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mercoledì

The Pale King

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Due pagine dal manoscritto del romanzo incompiuto di David Foster Wallace, The Pale King (fonte: «The New Yorker»)

lunedì

Dai dai contro quel sipario

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Parlavamo di donne, sbirciavamo le loro gambe quando smontavano da un’auto e, di notte, guardavamo dentro le finestre sperando di vedere qualcuno che scopava, ma non vedemmo mai niente. Una volta, finalmente, scoprimmo una coppia che se ne stava a letto e l’uomo stava stropicciandosi la donna. Adesso sì che ci siamo, pensammo, ma lei disse: “No, stasera non ne ho voglia!” Poi si girò di schiena. L’uomo si accese una sigaretta e noi partimmo in cerca di un’altra finestra.
“Figli di troia, a me nessuna volterebbe le spalle.”
“Neanche a me. Bella razza di uomo era quello!”
Eravamo in tre, Baldy, Jimmy e io. Il nostro grande giorno era la domenica. Tutte le domeniche ci davamo appuntamento a casa di Baldy e prendevamo l’autobus fino a Main Street. Il biglietto costava sette centesimi.
Allora c’erano due locali dove si dava il burlesque, il Follies e il Burbank. Eravamo tutti innamorati delle spogliarelliste del Burbank e, visto che anche le battute erano un po’ meglio, andavamo lì. Avevamo provato anche i cinema a luci rosse, ma i film che proiettavano non erano dei veri porno e la trama era sempre la stessa. Due tizi riuscivano a far sbronzare una giovane innocente e questa, prima di riprendersi dalla sbornia, si trovava chiusa in un bordello con una fila di marinai e di fannulloni che bussava alla sua porta. Oltre a tutto in quelle sale i barboni ci dormivano giorno e notte, pisciavano per terra, bevevano vino e si ripulivano le tasche a vicenda. Il puzzo di piscio, di vino e di violenza era insopportabile. Andammo al Burbank.
“Ehi, ragazzi, andate al burlesque oggi?” ci chiedeva il nonno di Baldy.
“Diavolo, no, signore. Abbiamo altro da fare.”
Ci andavamo, invece. Ci andavamo ogni domenica. Partivamo il mattino presto, molto prima che iniziasse lo spettacolo e passeggiavamo su e giù per Main Street, lanciando occhiate nei bar vuoti, sulla cui soglia sedevano le ragazze con le gonne alzate, facendo oscillare le caviglie nel fascio di sole che si insinuava all’interno del locale buio. Sembravano a posto. Ma noi sapevamo. L’avevamo sentito. Un tizio entrava a bere qualcosa e gli facevano sputare una barca di soldi, per il suo drink e per quello della ragazza. Solo che quello della ragazza era annacquato. Lei si faceva palpare per un po’ e tutto finiva lì. Se il barista capiva che il tizio era in grana, gli propinava un narcotico e l’altro si ritrovava per strada, senza un quattrino. Così andavano le cose.
Dopo aver passeggiato lungo Main Street, andavamo alla tavola calda e ordinavamo un hotdog da otto centesimi e un boccale grande di rootbeer. Praticavamo il sollevamento pesi e i nostri bicipiti erano gonfi e sodi. Portavamo le maniche arrotolate fin quasi alla spalla e avevamo un pacchetto di sigarette nella tasca della camicia, sul petto. Per un po’ di tempo avevamo frequentato uno dei corsi Charles Atlas, Tensione Dinamica si chiamava, ma poi avevamo optato per il sollevamento pesi, che ci era sembrato il sistema più rude e più ovvio.
Mentre mangiavamo l’hotdog e ci scolavamo il grande boccale di rootbeer giocavamo a flipper, un centesimo alla partita. Avevamo finito per conoscerlo molto bene, quell’arnese. Al di sopra di un certo punteggio, si vinceva una partita. Ma quel punteggio bisognava raggiungerlo, se volevamo continuare a giocare.
Franky Roosevelt era già stato eletto, le cose stavano cominciando a migliorare ma la depressione non era ancora passata e i nostri padri non avevano lavoro. La provenienza dei nostri quattro soldi era un mistero; l’unica spiegazione era che arraffavamo tutto quello che non era cementato a terra. Non rubavamo, ci pigliavamo la nostra parte. E inventavamo. Non avendo soldi o quasi, inventavamo dei giochetti per passare il tempo... uno era quello di arrivare fino alla spiaggia e tornare indietro.
Di solito lo si faceva d’estate e i nostri genitori non si lamentavano mai quando tornavamo a casa troppo tardi per la cena. Né si preoccupavano delle vesciche gonfie e lucenti che ci spuntavano sulla pianta dei piedi. Solo quando si accorgevano che i tacchi e le suole si erano consumati ne sentivamo di tutti i colori. Allora venivamo spediti al negozio dove erano in vendita, a un prezzo ragionevole, tacchi, suole e colla già pronti.
Era la stessa cosa quando giocavamo a football per le strade. Non esistevano i fondi pubblici per costruire campi da gioco. Avevamo una tale resistenza che giocavamo a football per la strada per tutta la stagione del football e poi per quella del basket e quella del baseball, fino alla stagione calcistica seguente. Quando uno viene placcato sull’asfalto, capita sempre qualcosa. La pelle si squarcia, ci si fanno delle contusioni, esce il sangue, ma ci si rialza come se niente fosse accaduto.
I nostri genitori non badavano ai graffi e al sangue e ai lividi; il peccato tremendo e imperdonabile era farsi un buco nei calzoni, all’altezza delle ginocchia. Ognuno di noi aveva solo due paia di calzoni: quello di tutti i giorni e quello della domenica e se uno si bucava, tutti capivano che eri povero e fesso e che anche i tuoi genitori erano poveri e fessi. Così avevamo imparato a placcare senza cadere in ginocchio. E anche il tizio che veniva placato imparava a essere placcato senza cadere in ginocchio.
Quando ci pestavamo, andavamo avanti per ore senza che i nostri genitori si sognassero di intervenire. Forse perché ci atteggiavamo a duri e non volevamo chiedere aiuto, mentre loro si aspettavano proprio questo. Ma noi li odiavamo, così uscivano sul portico e lanciavano un’occhiata indifferente alla rissa interminabile che si svolgeva davanti a loro. Poi sbadigliavano, raccoglievano un volantino lanciato per reclamizzare qualcosa e tornavano dentro.
Una volta mi pestai con un ragazzo che sarebbe diventato un pezzo grosso della Marina americana. Ci pestammo dalle otto e mezzo del mattino fin dopo il tramonto. Nessuno ci fermò nonostante fossimo ben visibili dal prato antistante la sua casa, sotto due enormi alberi del pepe, da cui i passeri ci cacavano in testa.
Fu un pestaggio feroce, fino all’ultimo sangue. Lui era più grosso, un po’ più vecchio e più pesante di me, ma io ero scatenato. La smettemmo per comune accordo. Non so come sia, bisogna sperimentarlo per capire, ma dopo che due se le sono date di santa ragione per otto o nove ore si stabilisce tra loro uno strano senso di fratellanza.
Il giorno dopo ero un livido solo. Le labbra erano troppo gonfie per permettermi di parlare e qualsiasi movimento facessi mi procurava dolore. Ero sdraiato sul letto in attesa della morte quando mia madre entrò con la camicia che avevo indossato durante il pestaggio. Me la sollevò all’altezza della faccia e mi disse: “Guarda, è tutta macchiata di sangue! Di sangue, capito?”
“Mi dispiace.”
“Non verrà mai più pulita! Mai più!”
“È stato lui a macchiarla.”
“Non importa! Questo è sangue! Le macchie di sangue non vengono via!”
Le domeniche erano giornate rilassanti e quiete, ma soprattutto nostre. Andavamo al Burbank. Prima c’era sempre un brutto film. Un vecchio film, che stavamo a guardare, in attesa. In realtà pensavamo alle ragazze. I tre o quattro tizi che formavano l’orchestra ci davano dentro; forse l’esecuzione non era un granché, ma il volume era alto. Finalmente uscivano le spogliarelliste e si afferravano al sipario, afferravano il bordo come se fosse stato un uomo e si scuotevano contro di esso. Poi scivolavano alla ribalta e cominciavano a spogliarsi. Se avevamo abbastanza soldi ci compravamo un sacchetto di popcorn, altrimenti ne facevamo a meno.
Alla fine di ogni atto c’era un intervallo. Un ometto veniva alla ribalta e proclamava: “Signore e signori, un po’ d’attenzione, prego...” Vendeva anelli in cui era incastonata una diapositiva. Orientandola controluce, si vedeva una straordinaria fotografia. Questo era quello che prometteva! Un anello costava solo cinquanta centesimi, un oggetto di gran valore per soli cinquanta centesimi, prodotto appositamente per il pubblico del Burbank, e venduto unicamente lì. “Alzatelo alla luce e vedrete! Grazie, signori e signore, della vostra cortese attenzione. E ora le maschere passeranno tra voi."
Un paio di individui cenciosi procedevano lungo i corridoi emanando un tanfo di moscato, ciascuno col suo sacchetto di anelli. Non ho mai visto nessuno comprarne uno. Immagino però che, guardandolo controluce, sarebbe apparsa l’immagine di una donna nuda.
L’orchestra riprendeva a suonare, il sipario si apriva e iniziava il numero del balletto, composto in gran parte di ex spogliarelliste invecchiate, truccate pesantemente con mascara, fard, rossetto e ciglia finte. Ce la mettevano tutta per stare a tempo con la musica, ma erano sempre un po’ in ritardo. Eppure tiravano avanti; mi sembravano molto coraggiose.
Poi veniva il turno della cantante. Era un’impresa farselo andare a genio. Cantava a voce spiegata, sbraitando di amori andati a male. Non era un granché e quando finiva allargava le braccia e chinava il capo per ringraziare degli applausi stentati che gli venivano rivolti.
Poi toccava al comico. Be’, lui sì che era in gamba! Vestito con un vecchio soprabito marrone, il cappello calato sugli occhi, camminava goffamente avanti e indietro come un barbone, un barbone che non sapeva cosa fare né dove andare. Una ragazza entrava in palcoscenico e lui la seguiva con gli occhi. Poi si voltava verso il pubblico e diceva con la sua bocca sdentata: “Bene, che io sia dannato!”
Un’altra ragazza entrava in palcoscenico e lui le si avvicinava, accostava la faccia alla sua e diceva: “Sono vecchio, ho superato i quarantaquattro, ma quando il letto si spacca, finisco per terra”. Era la frase decisiva. Che risate! Giovani e vecchi, scoppiavamo tutti a ridere. Infine c’era la scena della valigia. Il comico cercava di aiutare una ragazza a fare la valigia, ma i vestiti si rifiutavano di entrarci.
“Non riesco a farli star dentro!”
“Adesso ti aiuto io!”
“Sono saltati fuori un’altra volta!”
“Aspetta, ci monto sopra con i piedi!”
“Cosa? No, non provarci nemmeno!”
Finalmente le spogliarelliste, le stesse tre o quattro di prima, tornavano in scena. Ognuno di noi aveva la sua preferita, di cui era innamorato. Baldy aveva scelto una francese magrina, con l’asma e due cerchi neri sotto gli occhi. A Jimmy piaceva la donna Tigre (propriamente la Tigre). Gli avevo fatto notare che uno dei seni era nettamente più grosso dell’altro. La mia preferita era Rosalie.
Rosalie aveva un gran culo, che scuoteva e scuoteva, mentre cantava delle canzoncine buffe, e spogliandosi camminava per il palcoscenico, parlando tra sé e ridacchiando. Era l’unica a cui piacesse davvero il suo lavoro. Ero innamorato di Rosalie. Avevo spesso pensato di scriverle per dirle quant’era in gamba, ma, non so come, non l’avevo mai fatto.
Un pomeriggio stavamo aspettando l’autobus dopo lo spettacolo e alla fermata incontrammo la Tigre, anche lei in attesa. Era vestita con un abito verde molto aderente e noi ci incantammo a guardarla.
“Ehi, Jimmy, è la tua ragazza, la Tigre.”
“Ragazzi, che tocco! Guardatela!”
“Adesso vado e le parlo!” disse Baldy.
“È la ragazza di Jimmy.”
“Io non voglio parlarle” disse Jimmy.
“Ci penso io” disse Baldy. Si infilò una sigaretta in bocca, la accese e le si avvicinò.
“Salve, bambina!” Le sorrise.
La Tigre non rispose. Continuò a fissare davanti a sé, in attesa che arrivasse l’autobus.
“Ti conosco. Ho visto lo spettacolo oggi. Sei uno schianto, pupa, un vero schianto!”
La Tigre non rispose.
“Mio Dio, come ti scuoti! Ti scuoti che è un piacere!”
La Tigre continuò a fissare davanti a sé. Baldy rimase lì a guardarla sorridendo come un idiota. “Vorrei metterlo dentro. Vorrei scoparti, bambina!”
Ci avvicinammo e lo trascinammo via. Ci mettemmo a camminare lungo la strada tirandocelo dietro. “Stronzo, non avevi il diritto di parlare in quel modo!”
“Be’, lei vien fuori e si agita tutta, e lo fa davanti agli uomini!”
“Deve ben guadagnarsi da vivere.”
“È calda, è tutta un fuoco, è lei che se lo cerca!”
“Sei pazzo!”
E ce lo tirammo dietro per la strada.


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N
on molto tempo dopo il mio interesse per le domeniche in Main Street cominciò ad affievolirsi. Forse il Follies e il Burbank esistono ancora. Naturalmente la Tigre, la spogliarellista con l’asma e Rosalie, la mia Rosalie, non ci sono più da un pezzo. Forse sono morte. Forse il gran culo di Rosalie è morto. Quando torno nel mio quartiere, passo in macchina davanti alla casa dove abitavo e dove ora vivono degli sconosciuti. Eppure quelle erano delle belle domeniche, in cui ci si divertiva, uno squarcio di luce nei giorni bui della depressione, quando i nostri padri, disoccupati e impotenti, uscivano sul portico e ci guardavano pestarci di santa ragione, poi rientravano e se ne stavano a fissare le pareti, senza osare accendere la radio per via del conto della luce.



Charles Bukowski (16 agosto 1920-9 marzo 1994), Bop Bop against That Curtain (in South of No North), 1973

(Traduzione di Mariagiulia Castagnone — dai racconti A Sud di nessun Nord, Tea editrice, Milano 2003; immagini tratte da Modern Mechanix)

giovedì

Wiggle Room

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Un brano dal romanzo postumo di David Foster Wallace (1962-2008), The Pale King (su The New Yorker.com)

Blade Runner

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Era il 1979 e William Burroughs scrisse il “Progetto di un film” intitolato Blade Runner. Una sceneggiatura fantascientifica che non venne mai realizzata.
Ridley Scott ne prenderà soltanto il titolo per prestarlo al suo
Blade Runner tratto dal racconto di Philip Dick, Anche gli Androidi sognano pecore elettriche?. Rileggendo questo “progetto” di Burroughs, totalmente inedito in Italia (era stato pubblicato nel 1983 da una piccolissima casa editrice e distribuito solo in Svizzera), ancora una volta ci imbattiamo nella geniale visionarietà dello scrittore americano. L’autore de Il pasto nudo e La scimmia sulla schiena, immagina un futuro prossimo da apocalissi. Vicina. Imminente. Nel 1979 scriveva di “un cancro fulminante” diventato un’epidemia capace di “abbassare tutti i livelli delle difese immunitarie”. Due anni dopo, purtroppo, il testo progettato da Burroughs è stato realizzato dalla Natura con un nuovo titolo: Sindrome d’Immuno-Deficienza Acquisita, AIDS.


Veduta di Manhattan da un elicottero…
“Il sovraffollamento ha portato sempre a un maggior controllo governativo sui privati, non sui modelli vecchio stile di oppressione e terrore degli stati polizieschi, ma in termini di lavoro, credito, alloggio, pensione e assistenza medica: servizi che possono essere sospesi. Questi servizi sono computerizzati. Niente numero, niente servizio. Tuttavia, questo non ha prodotto le unità umane standardizzate e col cervello lavato postulate dai profeti semplicisti tipo George Orwell. Invece, una larga percentuale della popolazione è stata spinta nell’underground. Larga quanto, nessuno lo sa. Questa gente è senza numero.”
Bimbi neonati ululano. Lottizzazioni, progetti di edilizia crescono.
Computers ronzano al Con Ed, I.R.S., Welfare, Medicare, Health Insurance. Schede, avvisi, conti escono a fiumi.
Un cittadino esasperato fa la valigia ed esce dalla sua casa a Levittown. Fa un mucchietto di foglie, ci sbatte sopra una pigna di schede, e dà fuoco al mucchio.
Una vecchia dall’altra parte della strada corre al telefono. L’autopattuglia arriva e gli fa una contravvenzione per aver bruciato le foglie. Mentre l’auto si allontana lui butta la contravvenzione nella cenere. Se ne va con la sua valigia.
Veduta aerea del Muro che corre lungo la 23° Strada dall’Hudson all’East River…
“Il Muro venne costruito dopo i Disordini per la Legge Sanitaria del 1984.
La Città Bassa può essere tagliata fuori e il muro guarnito di truppe nel giro di mezz’ora. Un muro simile separa Harlem dalla zona centrale di Manhattan…”
L’elicottero si sposta verso sud…macerie, edifici in rovina, terreni abbandonati. Sembra Londra dopo il Blitz. Pochi segni di ricostruzione, a parte sporadici rattoppi. Molte strade sono bloccate dai rifiuti e ovviamente intransitabili. Qua e là, miseri mercati all’aperto e orti nei terreni abbandonati. Piazze e strade affollate si svuotano di colpo senza una ragione apparente. Ci sono battelli improvvisati sui fiumi, carichi di derrate. “Con il 1980,c’era stata una crescente pressione per emanare una Legge Sanitaria Nazionale. Questa fu bloccata dalla lobby medica, con i dottori che protestavano che una simile Legge avrebbe significato in pratica la fine della professione privata e la degradazione del livello medio del servizio medico. Fu anche addotto l’argomento della gravità dello sforzo in rapporto a un’economia già precaria. Le compagnie farmaceutiche, temendo che un intervento sui prezzi avrebbe tagliato i profitti, spesero milioni per opporsi alla proposta di legge e misero annunci su intere pagine dei maggiori giornali. E soprattutto, le compagnie di assicurazione sulle strade strillarono che la Legge non era necessaria e poteva soltanto portare a un aumento di tasse per un servizio peggiore. Ecco qui il cittadino a reddito medio nel suo malandato appartamento. Il tetto non tiene e lui ha cercato per settimane di ripararlo. Il padrone di casa non fa niente. Il cittadino ha appena diviso una scatola di cibo per cani con la sua famiglia.
“Eccoci qua a pagare per mantenere i negri e i terroni e i beatniks in hotels e ospedali. Noi paghiamo per i loro fetenti vizi di droga, gli diamo i soldi per non dover lavorare, e noi? Possiamo permetterci di spendere $ 500 al mese per un letto d’ospedale? Trovano un portavoce nel Reverendo Parcival, che mette in giro un giornale noto come Il Cane da Guardia, con una striscia di fumetti: Bionda Nordica coppia porta bimbo malato a un ospedale.
Un dottore nero li sbatte sulla strada: “Inqualificabile sudiciume.”
Dà il benvenuto a un giovane portoricano che si è spellato una nocca in una zuffa.
“Entra ragazzo mio. Infermiera, un quarto di grano di G.O.M. per questo signore.”
“L’eroina venne legalizzata per i tossicodipendenti nel 1980.
La United States Health Service se ne assunse la distribuzione attraverso cliniche governative e mise in piedi un’intricata burocrazia, con polizia e investigatori che si dimostrarono totalmente corrotti.
Molte persone che non erano tossicodipendenti entrarono in questo programma e si guadagnarono comodamente da vivere vendendo le loro razioni.”
Ecco qui di nuovo Mr. Reddito Medio.
Ha un doloroso e inabilitante caso di dermatite. Ha appena finito di pagare $ 50 per una visita. Il dottore rifiuta di prescrivere codeina: “La sola cosa che posso prescrivere è l’unguento di Whitefield.”
Ed ecco una grossa e felice famiglia assistita. Bussate a qualsiasi porta di Harlem. Due ragazzi in eroina dell’assistenza, una figlia al lebbrosario federale a Carrville, Louisiana, un ritardato a Kings State, una distrofia muscolare in un programma speciale. Mamma incassa su ciascuno di loro – assegni per perdita di sostegni. Niente lavoro, niente problemi. TV a colori. Resti di un enorme tacchino sulla tavola. Mamma si concede una generosa dose del suo speciale sciroppo per tosse, per tener fuori i freddi dell’inverno.
Papà sta mangiando un gelato alla fragola. I ragazzi sono sdraiati sul pavimento a studiare opuscoli di agenzie turistiche.
Non sanno decidere se andare a Lexington per la cura estiva (“Il Country Club” è adesso degno del suo nomignolo con migliaia di boschi, passeggiate, cavalli, golf, tennis, barche, pesca tutto a disposizione degli internati), oppure a trovare Sorellina a Carrville.
“Dio mio” grugnisce Papà, “Ho un mal di testa da gelato. Fammi un’iniezione, figliolo, presto…sta passando…”
Il dottore porge al ragazzo la ricetta per l’eroina con un ghigno corrotto…
“E fa’ in modo che non ti prenda a vendere quella che ti avanza.”
Prende il telefono.
“Infermiera, quanti lebbrosi ci sono là fuori che scalpitano per Carrville?”
Il traffico in bacilli di Hansen è rampante. È ora noto come “la roba bianca”. Basta graffiare un po’ di pelle con un ago e strofinarceli su, sei mesi dopo…. Nuovi lebbrosi si riversano da un vecchio battello fluviale a pale ruotanti cantando “Casa Dolce Casa.” Altri si buttano fuori su argini desolati, con le rane che gracidano…
“Benvenuto nella famiglia Hansen. Sai che mano esperta è la mia…non mi hai mai sbalzato fuori dal programma. Possono arrestarti e rimandarti alla vita civile se non sei prudente. Be’ io maneggio la miglior roba bianca di Carrville.
Resta nel programma con l’Unguento del Doc White.”
Lungo i bayous, i laghi e i fiumi vi sono i cottages coperti di buganvillee, rose e campanule, dove languidi lebbrosi oziano – fumando marijuana e oppio dei loro giardini, iniettandosi eroina governativa, con gli aranci, i manghi e gli avocados che crescono nei cortili, prendendo pesci gatto, lucci e pesci persici dal portico di casa, o aprendo scatolette dello spaccio governativo.
Carrville è adesso un’enorme zona di paludi che si estende dal Great Thicket dell’East Texas alle Everglades della Florida. Sulle isole palustri sono celebrati strani riti. Giovani nudi con maschere da alligatori danzano davanti al Dio Gator Caprone che ha la testa di un alligatore e i piedi di un caprone.
Tempo di Mardi Gras a Carrville. Un languido giovane aristocratico passa scivolando su un battello floreale, una gamba mangiata via al ginocchio, il moncherino fosforescente nel crepuscolo che si addensa.
Una sottospecie virale radioattiva cari miei, terribilmente chic. Lagune viola dove pesci di smeraldo si tuffano in cerca della luna. Ed ecco uno stupefacente giovane lebbroso in veste di Cleopatra sul suo battello con un Marco Antonio pacioccone….
E l’intera riserva è cintata e custodita. “Così lasciamo la felice popolazione di Carrville che, mediante qualche interiore sorgente di coraggio e di forza, ha trasformato la sua terribile malattia in un soddisfacente sistema di vita.” “E per questo che io pago le tasse? Orge sessuali di finocchi e iniezioni di marijuana?”.
“Nella nostra splendida sistemazione – fornita dal cortese governo americano – noi non abbiamo da preoccuparci di stronzi come te che lavorano per vivere. Possa tu crollare nel cesso da cui sei emerso.”
Mafiosi si sporgono dalle loro Cadillac a sputare in faccia al contribuente.
“Ma chi sei, worke fore living? Ti sputo in faccia, scemo!”
E molti giovani denunciavano casi di inabilità, dicendo che non potevano coesistere con dei disgustosi barboni contribuenti.
“Mi rendono così nervoso che non sono stato in grado di lavorare. Chiedo inabilità totale e sussidio di eroina.”
“Quando la terza Legge Sanitaria Nazionale fu respinta al Senato a causa di vergognose manovre di gruppi e tattiche ostruzionistiche, scoppiarono i Disordini del 1984 per la Legge Sanitari. Si calcola che 500.000 persone siano morte soltanto a New York City e ci furono danni materiali per miliardi. Altre città annoverarono perdite di questa entità. I decessi in tutti gli U.S. arrivarono a quasi dieci milioni. Per ironia, l’alta mortalità fu dovuta in larga misura agli sforzi del governo di prevenire l’esplosione con severe misure di controllo sulle armi. La Legge Nazionale sulla registrazione delle Armi da Fuoco escluse coloro con precedenti penali o di tossicodipendenza o di malattie mentali, e tutti coloro sulle liste dell’assistenza pubblica , dalla possibilità di comprare o possedere armi da fuoco di qualsiasi tipo, compresi i fucili ad aria compressa. Questo lasciò la scontenta classe media in possesso di più armi da fuoco di qualsiasi altro gruppo.
“Facendo affidamento sulle armi ammassate e sulle simpatie della polizia e della Guardia Nazionale, i Soldati di Cristo di Parcival parlavano adesso apertamente di occupare New York e massacrare tutte le minoranze etniche, i beatniks, i perfidi drogati, finocchi e capelloni. A dire il vero parlarono troppo e spaventarono troppa gente, facendo oscure allusioni ai banchieri internazionali, a Wall Street e al Pericolo Giallo. Significava questo che gli Ebrei, i ricchi e i Cinesi erano sulla lista? Potenti figure anonime decisero che sarebbe stato prudente far trovare un’efficace opposizione ai seguaci di Parcival. Ad ogni modo un documento noto come Il Diario del Diavolo arrivò fino alle minoranze più immediatamente e specificatamente minacciate.
“Il Diario del Diavolo era stato preparato su ordinazione della CIA negli Anni’60. Conteneva istruzioni dettagliate per fabbricare armi da materiali facilmente disponibili in ogni drogheria o negozio di ferramenta: polvere nera, bombe incendiarie, più una batteria di armi biologiche e chimiche. Come produrre botulina partendo dal bouillon in scatola; come fare il gas nervino dagli sprays insetticidi; come fare clorina, nitroglicerina, fosgene, ammonio, gas arsenicato. Furono queste armi, lanciate e integrate da balestre, cerbottane, fiondi e granate a polvere nera, che causarono le impressionanti perdite.”

William S. Burroughs, 1979

(Tratto da Wuz.it)

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(William Seward Burroughs II — 5 febbraio 1914 - 2 agosto 1997)