martedì

La sinistra invertebrata

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«... E così il profondo divario di sensibilità che si era creato tra le classi colte e quelle popolari ha reso il paese indifeso di fronte alla controrivoluzione dell'impero televisivo di Berlusconi. La sua tv ha nutrito l'immaginario popolare con un mucchio di idiozie e invenzioni volgari. Non sapendo come affrontare questi cambiamenti, per una decina d'anni il Pci ha cercato di resistergli.

L'ultimo vero leader del partito, Enrico Berlinguer, ha incarnato l'austerità e il disprezzo per l'autoindulgenza e l'infantilismo del nuovo mondo dei consumi materiali e culturali. Dopo la sua morte, il passaggio dal rifiuto intransigente di quei valori all'entusiastica capitolazione politica e culturale è stato brevissimo.

E Walter Veltroni ha finito con il somigliare sempre di più alle figurine sorridenti degli album che aveva distribuito con l'Unità quando era direttore del giornale...»

Perry Anderson, La sinistra invertebrata (da Internazionale.it) — leggi tutto

Epidemia

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(Illustrazione: Stephen Elvidge)


I semafori passano dal verde al giallo, dal giallo al rosso con il ritmo monotono e fuori sincronia di sempre. L'autobus ormai non investe più nessuno. La gente non si ammassa alle fermate né si schiaccia contro i vetri delle porte. I taxi non litigano con i minibus, i minibus con il mondo. Non ci sono auto in doppia fila. Nessun ingorgo. Agli incroci non si sentono i clacson né i soliti improperi. Si sente solo il vento, gli uccelli curiosi e lo stridio di una radio che qualcuno ha dimenticato di spegnere. Il Circuito Bicentenario riluce inutile, nudo, il suo nuovo asfalto. L'aria è trasparente come ai tempi di Fuentes. Sono giorni che non ci sono rapine. Nessun poliziotto. Sono fuggiti tutti. Tutti. Dall'epidemia, dalla città, dal paese. Si possono vedere ancora sulle strade, vicino alla frontiera, i più sbandati. Molti non hanno nemmeno sepolto i loro morti. Negli ospedali e nelle case, sopra i letti sudici, cani, scarafaggi, gatti, mosche e topi si spartiscono i corpi. Nessun maiale. Quei pochi che alcune persone ingrassavano nei cortili hanno mangiato i resti dei loro padroni. Sono tutti morti di influenza umana. Non c'è animale che porti via i propri cadaveri.


Mónica Sánchez Escuer, Epidemia

(Tradotto dal blog dell'autrice Historias baldías)

Mónica Sánchez Escuer su Narcolessia delle giraffe

lunedì

Press the 8

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Più di 70 organizzazioni della società civile per "schiacciare" gli 8 grandi e il loro disinteresse per i più deboli.

Il sito della Coalizione Italiana contro la Povertà

(Non è) cosa nostra


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«Dopo le sconfitte degli ultimi anni, la mafia siciliana adesso cambia tattica. Intanto, lo stato si è in pratica arreso nella lotta a Cosa Nostra. È quanto dice il sostituto procuratore di Palermo a DN.

Chi visitava il palazzo di giustizia di Palermo negli anni ’80, si trovava di fronte ad un’edificio enorme, pulsante di attività come un alveare. Guardie del corpo, innumerevoli segretari e assistenti andavano avanti e indietro per i lunghi corridoi, aiutando il grande pool antimafia costruito intorno ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – entrambi uccisi poi dalla mafia nel 1992.

Oggi nei corridoi c’è un senso di desolazione kafkiana già nel primo pomeriggio. Alcuni giudici continuano però testardamente il proprio lavoro. Uno di questi è il sostituto procuratore Antonio Ingroia, che oggi coordina tutte le indagini sulla mafia a Palermo.

Sottolinea i problemi pratici legati alla possibilità di portare avanti il lavoro nonostante i continui tagli fatti dallo stato. Ingroia parlava chiaro come pochi altri già il giorno dell’apertura dei lavori del sistema giudiziario del paese per il 2009. Affermava che la lotta alla mafia rischia di di finire in bancarotta totale. Mancano i soldi per pagare gli straordinari al personale, ma anche per pagare cose basilari come la carta per la fotocopiatrice o la benzina delle macchine dei giudici e delle guardie del corpo.

- Questo è il risultato di una decisione politica che deriva da una sottovalutazione di Cosa Nostra. Finché la mafia uccideva sulle strade, l’organizzazione era vista come una minaccia seria. Da quando però la mafia ha scelto la strategia dell’armistizio, lo stato ha fatto lo stesso, dice Ingroia.

È sua convinzione che l’obiettivo dello stato non sia più di combattere e sconfigggere la mafia, ma solo di limitare il fenomeno. Se la mafia riga dritto e si concentra a fare soldi con il narcotraffico, lo stato ritiene che il fenomeno sia tollerabile...»

Da Italia dall'Estero.info Lo stato lascia fare la mafia (5 maggio 2009: Dagens Nyheter, ”Staten låter maffian hållas” — tradotto dal sito svedese DN.se): leggi tutto

giovedì

Daniil Charms — Diari

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(Immagine: Powershot)


I

Ieri papà mi ha detto che finché sarò Charms sarò perseguitato dal bisogno.

23 dicembre 1936


IV

Bisogna conservare il sangue freddo, cioè bisogna saper tacere e riuscire a non cambiare continuamente l’espressione del viso.

Quando la persona con la quale stai parlando sragiona, parlale in modo gentile e di’ di sì.

Quando uno dice: «mi annoio» c’è sotto sempre il problema del sesso.



V

Creati una posa e abbi la forza di carattere di mantenerla. Una volta posavo a indiano, poi a Sherlock Holmes, poi a yogi, e adesso a irascibile nevrastenico. Quest’ultima posa non vorrei mantenerla per sempre. Bisogna inventare una posa diversa.


VI

Prova un po’ a restare indifferente, quando finiscono i soldi.

17 luglio


VII

Sulla spiaggia un’interessante sensazione: vicino c’è un posto vuoto, chi verrà a sdraiarsi? Stai ad aspettare, ma di solito il vicino risulta non aver niente di speciale.

21 luglio. Spiaggia Petropavlovskaja


XXI

20 marzo 1938

Mi sono avvicinato nudo alla finestra. Nella casa di fronte evidentemente qualcuno ha avuto da ridire, penso sia stata la moglie del marinaio. In camera mia sono piombati un poliziotto, il portinaio e non so chi ancora. Mi hanno comunicato che sono ben tre anni che infastidisco gli abitanti della casa di fronte. Ho messo delle tendine.


Daniil Charms (1905-1942), dai Diari
(Tratto da Daniil Charms, Casi, Adelphi 2009 — a cura di Rosanna Giacquinta)

La Notte Etterna


Voi cui eternità
A posto in braccia
Mia vita
Voi che d’altro mondo
Sognate, d’a-altre fia-amme
Ma non so per ch’io sia
O mo-orta ripa
Del mio stato-infelice
L’stato-infelice!
Com’ ch’il cie-el non più vede

Ha’n te-enebre-il cor’

Come chi tanto guarda

La nott-etterna
Tramene…
Làggiù
Di che sai tu ?
Di smarrita, febbrila
Attesa
Dove…
Dove sei tu ?
Che’l preda, esule
T’attende…
Ma non so per ch’io sia
O mo-orta ripa
Del mio stato-infelice
L’stato-infelice
Com’ ch’il cie-el non più vede

Ha’n te-enebre-il cor’

Come chi tanto guarda

La nott-etterna
Tramene…
Com’ ch’il cie-el non più vede

Ha’n te-enebre-il cor’

Come chi tanto guarda

Tramene…


Emma Shapplin, La Notte Etterna, 2002

mercoledì

Islamofobia

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(Immagine: Raffaele Franco)

«Non mi piacciono i film di fantascienza. Li trovo noiosi e insulsi, e non capisco proprio come la gente possa appassionarsi al genere. Anzi mi deprimono.
Alcuni sono violenti. Roba da barbari sottosviluppati. A volte mi fanno perfino paura e in ogni caso consiglio di evitarli.

Confesso però che non ho mai visto un film di fantascienza in vita mia. Nemmeno uno.

E credo che quando si parla di Islam molti ragionino pressappoco così...»

Un punto di vista sull'Islam: Jamila Mascat, Islam, pregiudizio e orgoglio (dal blog Nero su bianco — Internazionale.it)

venerdì

Morte di un operaio

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(Immagine: Strange_Town)



La sillaba restava incompiuta, priva di significato, impigliata tra la finestra e il vaso di fiori.
Incompiuto il gesto delle tue dita indebolite, che tracciavano la metà di una N maiuscola sul lenzuolo.
— No!
Credevi che bastasse tenere gli occhi aperti perché la morte non potesse colpirti. Li hai spalancati fino al limite delle tue forze, ma la notte è arrivata, ti ha preso tra le braccia.
Ancora ieri pensavi alla tua auto, che quel sabato, già così lontano, non hai finito di lavare, quando per la prima volta hai avvertito la morsa di dolore allo stomaco.
— Cancro, — aveva detto il medico, e il candore del tuo letto d’ospedale ti riempie di orrore.
Perfino le tue mani sono diventate bianche coi giorni, le settimane, i mesi. Scomparso il grasso delle macchine, le tue unghie non si spezzavano più, restavano lunghe e rosa come quelle di un funzionario.
La sera piangevi in silenzio, senza singhiozzi, senza scosse, solo lacrime che scivolavano piano sul cuscino, senza un rumore, nella stanza comune dove la luce verde della veilleuse incavava le guance e gli occhi dei tuoi vicini malati.
No, non eri solo.
Eravate sei o sette a morire da un giorno all’altro.
Come in fabbrica. Nemmeno lì eri solo, eravate venti o cinquanta a ripetere lo stesso gesto da un giorno all’altro.
La tua non era soltanto una fabbrica di orologi, era anche una fabbrica di cadaveri.
E all’ospedale, come in fabbrica, non avevate nulla da dirvi.
Tu credevi che gli altri dormissero, o che fossero già morti. Gli altri credevano che tu dormissi, o che fossi già morto.
Nessuno parlava, neanche tu.
Non volevi più parlare, volevi solo ricordare qualcosa, ma non sapevi cosa.
Non c’era niente da ricordare.
I tuoi ricordi, la giovinezza, la forza, la vita se li era presi la fabbrica. Ti ha lasciato solo la stanchezza, la stanchezza mortale di quarant’anni di lavoro.


Agota Kristof, Morte di un operaio

(Tratto da La vendetta, Einaudi 2005 — traduzione di Maurizia Balmelli)