessero i picchi, e la cui petrosa barriera avesse nei primi tempi consentito un rifugio al di qua della cintura delle lagune, se dunque la nave era per sfiorare a perpendicolo un fondale accessibile a un’àncora palombara, il vecchio gettava il suo amo al profondo, incurante di mettere a repentaglio la chiglia contro una punta nascosta. Come stavolta, che intese una commessura stridere sotto i suoi piedi e da una doga sdrucita scorse trapelare e serpignamente invadere il pavimento una lingua di mare scuro. Né si sbigottì, l’uomo, ma fu quasi contento. Poiché quell’intoppo voleva dire che il solido della crosta non era lontano, che una scheggia di suolo terreno aveva toccato, sia pure per ferirli, i suoi figli…
Era il suo primo riconciliarsi con la terraferma, da quando aveva visto dall’arca gli estremi fastigi d’una città colare a picco, inceneriti dal fulmine, friggendo come ferri di forgia immersi dentro un bacile. Fu quasi contento, dunque, e si strappò di dosso le vesti, ne fece una zeppa con cui tappare la fenditura, la rappezzò con mani sapienti. Quindi salì sul tetto e gridò tre volte all’acqua il suo nome.

Centocinquantunesimo giorno. Noè si levò di buonora. Pioveva ancora ma rado. Il cielo era sempre nero, ma d’un nero che vuol pentirsi. Anche l’oceano pareva volesse mutare pelle, trascolorava a ogni colpo di vento, ed erano raffiche rase, di irruenta e generosa natura, gagliardi sospiri e respiri di Dio. Parve al patriarca di udire in quel vento parole, né capiva cosa dicessero, senonché, esponendo le palme fuori della gabbia, le ritirò non meno asciutte di prima, se le passò asciutte sul viso.
Non volle chiamare i figli, non disse nulla alla moglie, bensì s’accucciò nella sua botola a ripensare un pensiero che già prima gli aveva riempito la mente senza che si capisse se era di esultanza o di terrore, un informe pensiero dentro il quale s’addormentò. Quando rinvenne e fu salito sul tetto dell’arca, già nel breve intervallo minuscole eminenze avevano fatto tanto di venire alla luce, si vedevano grondanti risorgere dall’universale naufragio. Ecco qui due argini crescono a inalveare un canale, laggiù si dirama un delta, altrove s’arriccia una sirte. La nave stessa, pur così catramosa e negra, somiglia a una cicogna che nuoti da riva a riva e si festeggi con l’ali.
Allora, come s’affloscia un padiglione o una vela, il tetto di nubi si ripiegò su se stesso, frecce di luce lo ruppero, un arco immenso di sette colori s’incurvò d’improvviso nel cielo. E un sole paonazzo, rotondo, furiosamente felice, sfolgorò sulla terra come su un infinito scudo di rame. L’uomo con un fischio chiamò la colomba sulla sua spalla e da qui con un bisbiglio la mandò verso le cose.

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Un mattino Noè decise di venir fuori. La colomba era tornata e ripartita, tornata ancora e ripartita ancora. Ormai lui non s’aspettava più che tornasse e il cuore gliene era radioso. Uscì col ramoscello d’ulivo in mano, cautamente toccò col piede scalzo la coltre di fango giallo dove la nave s’era chetata.
I primi passi furono d’ubriaco. Eppure s’avviò coraggioso, affondando fino al ginocchio, su per un crinale che prometteva un belvedere, lassù. Passo passo guadagnò la cima, da una balconata di roccia s’affacciò finalmente, avido di battezzare e amare con gli occhi la vergine terra. E la vide e la amò: sudicia di ruggini e muffe, fumosa di vulcani, pezzata da mille pozzanghere ma rutilante, oh quanto rutilante, di festa e di gioventù!
Quando ridiscese, lo attrasse un rimasuglio triangolare d’acqua in una cavità della pietra. Non gli dispiacque la faccia che vi specchiò, cotta dal sale e dal vento, arata da mille spaventi. Una faccia ch’era maestosa d’anni, ma, insieme, acerba e attonita, tale e quale la terra, e altrettanto corrusca di un sotterraneo sorriso. Il quale divenne riso spiegato, udendo il subbuglio davanti all’uscio dell’arca, donde, senza più legge, le famiglie pedestri, volatili e rettili sciamavano fuori, correndo, strisciando, volando a grotte, nidi, covili. I suoi stessi figli, Sem, Cam e Jafet, vide andarsene, ciascuno per la sua strada. Solo la donna taceva, in piedi accanto a lui, e lui le carezzò con la mano i capelli.
“Guarda”, le disse e mostrò col gesto la terra, gli arcipelaghi, i golfi, il cristallo dell’aria, le peripezie delle valli e dei fiumi, il teatro degli orizzonti. Un tanfo di putredine dolciastra se ne levava tuttora, ma nel limo già misteriosi semi fiorivano, diamanti di stille pendevano dalle fronde, radici si tendevano a berle, occhi di creature scintillavano freschi nell’erba.
Il vecchio volse il capo al cielo, aspettando. Il cielo era azzurrissimo e vuoto, dove un arcobaleno ironico impallidiva. Poi una colomba apparve lassù, la sua colomba, e sembrava sbandare con ali goffe, sbalordita dal sole. Noè non s’avvide del falco, sentì solo un frullo, uno strido e piombargli un’ombra bianca fra i piedi, spruzzargli le gambe col sangue della sua gola squarciata.
Ma come? Noè aguzzò occhi e orecchi sospettosi sul mondo. Stupefatto e sospettoso spiava il mondo redento. E udì le voci irose dei figli, vide su un sasso chiudersi un pugno, un ragno tessere fra due steli una tela e una mosca ronzarvi accanto. Un lupo urlò dietro un agnello, una vipera morse un calcagno... Ma come? L’uomo chiese con gli occhi alla donna e la donna gli rispose con gli occhi. Una lacrima scorse a Noè lungo la gota, si mischiò col pelame del mento. Lui la pulì col rovescio della mano, curvò le spalle, s’incamminò.
“Ma come?” si domandava.


Gesualdo Bufalino (1920-1996), L’uscita dall’arca ovvero Il disinganno (tratto da L’uomo invaso e altre invenzioni, Bompiani 1986)

(foto: sMASHsHELL)

martedì

Gerarchia

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(Foto: stonemx)

Se arrivo in una città
oltre l'oceano
Molto spesso arrivo in una nuova città, portato dal dubbio.
Divenuto da un giorno all'altro pellegrino
di una fede in cui non credo;
rappresentante di una merce da tempo svalutata,
ma è grande, sempre, una strana speranza -
Scendo dall'aeroplano col passo del colpevole,
la coda tra le gambe, e un eterno bisogno di pisciare,
che mi fa incamminare un po' ripiegato con un sorriso incerto -
C'è da sbrigare la dogana, e, molto spesso, i fotografi:
comune amministrazione che ognuno cura come un'eccezione.
Poi l'ignoto.
Chi passeggia alle quattro del pomeriggio
sulle aiuole piene di alberi
e i boulevards d'una disperata città dove europei poveri
sono venuti a ricreare un mondo a immagine e somiglianza del loro,
spinti dalla povertà a fare di un esilio una vita?
Con un occhio alle mie faccende, ai miei obblighi -
Poi, nelle ore libere,
comincia la mia ricerca, come se anch'essa fosse una colpa -
La gerarchia però è ben chiara nella mia testa.
Non c'è Oceano che tenga.
Di questa gerarchia gli ultimi sono i vecchi.
Sì, i vecchi alla cui categoria comincio ad appartenere
(non parlo del fotografo Saderman che con la moglie
già amica della morte mi accoglie sorridendo
nello studiolo di tutta la loro vita)
Sì, c'è qualche vecchio intellettuale
che nella Gerarchia
si pone all'altezza dei più bei marchettari
i primi che si trovano nei punti subito indovinati
e che come Virgili conducono con popolare delicatezza
qualche vecchio è degno dell'Empireo,
è degno di star accanto al primo ragazzo del popolo
che si dà per mille cruzeiros a Copacabana
ambedue son lo mio duca
che tenendomi per mano con delicatezza,
la delicatezza dell'intellettuale e quella dell'operaio
(per lo più disoccupato)
la scoperta dell'invariabilità della vita
ha bisogno di intelligenza e di amore
Vista dall'hotel di Rua Resende Rio -
l'ascesi ha bisogno del sesso, del cazzo -
quella finestrella dell'hotel dove si paga la stanzetta -
si guarda dentro Rio, in un aspetto dell'eternità,
la notte di pioggia che non porta il fresco,
e bagna le strade miserabili e le macerie,
e gli ultimi cornicioni del liberty dei portoghesi poveri
sublime miracolo!
E dunque José Carrea è il Primo nella Gerarchia,
e con lui Harudo, sceso bambino da Bahia, e Joaquim.
La Favela era come Cafarnao sotto il sole -
Percorsa dai rigagnoli delle fogne
le baracche una sull'altra
ventimila famiglie
(egli sulla spiaggia chiedendomi la sigaretta come un prostituto)
Non sapevamo che a poco a poco ci saremmo rivelati,
prudentemente, una parola dopo l'altra
detta quasi distrattamente:
io sono comunista, e: io sono sovversivo;
faccio il soldato in un reparto appositamente addestrato
per lottare contro i sovversivi e torturarli;
ma loro non lo sanno;
la gente non si rende conto di nulla;
essi pensano a vivere
(mi parla del sottoproletariato)
La Favela, fatalmente, ci attendeva
io gran conoscitor, egli duca -
i suoi genitori ci accolsero, e il fratellino nudo
appena uscito di dietro la tela cerata -
eh sì, invariabilità della vita, la madre
mi parlò come Lìmardi Maria, preparandomi la limonata
sacra all'ospite; la madre bianca ma ancor giovane di carne;
invecchiata come invecchiano le povere, eppur ragazza;
la sua gentilezza con quella del suo compagno,
fraterno al figlio che solo per sua volontà
era ora come un messo della Città -
Ah, sovversivi, ricerco l'amore e trovo voi.
Ricerco la perdizione e trovo la sete di giustizia.
Brasile, mia terra,
terra dei miei veri amici,
che non si occupano di nulla
oppure diventano sovversivi e come santi vengono accecati.
Nel cerchio più basso della Gerarchia di una città
immagine del mondo che da vecchio si fa nuovo,
colloco i vecchi, i vecchi borghesi
ché un vecchio popolano di città resta ragazzo
non ha da difendere niente -
va vestito in canottiera e calzonacci come Joaquim il figlio.
I vecchi, la mia categoria,
che vogliano o non vogliano -
Non si può sfuggire al destino di possedere il Potere,
esso si mette da solo
lentamente e fatalmente in mano ai vecchi,
anche se essi hanno le mani bucate
e sorridono umilmente come martiri satiri -
Accuso i vecchi di avere comunque vissuto,
accuso i vecchi di avere accettato la vita
(e non potevano non accettarla, ma non ci sono
vittime innocenti)
la vita accumulandosi ha dato ciò che essa voleva -
accuso i vecchi di avere fatto la volontà della vita.
Torniamo alla Favela
dove non si pensa nulla
o si vuole diventare messi della Città
là dove i vecchi sono filo-americani -
Tra i giovani che giocano biechi al pallone
di fronte a cucuzzoli fatati sul freddo Oceano,
chi vuole qualcosa e lo sa, è stato scelto a sorte -
inesperti di imperialismo classico
di ogni delicatezza verso il vecchio Impero da sfruttare
gli Americani dividono tra loro i fratelli superstiziosi
sempre scaldati dal loro sesso come banditi da un fuoco di sterpi -
È così per puro caso che un brasiliano è fascista e un altro sovversivo;
colui che cava gli occhi
può essere scambiato con colui cui gli occhi sono cavati.
Joaquim non avrebbe potuto mai essere distinto da un sicario.
Perché dunque non amarlo se lo fosse stato?
Anche il sicario è al vertice della Gerarchia,
coi suoi semplici lineamenti appena sbozzati
col suo semplice occhio
senz'altra luce che quella della carne
Così in cima alla Gerarchia,
trovo l'ambiguità, il nodo inestricabile.
O Brasile, mia disgraziata patria,
votata senza scelta alla felicità,
(di tutto son padroni il denaro e la carne,
mentre tu sei così poetico)
dentro ogni tuo abitante mio concittadino,
c'è un angelo che non sa nulla,
sempre chino sul suo sesso,
e si muove, vecchio o giovane,
a prendere le armi e lottare,
indifferentemente,
per il fascismo o la libertà -
Oh, Brasile, mia terra natale, dove
le vecchie lotte - bene o male già vinte -
per noi vecchi riacquistano significato -
rispondendo alla grazia di delinquenti o soldati
alla grazia brutale

Pier Paolo Pasolini, 1970 (in Trasumanar e organizzar, 1971)

lunedì

Un osso di morto

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Lascio a chi mi legge l’apprezzamento del fatto inesplicabile che sto per raccontare.
Nel 1855, domiciliatomi a Pavia, m’era dato allo studio del disegno in una scuola privata di quella città; e dopo alcuni mesi di soggiorno aveva stretto relazione con certo Federico M. che era professore di patologia e di clinica per l’insegnamento universitario, e che morì di apoplessia fulminante pochi mesi dopo che lo aveva conosciuto. Era uomo amantissimo delle scienze, e della sua in particolare – aveva virtù e doti di mente non comuni – senonché, come tutti gli anatomisti ed i clinici in genere, era scettico profondamente e inguaribilmente – lo era per convinzione, né io potei mai indurlo alle mie credenze, per quanto mi vi adoprassi nelle discussioni appassionate e calorose che avevamo ogni giorno a questo riguardo. Nondimeno – e piacemi rendere questa giustizia alla sua memoria – egli si era mostrato sempre tollerante di quelle convinzioni che non erano le sue; ed io e quanti il conobbero abbiamo serbato la più cara rimembranza di lui. Pochi giorni prima della sua morte egli mi aveva consigliato ad assistere alle sue lezioni di anatomia, adducendo che ne avrei tratte non poche cognizioni giovevoli alla mia arte del disegno: acconsentii benché repugnante; e spinto dalla vanità di parergli meno pauroso che nol fossi, lo richiesi di alcune ossa umane che egli mi diede e che io collocai sul caminetto della mia stanza. Colla morte di lui io aveva cessato di frequentare il corso anatomico, e più tardi aveva anche desistito dallo studio del disegno. Nondimeno aveva conservato ancora per molti anni quelle ossa, ché l’abitudine di vederle me le aveva rese quasi indifferenti, e non sono più di pochi mesi che, colto da subite paure, mi risolsi a seppellirle, non trattenendo presso di me che una semplice rotella di ginocchio. Questo ossicino sferico e liscio che, per la sua forma e la sua piccolezza io aveva destinato, fino dal primo istante che l’ebbi, a compiere l’ufficio d’un premi-carte, come quello che non mi richiamava alcuna idea spaventosa, si trovava già collocato da undici anni sul mio tavolino, allorché ne fui privato nel modo inesplicabile che sto per raccontare.
Aveva conosciuto a Milano nella scorsa primavera un magnetizzatore assai noto tra gli amatori di spiritismo, e aveva fatto istanze per essere ammesso ad una delle sue sedute spiritiche. Ricevetti poco dopo invito di recarmivi, e vi andai agitato da prevenzioni sì tristi, che più volte lungo la via era stato quasi in procinto di rinunciarvi. L’insistenza del mio amor proprio mi vi aveva spinto mio malgrado. Non starò a discorrere qui delle invocazioni sorprendenti a cui assistetti: basterà il dire che io fui sì meravigliato delle risposte che ascoltammo da alcuni spiriti, e la mia mente fu sì colpita da quei prodigi, che superato ogni timore, concepii il desiderio di chiamarne uno di mia conoscenza, e rivolgergli io stesso alcune domande che aveva già meditate e discusse nella mia mente. Manifestata questa volontà, venni introdotto in un gabinetto appartato, ove fui lasciato solo; e poiché l’impazienza e il desiderio d’invocare molti spiriti a un tempo mi rendevano titubante sulla scelta, ed era mio disegno di interrogare lo spirito invocato sul destino umano, e sulla spiritualità della nostra natura, mi venne in memoria il dottore Federico M. col quale, vivente, aveva avuto delle vive discussioni su questo argomento, e deliberai di chiamarlo. Fatta questa scelta, mi sedetti ad un tavolino, disposi innanzi a me un foglietto di carta, intinsi la penna nel calamaio, mi posi in atteggiamento di scrivere, e concentratomi per quanto era possibile in quel pensiero, e raccolta tutta la mia potenza di volizione, e direttala a quello scopo, attesi che lo spirito del dottore venisse.
Non attesi lungamente. Dopo alcuni minuti d’indugio mi accorsi per sensazioni nuove e inesplicabili che io non era più solo nella stanza, sentii per così dire la sua presenza; e prima che avessi saputo risolvermi a formulare una domanda, la mia mano agitata e convulsa, mossa come da una forza estranea alla mia volontà, scrisse, me inconsapevole, queste parole:
“Sono a voi. Mi avete chiamato in un momento in cui delle invocazioni più esigenti mi impedivano di venire, né potrò trattenermi ora qui, né rispondere alle interrogazioni che avete deliberato di farmi. Nondimeno vi ho obbedito per compiacervi, e perché aveva bisogno io stesso di voi; ed era gran tempo che cercava il mezzo di mettermi in comunicazione col vostro spirito. Durante la mia vita mortale vi ho date alcune ossa che aveva sottratte al gabinetto anatomico di Pavia, e tra le quali vi era una rotella di ginocchio che ha appartenuto al corpo di un ex inserviente dell’Università, che si chiamava Pietro Mariani, e di cui io aveva sezionato arbitrariamente il cadavere. Sono ora undici anni che egli mette alla tortura il mio spirito per riavere, quell’ossicino inconcludente, né cessa di rimproverarmi amaramente quell’atto, di minacciarmi, e di insistere per la restituzione della sua rotella. Ve ne scongiuro per la memoria forse non ingrata che avrete serbato di me, se voi la conservate tuttora, restituitegliela, scioglietemi da questo debito tormentoso. Io farò venire a voi in questo momento lo spirito del Mariani. Rispondete.”
Atterrito da quella rivelazione, io risposi che conservava di fatto quella sciagurata rotella, e che era felice di poterla restituire al suo proprietario legittimo, che, non v’essendo altra via, mandasse da me il Mariani. Ciò detto, o dirò meglio, pensato, sentii la mia persona come alleggerita, il mio braccio più libero, la mia mano non più ingranchita come dianzi, e compresi, in una parola, che lo spirito del dottore era partito.
Stetti allora un altro istante ad attendere – la mia mente era in uno stato di esaltazione impossibile a definirsi.
In capo ad alcuni minuti, riprovai gli stessi fenomeni di prima, benché meno intensi; e la mia mano trascinata dalla volontà dello spirito, scrisse queste altre parole:
“Lo spirito di Pietro Mariani, ex inserviente dell’Università di Pavia, è innanzi a voi, e reclama la rotella del suo ginocchio sinistro che ritenete indebitamente da undici anni. Rispondete.”
Questo linguaggio era più conciso e più energico di quello del dottore. Io replicai allo spirito: « Io sono dispostissimo a restituire a Pietro Mariani la rotella del suo ginocchio sinistro, e lo prego anzi a perdonarmene la detenzione illegale; desidero però di conoscere come potrò effettuare la restituzione che mi è domandata ».
Allora la mia mano tornò a scrivere:
“Pietro Mariani, ex inserviente dell’Università di Pavia, verrà a riprendere egli stesso la sua rotella.”
« Quando? » chiesi io atterrito.
E la mano vergò istantaneamente una sola parola: “Stanotte”.
Annichilito da quella notizia, coperto di un sudore cadaverico, io mi affrettai ad esclamare, mutando tono di voce ad un tratto: « Per carità... vi scongiuro... non vi disturbate... manderò io stesso... vi saranno altri mezzi meno incomodi... ». Ma non aveva finito la frase che mi accorsi, per le sensazioni già provate dapprima, che lo spirito di Mariani si era allontanato, e che non v’era più mezzo ad impedire la sua venuta.

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È impossibile che io possa rendere qui colle parole l’angoscia delle sensazioni che provai in quel momento. Io era in preda ad un panico spaventoso. Uscii da quella casa mentre gli orologi della città suonavano la mezzanotte: le vie erano deserte, i lumi delle finestre spenti, le fiamme nei fanali offuscate da un nebbione fitto e pesante – tutto mi pareva più tetro del solito. Camminai per un pezzo senza sapere dove dirigermi: un istinto più potente della mia volontà mi allontanava dalla mia abitazione. Ove attingere il coraggio di andarvi? Io avrei dovuto ricevervi in quella notte la visita di uno spettro – era un’idea da morirne, era una prevenzione troppo terribile.
Volle allora il caso che aggirandomi, non so più per qual via, mi trovassi di fronte a una bettola, su cui vidi scritto a caratteri intagliati in un’impannata, e illuminati da una fiamma interna: “Vini nazionali” e io dissi senz’altro a me stesso: “Entriamovi, è meglio così, e non è un cattivo rimedio; cercherò nel vino quell’ardimento che non ho più il potere di chiedere alla mia ragione”. E cacciatomi in un angolo d’una stanzaccia sotterranea domandai alcune bottiglie di vino che bevetti con avidità, benché repugnante per abitudine all’abuso di quel liquore. Ottenni l’effetto che aveva desiderato. Ad ogni bicchiere bevuto il mio timore svaniva sensibilmente, i miei pensieri si dilucidavano, le mie idee parevano riordinarsi, quantunque con un disordine nuovo; e a poco a poco riconquistai talmente il mio coraggio che risi meco stesso del mio terrore, e mi alzai, e mi avviai risoluto verso casa.
Giunto in stanza, un po’ barcollante pel troppo vino bevuto, accesi il lume, mi spogliai per metà, mi cacciai a precipizio nel letto, chiusi un occhio e poi un altro, e tentai di addormentarmi. Ma era indarno. Mi sentiva assopito, irrigidito, catalettico, impotente a muovermi; le coperte mi pesavano addosso e mi avviluppavano e mi investivano come fossero di metallo fuso: e durante quell’assopimento incominciai ad avvedermi che dei fenomeni singolari si compievano intorno a me.
Dal lucignolo della candela che mi pareva avere spento, che era d’altronde una stearica pura, si sollevavano in giro delle spire di fumo sì fitte e sì nere, che raccogliendosi sotto il soffitto lo nascondevano, e assumevano apparenza di una cappa pesante di piombo: l’atmosfera della stanza, divenuta ad un tratto soffocante, era impregnata di un odore simile a quello che esala dalla carne viva abbrustolita, le mie orecchie erano assordate da un brontolio incessante di cui non sapeva indovinare le cause, e la rotella che vedeva lì, tra le mie carte, pareva muoversi e girare sulla superficie del tavolo, come in preda a convulsioni strane e violente.
Durai non so quanto tempo in quello stato: io non poteva distogliere la mia attenzione da quella rotella. I miei sensi, le mie facoltà, le mie idee, tutto era concentrato in quella vista, tutto mi attraeva a lei; io voleva sollevarmi, discendere dal letto, uscire, ma non mi era possibile; e la mia desolazione era giunta a tal grado che quasi non ebbi a provare alcuno spavento, allorché dissipatosi a un tratto il fumo emanato dal lucignolo della candela, vidi sollevarsi la tenda dell’uscio e comparire il fantasma aspettato.
Io non batteva palpebra. Avanzatosi fino alla metà della stanza, s’inchinò cortesemente e mi disse: « Io sono Pietro Mariani, e vengo a riprendere, come vi ho promesso, la mia rotella ».
E poiché il terrore mi rendeva esitante a rispondergli, egli continuò con dolcezza: « Perdonerete se ho dovuto disturbarvi nel colmo della notte... in quest’ora... capisco che la è un’ora incomoda... ma... ».
« Oh! è nulla, è nulla » io interruppi rassicurato da tanta cortesia « io vi debbo anzi ringraziare della vostra visita... io mi terrò sempre onorato di ricevervi nella mia casa... »
« Ve ne son grato » disse lo spettro « ma desidero ad ogni modo giustificarmi dell’insistenza con cui ho reclamato la mia rotella, sia presso di voi, sia presso l’egregio dottore dal quale l’avete ricevuta: osservate. »
E così dicendo sollevò un lembo del lenzuolo bianco in cui era avviluppato, e mostrandomi lo stinco della gamba sinistra legato al femore, per mancanza della rotella, con un nastro nero passato due o tre volte nell’apertura della fibula, fece alcuni passi per la stanza onde farmi conoscere che l’assenza di quell’osso gl’impediva di camminare liberamente.
« Tolga il cielo » io dissi allora con accento d’uomo mortificato « che il degno ex inserviente dell’Università di Pavia abbia a rimanere zoppicante per mia causa: ecco la vostra rotella, là, sul tavolino, prendetela, e accomodatela come potete al vostro ginocchio. »
Lo spettro s’inchinò per la seconda volta in atto di ringraziamento, si slegò il nastro che gli congiungeva il femore allo stinco, lo posò sul tavolino, e presa la rotella, incominciò ad adattarla alla gamba.
« Che notizie ne recate dall’altro mondo? » io chiesi allora, vedendo che la conversazione languiva, durante quella sua occupazione.
Ma egli non rispose alla mia domanda, ed esclamò con aspetto attristato: « Questa rotella è alquanto deteriorata, non ne avete fatto un buon uso ».
« Non credo » io dissi « ma forse che le altre vostre ossa sono più solide? »
Egli tacque ancora, s’inchinò la terza volta per salutarmi; e quando fu sulla soglia dell’uscio, rispose chiudendone l’imposta dietro di sé: « Sentite se le altre mie ossa non sono più solide ».
E pronunciando queste parole percosse il pavimento col piede con tanta violenza che le pareti ne tremarono tutte; e a quel rumore mi scossi e... mi svegliai.
E appena desto, intesi che era la portinaia che picchiava all’uscio e diceva: « Son io, si alzi, mi venga ad aprire ».
« Mio Dio! » esclamai allora fregandomi gli occhi col rovescio della mano « era dunque un sogno, nient’altro che un sogno! che spavento! sia lodato il cielo... Ma quale insensatezza! Credere allo spiritismo... ai fantasmi... ». E infilzati in fretta i calzoni, corsi ad aprire l’uscio; e poiché il freddo mi consigliava a ricacciarmi sotto le coltri, mi avvicinai al tavolino per posarvi la lettera sotto il premi-carte...
Ma quale fu il mio terrore quando vi vidi sparita la rotella, e al suo posto trovai il nastro nero che vi aveva lasciato Pietro Mariani!

Igino Ugo Tarchetti (1839-1869), Un osso di morto, 1867

L’ironico, contestatario, bohémien Igino Tarchetti — più noto per il romanzo Fosca (uscito postumo, nel 1869) —, è forse l’esponente più autentico della corrente letteraria che va sotto il nome di Scapigliatura (questo racconto è tratto dalle Opere complete a cura di E. Ghidetti, Cappelli 1967)

martedì

Cento

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(René Magritte, La reproduction interdicte, 1937)

Uno scrittore scrive un libro attorno ad uno scrittore che scrive due libri, attorno a due scrittori, uno dei quali scrive perché ama la verità ed un altro perché ad essa è indifferente. Da questi due scrittori vengono scritti, complessivamente, ventidue libri, nei quali si parla di ventidue scrittori, alcuni dei quali mentono ma non sanno di mentire, altri mentono sapendolo, altri cercano la verità sapendo di non poterla trovare, altri credono d'averla trovata, altri ancora credevano d'averla trovata, ma cominciano a dubitarne. I ventidue scrittori producono, complessivamente, trecentoquarantaquattro libri, nei quali si parla di cinquecentonove scrittori, giacché in più d'un libro uno scrittore sposa una scrittrice, ed hanno tra tre e sei figli, tutti scrittori, meno uno che lavora in banca e viene ucciso in una rapina, e poi si scopre che a casa stava scrivendo un bellissimo romanzo su uno scrittore che va in banca e viene ucciso in una rapina; il rapinatore, in realtà, è figlio dello scrittore protagonista di un altro romanzo, ed ha cambiato romanzo semplicemente perché gli era intollerabile continuare a vivere assieme a suo padre, autore di romanzi sulla decadenza della borghesia, e in particolare di una saga familiare, nella quale figura anche un giovane discendente di un romanziere autore di una saga sulla decadenza della borghesia, il quale discendente fugge di casa e diventa rapinatore, e in un assalto ad una banca uccide un banchiere, che era in realtà uno scrittore, non solo, ma anche suo fratello che aveva sbagliato romanzo, e cercava con raccomandazioni di farsi cambiare romanzo. I cinquecentonove scrittori scrivono ottomiladue romanzi, nei quali figurano dodicimila scrittori, in cifra tonda, i quali scrivono ottantaseimila volumi, nei quali si trova un unico scrittore, un balbuziente maniacale e depresso, che scrive un unico libro attorno ad uno scrittore che scrive un libro su uno scrittore, ma decide di non finirlo, e gli fissa un appuntamento, e lo uccide, determinando una reazione per cui muoiono i dodicimila, i cinquecentonove, i ventidue, i due, e l'unico autore iniziale, che ha così raggiunto l'obiettivo di scoprire, grazie ai suoi intermediari, l'unico scrittore necessario, la cui fine è la fine di tutti gli scrittori, compreso lui stesso, lo scrittore autore di tutti gli scrittori.

Giorgio Manganelli (1922-1990), tratto da Centuria, 1979
(Centuria, Rizzoli 1979)

mercoledì

Addio a Mario Rigoni Stern

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1 novembre 1921 - 17 giugno 2008.

Link: 1, 2, 3

Qualche fotogramma da Il sergente nella neve, adattamento di Marco Paolini